Brasile, la guerra
di Bolsonaro
contro la democrazia

Non siamo in guerra, né internazionale, né di liberazione nazionale, neanche contro la pandemia che si è abbattuta sopra di noi. Tuttavia, la metafora della guerra – con tutto un corollario di parole ed espressioni dello stesso campo semantico – ha invaso lo spazio discorsivo della politica da quando Jair Bolsonaro ha assunto il potere. Persino la cultura è stata colpita, in nome di una insana “guerra culturale” contro tutto ciò che i sostenitori del presidente definiscono come “sinistra”. La militarizzazione di parte della gestione pubblica federale rientra in questa situazione apparentemente insolita, con un generale alla guida del Ministero della Salute che afferma di trovarsi là “per eseguire gli ordini”.

Ciò che caratterizza il governo Bolsonaro, per sua esplicita ammissione, è il programma di “distruzione” degli attori, delle istituzioni e della cultura politica di convivenza democratica edificata negli ultimi trent’anni, sotto l’egida della Costituzione del 1988. Nei momenti in cui l’eloquenza conflittuale del presidente ha cercato di mobilitare i suoi sostenitori, Bolsonaro si è espresso senza mezzi termini: “Questa è una dannata guerra”. In altre situazioni, nelle quali ha voluto esibire spirito di concordia e distensione, il suo discorso ha fatto leva sul termine opposto, chiedendo “pace, in nome del Brasile”.

La guerra alla democrazia

La “guerra di Bolsonaro” non è “la continuazione della politica con altri mezzi” (Clausewitz). Non è una guerra effettiva, anche se mira a imporre una “sospensione della politica”, come se ci si trovasse in un contesto rivoluzionario, alla Lenin, per il quale la guerra doveva essere considerata come dispiegarsi della rivoluzione. Non sarà inutile notare anche che Mussolini venerava la guerra e si definiva un rivoluzionario.

Forse è per questo che la sensazione di agitazione frenetica della politica ci rimanda tanto alla guerra quanto alla rivoluzione. Quest’ultima, nei sogni di rottura nutriti dagli ideologi del bolsonarismo, si traduce in una cottura a fuoco lento della democrazia, dei suoi valori, istituzioni, diritti. Una rottura presentata come eliminazione dei “comunisti” e dei “corrotti” dal suolo patrio. Poiché il bolsonarismo non guida un partito fascista o un movimento organico (sebbene abbia mobilitato masse) che combina la strada con le reti sociali e le istituzioni della società politica, si può dire che egli e lo “zoccolo duro” del bolsonarismo mostrano qualche somiglianza con il verificarsi di esperienze come quella dei “45 cavalieri ungari”, menzionata da Gramsci, in cui una minoranza, in mezzo alla paralisi o al disorientamento delle masse, riesce a raggiungere un successo inaspettato.

Garantire il successo ottenuto e portarlo avanti nello stesso schema della campagna elettorale è ciò che è stato fatto in quest’anno e mezzo, lanciando una “guerra di movimento”, aperta e conflittuale, mirante a una vittoria travolgente e storica che imponesse una “nuova egemonia”. Questo movimento permanente e multiforme, che richiedeva un “intervento militare” e un “nuovo AI-5” (famigerato decreto del 1968, che inaugurò il periodo più cupo della dittatura), ha raggiunto il suo apice nel “bombardamento fasullo” con fuochi d’artificio del Supremo Tribunal Federal (STF), suggerendo che si passasse dalla messa in scena a un effettivo “colpo di mano”. In maggio, Bolsonaro ha preso effettivamente in considerazione la possibilità di intervenire nel STF e destituire i suoi componenti.

Il Covid ha cambiato di strategia

Ma vi è stato più di un ostacolo su tale strada. Il numero crescente di decessi causati dalla pandemia e il modo disastroso di affrontarla, l’incapacità dell’Esecutivo di mantenere un livello di governo minimamente ragionevole (fino al disastroso apice toccato con le dimissioni di Sergio Moro da ministro della Giustizia) e, infine, le inchieste della magistratura sui sinistri imbrogli dei figli del presidente, coinvolgenti le milizie a Rio, hanno fermato quella linea d’azione.

La grande manifestazione dell’opposizione contro Bolsonaro, a Rio

Subito dopo, è sopraggiunta una controffensiva democratica capitanata dalle istituzioni della Repubblica, in particolare il STF, che, spalleggiata dalla posizione critica dei media tradizionali, ha conquistato i social network e, pur in piena pandemia, le strade. In varie manifestazioni, la società civile ha iniziato a confrontarsi simbolicamente con i seguaci di Bolsonaro, chiamando a raccolta la società per la difesa della democrazia. Sfortunatamente, a causa di divisioni storiche, il saldo politico di questa controffensiva si è rivelato modesto, mostrando la debolezza delle forze democratiche.

Non di meno, il mutamento ha costretto a un “ritorno alla politica”, pur senza le convinzioni che una simile operazione richiede. Vi è un evidente imbarazzo in questa operazione da parte di chi si attendeva una vittoria fulminante. Ma il passo di Bolsonaro non è solo difensivo. Egli intende, da un lato, impedire l’avvicinamento e una eventuale alleanza tra l’opposizione e i principali esponenti del centro o del centro-destra al Congresso e, dall’altro, impossessarsi di bandiere sociali come i sussidi d’emergenza, che si sommerebbero ad altre proposte di natura assistenziale. Impedire l’impeachment, attraverso una “guerra di posizione”, e mantenere l’attivismo elettorale in prospettiva del 2022 costituisce il senso di questo cambio di strategia e solo la gravità della crisi, a quanto pare, può comprometterne il successo.

Evitare l’impeachment

Il presidente, sentendo il proprio mandato in pericolo, ha censurato l’idea di un colpo di Stato e in seguito adottato una strategia ibrida di congelamento del movimentismo e adozione di una “guerra di posizione”, mirante a evitare la procedura di impeachment. Si è posto fine alla strategia di “sospensione della politica”. È diventato un elemento essenziale cooptare i parlamentari del Centrão (gruppo in cui confluiscono più partiti anche di diverso orientamento, che condiziona gli equilibri del Congresso) nel campo governativo.

Fosse per le vittime del coronavirus

Per il momento, quindi, la minaccia di una distruzione integrale della democrazia sembra scongiurata, sebbene il danno sia stato enorme. Disorientata, l’opposizione ha visto l’impeachment sfuggirle dalle mani, il che, inevitabilmente, ha approfondito di nuovo le sue divisioni. Ciò ha fatto sì che Bolsonaro riuscisse a riprendersi e a uscire dalle corde. Una cosa è certa: dinanzi alla pandemia, Bolsonaro ha esitato e creato ostacoli in modo da non “aprire la cassaforte” per salvare vite (nonché imprese e dipendenti), ma sembra ora non avere dubbi a farlo per garantirsi la rielezione, scelta che potrà aggiungere alle crisi che già abbiamo un aggravamento della nostra eterna crisi fiscale, con conseguenze imprevedibili.

(Traduzione Gianluca Fiocco)

Alberto Aggio, professore di Storia della Università Statale di San Paolo, UNESP

(Articolo apparso originariamente in “Política Democrática Online”, n. 22, agosto 2020)