La guerra fa dimenticare a Bruxelles le colpe di Budapest e Varsavia

Compromesso in extremis e tutti contenti. Per l’ennesima volta a Bruxelles è andata in scena la tragicommedia dell’unanimità. La trama è sempre la stessa: un paese mette il veto su una decisione importante che riguarda tutti, i big dell’Unione gridano al disastro imminente, gli sherpa si mettono al lavoro e all’ultimo minuto esce fuori dal cilindro la soluzione di compromesso. Tutti sanno che è solo un rinvio fino alla prossima resa dei conti perché i problemi restano tutti, ma intanto…

È quello che è successo al Consiglio europeo di lunedì e martedì sul cosiddetto sesto pacchetto di sanzioni alla Russia. L’ungherese Viktor Orbán minacciava il veto sull’embargo delle forniture di petrolio e il ricatto ancora una volta ha funzionato. Pur se la rottura dell’union sacrée con la Polonia, schieratissima invece sulla necessità delle sanzioni, potrebbe aver creato le condizioni perché possa essere messo in moto il meccanismo previsto dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona che porterebbe alla sospensione dell’Ungheria da tutte le decisioni dell’Unione (come spiega qui accanto il presidente del Movimento europeo Pier Virgilio Dastoli).  Piuttosto che affrontare il problema per quello che è e trovare il modo di rivedere il sistema dei voti all’unanimità sulle decisioni del Consiglio si è cercato il compromesso. Che è stato l’embargo differenziato: vale per il petrolio russo che arriva con le navi ma non per quello che scorre dentro l’oleodotto Druzhba (che significa “amicizia”: quando lo fecero erano altri tempi). Con Druzhba arriva il 65% del combustibile di cui l’Ungheria ha bisogno, ma il petrolio “amico” in partenza dalle steppe russe passa anche per l’Ucraina e poi, ramificandosi, tocca anche Polonia e Germania e nessuno ha spiegato al vertice come si farà a controllare che la prima non interrompa il flusso e che le seconde resistano alla tentazione di approfittarne anch’esse. Né quale sarà l’atteggiamento della Croazia, dove la pipeline che passa per l’Ungheria finisce praticamente alla frontiera con l’Italia.

L’oleodotto Druzhba

Lasciamo stare che stavolta l’autocrate di Budapest qualche ragione l’aveva, considerato che l’embargo puro e semplice avrebbe danneggiato molto più il suo paese insieme con gli altri due, Cechia e Slovacchia, che non hanno sbocchi sul mare, ma resta comunque il fatto che le istituzioni dell’Unione hanno messo in mostra, ancora una volta, tutta la loro inadeguatezza non solo a riformarsi come sarebbe indispensabile, ma anche a far valere un minimo di autorità nei confronti di un governo che continua a sfidarle su questioni essenziali, che rappresentano il fondamento stesso, la ragion d’essere dell’esistenza dell’Europa come entità politica. Attualmente le erogazioni di fondi europei all’Ungheria sono bloccate in attesa di ricevere risposte alle gravissime accuse di corruzione formulate nei confronti dell’entourage di Orbán. Tanto più che l’autocrate di Budapest ha rincarato la dose, dando mandato al rappresentante unhherese nel Coreper (il consesso dei rappresentanti permanenti dei governi) di porre il veto anche sulle sanzioni che si volevano imporre al patriarca di Mosca Kyrill per l’incondizionato appoggio che fornisc e a Putin.

La “Polexit”

Ma non c’è solo l’Ungheria. Anzi, verrebbe da dire che lo spettacolo della debolezza di princìpi e delle contraddizioni dell’Europa va in scena, da quando è scoppiata la guerra, soprattutto a Varsavia. Tra le tante tragedie che l’avventura militare di Vladimir Putin ha provocato c’è anche una specie di amnesia collettiva che pare colpire soprattutto Bruxelles. Eppure qualcuno dovrebbe ricordare che nei mesi e nelle settimane immediatamente precedenti la crisi dei rapporti tra la Polonia – o meglio: il governo polacco – e le istituzioni europee era giunta a un punto gravissimo. La Commissione aveva bloccato l’erogazione dei fondi del Next Generation EU perché il governo Morawiecki rifiutava di abolire il cosiddetto Consiglio nazionale della magistratura (KRS), una camera disciplinare sull’operato dei giudici che è l’ultimo prodotto di un processo di messa sotto tutela politica dei giudici a cominciare da quelli della Corte suprema che, come chi non è colpito dall’amnesia brussellese forse ricorderà, con una sentenza acclamata da tutti i sovranisti d’Europa aveva affermato la preminenza del diritto nazionale polacco su quello comunitario. Un contrasto gravissimo sugli stessi princìpi fondativi dell’Unione europea, tanto che nei commenti degli osservatori aveva cominciato a circolare il concetto di Polexit. Formulazione poco originale ma fortemente evocativa.

Ebbene, la Commissione alla fine ha deciso di “fare la pace” con Varsavia sbloccando i fondi sulla base di una “assicurazione” (per quanto se ne sa solo verbale) di Morawiecki sul fatto che il KRS verrà smantellato. Una decisione molto discutibile considerando il fatto che l’istituzione di un “tribunale” punitivo dei giudici era solo una delle gravi manifestazioni di mancato rispetto dei princìpi dello stato di diritto da parte dell’attuale governo polacco.

Insomma, sembra proprio di poter dire che la dirigenza polacca goda a Bruxelles di una “comprensione” benevola che le massime istituzioni comunitarie non riservano invece agli ungheresi e ai governanti degli altri paesi del gruppo di Visegrad, i cèchi e gli slovacchi.  Un atteggiamento che almeno in parte può essere spiegato dalla buona volontà che i polacchi hanno mostrato nell’affrontare un dossier delicatissimo e che interessa (o dovrebbe interessare) tutti paesi dell’Unione: l’accoglienza dei profughi dall’Ucraina. In Polonia, infatti, sono arrivati almeno due milioni di persone fuggite dal paese aggredito dalla Russia. I profughi sono stati accolti con una generosità della quale va dato atto all’opinione pubblica polacca e anche al governo di Varsavia, che ha fatto lodevoli sforzi per integrarli, fino a fornire loro i documenti necessari ad approfittare delle misure di welfare a beneficio dei polacchi.

Discriminazioni tra i profughi

Profughe ucraine

Tutto bene, benissimo. Se non fosse che per il fatto che dall’Ucraina non sono arrivati solo gli ucraini, ma anche gli stranieri – in genere studenti – che al momento dell’invasione russa si trovavano a Kiev e nelle altre grandi città del paese aggredito. Questi, perlopiù provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia centrale ex sovietica vengono trattati come tutti gli altri profughi che si trovano in Polonia. Cioè male. Molto male. Nei primi giorni del grande esodo alla frontiera tra l’Ucraina e la Polonia si sono registrati tanti episodi di discriminazione e di violenze ai danni di profughi “non bianchi” da provocare diverse denunce di paesi africani al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Senza alcun fondamento giuridico i profughi che non hanno il passaporto ucraino vengono relegati in veri e propri centri di detenzione in cui si trovano in compagnia degli immigrati che furono catturati tra il novembre e il dicembre scorso, quando il governo della Bielorussia spinse migliaia di richiedenti asilo verso il confine polacco dove vennero accolti con i bastoni e con gli idranti.

Entente cordiale

Le immagini di quelle violenze allora fecero il giro del mondo, ma l’indignazione ha respiro corto di questi tempi e poche settimane dopo sono arrivate ben altre immagini di tregenda a farle finire in secondo piano. Così nei giorni della grande fuga all’Ucraina i telegiornali della tv di stato polacca potevano mostrare con lo stesso compiacimento le scene commoventi delle donne e dei bambini accolti nella stazione di Przemyśl e i soldati al lavoro per alzare un muro di metallo antimigranti in mezzo alla foresta al confine con la Bielorussia, trecento chilometri più a nord.

Immigrati al confine polacco-bielorusso

Queste discriminazioni hanno suscitato le proteste dell’agenzia dell’ONU per i rifugiati e di molte organizzazioni umanitarie, anche in Polonia dove esiste un coraggioso movimento di opinione antirazzista, ma ai vertici dell’Unione nessuno sembra essersene accorto. Dovrebbero rappresentare un corposo capitolo del dossier sulle mancanze polacche in materia di stato di diritto e invece da settimane vediamo tutti i segnali possibili di entente cordiale tra le autorità di Bruxelles e quelle di Varsavia. Le manifestazioni di affetto sono reciproche: quelli che ancora a gennaio facevano scrivere sui giornali amici i commenti sulla possibile Polexit, ora sono europeisti di ferro e incassano sorridendo i molti milioni di euro stanziati da Bruxelles per l’emergenza profughi dimenticando i molti miliardi che sono ancora congelati del NGEU e pagando due milioni al giorno di multe per il mancato rispetto di elementari garanzie sull’indipendenza della magistratura.

Perché questa schizofrenia? La risposta induce a un certo, triste, pessimismo. La Polonia nella guerra ucraina si considera il fronte avanzato dell’occidente e per dare sostanza questa considerazione di sé attinge non solo alla propria storia in cui la Russia è stata sempre il Grande Nemico ma anche alla sua posizione attuale di prima linea strategica della NATO. Nella linea di faglia che attraversa l’alleanza atlantica tra i governi che nella guerra vedono la grande occasione per far fuori Putin e inchiodare la Russia al ruolo di potenza minore e quelli che pensano che la guerra debba finire al più presto con un ragionevole compromesso, il gabinetto Morawiecki è, con quelli dei paesi baltici, il più schierato sulla linea dura. La compiacenza degli attuali vertici dell’Unione pare assecondare questa durezza e a far pensare che sia proprio così non mancano alcune recenti prese di posizione di Ursula von der Leyen, di Charles Michel e del responsabile della politica estera Josepp Borrell. C’è questo dietro l’amnesia di Bruxelles?