La guerra è come le mine antiuomo, crea odio tra i popoli

Il fondatore della Comunità di sant’Egidio ha partecipato alla trasmissione “Che tempo che fa” di Fabio Fazio su Rai3. Ecco cosa ha detto.

Il tema dei profughi è prioritario. Sono d’accordo con Gino Strada: prima di tutto parto dall’orrore della guerra, da queste immagini di bambini, di donne, da queste vite sconvolte. Anche questi viaggi terribili da Kiev fino a Leopoli per fuggire. Un mio amico ucraino di Kiev ha lasciato la casa con la moglie incinta e la bambina, mi ha mandato un messaggino dicendo “da oggi sono profugo”. Ecco, mi ha fatto una grande impressione come una vita cambia. Il discorso dei corridoi umanitari è importantissimo, anche se ora non voglio scendere nella definizione concreta, ma bisogna aprire delle strade per salvare vite umane.
La guerra è come le mine antiuomo. Si seminano mine antiuomo ma si semina anche rancore che si trasmette di generazione in generazione e diventa odio tra i popoli. Sono immagini impressionanti quelle che abbiamo visto. Dall’inizio di questa guerra – sembra una vita ma sono dieci giorni – uno dei miei grandi timori era che si combattesse dentro le città, cioè che Kiev diventasse come Aleppo, che la gente fosse costretta a nascondersi nelle case, nelle cantine, che la vita fosse distrutta. Penso che ci sia un aspetto umanitario che noi dobbiamo considerare in modo prioritario: cioè dobbiamo aprire spazi di umanità in questa guerra, salvare le vite umane da un lato e favorire il negoziato dall’altro.

Mediatori per trovare la pace

Per una trattativa non bastano quegli incontri che abbiamo visto a Brest. Ci vogliono dei mediatori e questo è un punto fondamentale. Ma non siamo stati capaci di trovarli e io sento che la diplomazia è alle corde, se non ora questo filo di speranza dell’intervento di Bennet o l’ipotesi di un ruolo della Merkel sotto l’egida dell’Onu.
Bisogna riprendere a negoziare. Il Papa ha detto delle parole molto forti e il suo non era un discorso buonista. Ha detto: non sono operazioni militari ma è guerra e la guerra e pazzia.
Non sono un pacifista a oltranza. Mi definirei piuttosto un pacificatore. I processi di pacificazione passano attraverso il realismo. Credo che bisogna essere molto realisti, non mi farei intrappolare dal dibattito sulle armi e punterei a non rinunciare al sogno della pace.

Il prezzo lo pagano gli ucraini

La seconda guerra del Golfo

Anche perché i primi a pagare in una guerra che continua sono gli ucraini. Il rischio è che l’Ucraina venga distrutta e già lo vediamo sotto i nostri occhi e questo ci dà un dolore immenso. Poi c’è la solidarietà concreta e questa è l’unica cosa positiva di questo periodo. Vedo sia in Italia ma anche in tutta Europa una solidarietà e un interessamento molto forti per la situazione in Ucraina. Erano anni che lamentavo il fatto che dopo la guerra in Iraq gli italiani non si erano più interessati dei grandi temi internazionali, di pace e di guerra, dei grandi dolori. In questo caso invece c’è stata proprio un’emersione di interesse. Noi di Sant’Egidio riceviamo tante offerte d’aiuto. E poi ci sono gli ucraini che stanno in mezzo a noi, queste donne fiere. Mia madre ha una badante, domenica aveva il suo giorno libero ed è andata a lavorare per mettere insieme gli aiuti. E’ una grande lezione.
Credo che isolare la Russia sia stato un estremo rimedio. Sono molto preoccupato perché questo processo di isolamento spinge Putin e il gruppo dirigente attorno a lui con le spalle al muro e so anche dalla storia russa che i russi con le spalle al muro non cambiano idea ma resistono.

Trovare una via d’uscita

Quindi bisogna essere anche realisti con i russi stessi e capire la complessità di questo grande popolo. Anche il fatto che sembra siano morti 10.000 ragazzi russi in Ucraina va considerato, ricordando che nella guerra in Afghanistan, che è durata 9 anni, ne sono morti 26.000. Penso che anche questo sarà un trauma per la Russia. Perciò insisto nel dire che bisogna trovare il modo di aprire spazi di dialogo. E poi, come diceva Churchill, al proprio nemico bisogna trovare una via d’uscita.