La guerra degli ayatollah contro i bambini, 58 uccisi in 2 mesi di proteste

Ci siamo tagliati ciocche di capelli e espresso solidarietà. Aspettiamo di vedere che cosa faranno sul campo dei mondiali i giocatori della nazionale iraniana, se canteranno o meno l’inno del loro Paese o se resteranno immobili e vestiti di nero come hanno già fatto prima dell’incontro con la squadra del Senegal il 27 settembre. Distratti dalla spada di Damocle del conflitto in Ucraina, da quel missile che avrebbe potuto portare un ordigno nucleare e almeno stavolta non lo ha fatto, ci siamo un po’ persi per strada la rivolta nelle strade dell’Iran.

Dal 16 settembre, dalla morte di Mahsa Amini per un velo indossato male, ci sono state molte altre Mahsa. I basiji, quelle milizie paramilitari che agiscono su ordine e per conto dei guardiani della rivoluzione, sono tornati a colpire sparando alla cieca nel mucchio: stormi di uomini vestiti di nero, che piombano su persone inermi a bordo di motociclette, aprono il fuoco e si dileguano. E così si contano altri morti, vittime spesso giovani e giovanissime: il più piccolo aveva 9 anni, Kian Pirfalak, freddato mentre era in auto insieme al padre nella città di Izeh il 16 novembre. Per le autorità la colpa è di terroristi arrivati dall’estero.

La stessa spiegazione è stata data per l’uccisione di un altro ragazzino a  Piranshahr, una piccola città nell’Iran occidentale, Kumar Daroftadeh. “Stava solo per strada, non c’erano neanche proteste quella sera – ha raccontato il padre all’Observer -. Il regime nega responsabilità, accusa terroristi stranieri. Non so come l’agente che ha ucciso il mio possa abbracciare i suoi figli. Non so come possa dormire la notte”.

“Terroristi stranieri”

Kumar è uno dei tanti. Sono almeno 58 i minori uccisi in Iran in due mesi di proteste, secondo Human Rights Activist in Iran (Hra): 46 ragazzi e 12 ragazze, sui 378 morti contati finora in tutto il Paese, più di 90 nelle manifestazioni del solo 30 settembre – le cifre cambiano di giorno in giorno e la conta delle vittime è resa più complicata dalla cappa di silenzio che il regime ha imposto, imbavagliando i social e vietando alle famiglie di parlarne, a volte persino di tenere cerimonie funebri. Una dozzina di minori sono stati uccisi nel solo Kurdistan, dove altri tre ragazzini sono morti mentre erano in custodia delle forze di sicurezza. La repressione è stata particolarmente crudele in questa provincia, dove la rivolta seguita alla morte di Mahsa, lei stessa di origine curda, si sposa con l’insofferenza delle minoranze vessate dal regime.

Lo stesso è accaduto nella provincia del Sistan e Baluchistan, dove il 30 settembre un cecchino ha sparato a Mohammed Eghbal, 17 anni, manovale dall’età di nove anni per aiutare la famiglia, colpito a morte mentre stava andando alla preghiera del venerdì a Zahedan: nella stessa città secondo Amnesty International quel giorno sono stati uccisi almeno 10 ragazzini. Quel giorno, ha raccontato un parente di Mohammed, l’ospedale dove i familiari si erano precipitati per avere notizie sembrava quello di una zona di guerra. “Cadaveri che giacevano sul pavimento tra le grida e ai pianti delle madri che riempivano l’aria”.

Minori uccisi in Iran, foto Amnesty.org

La vera forza  della protesta  di questi mesi in Iran è nella saldatura tra vecchie e nuove generazioni, tra rivendicazioni di minoranze e l’insofferenza per la drammatica situazione economica. Ma sono i giovani soprattutto a riempire le strade. E le ferite che la loro morte provoca nelle famiglie e nelle comunità saranno difficili da ricucire. Il sangue approfondisce il solco tra il regime e la piazza, tanto più quando a morire sono bambini o poco più.

La protesta ha assunto toni di sfida inusitati, nonostante le 6 condanne a morte già pronunciate – altri 21 detenuti rischiano la stessa sentenza – e le migliaia di arresti. Dal gioco irriverente di strappare dal capo dei religiosi il turbante, alle fiamme appiccate alla casa natale del padre della rivoluzione, l’ayatollah Khomeini, divenuta un mausoleo e pochi giorni fa bersagliata dalle molotov, al bacio eversivo di due ragazzi per la strada. “Morte ai dittatore, sia lo shah o l’ayatollah”, “Basiji indegni, siete voi il nostro Isis”, “la nostra disgrazia sono i leader inetti”, sono gli slogan della protesta, scanditi insieme al primo grido di rabbia, quel “Donna, vita, libertà” da cui è partito tutto. Mentre Teheran si accorda con Mosca per costruire in territorio russo i droni che colpiranno l’Ucraina, un’altra guerra – quella del regime degli ayatollah contro il suo stesso popolo – ha nei giovanissimi la sua prima linea.