La guerra cibernetica e la strada obbligata della cooperazione planetaria

Si può uccidere un uomo, ma non uccideranno il modo in cui si rallegrava la sua anima quando sognava di essere libero (Alì Primera, venezuelano, el Cantor del pueblo)

Com’è la guerra nel tempo della cibernetica e della digitalizzazione spinta? È disseminata sul web e nei social, teatri bellici per info “guidate” e fake news, combattuta da sistemi informatici di ricognizione e puntamento, da sanzioni e controreazioni, da armi di distruzione sempre più potenti e crudeli utilizzate in modi disinvoltamente criminali.

Il dilemma “Socialismo o barbarie” di Rosa Luxemburg, potrebbe calarsi nell’oggi – in piena, virulenta quarta rivoluzione industriale, fra droni killer, infarti delle linee mercantili e antiche ostilità in forme nuove – chiamando a una sfida fra “Cooperazione e barbarie”. Nel mondo in cui tutto si tiene per via telematica e l’interconnessione fra viventi si fa sempre più palpabile, solo un cammino di collaborazione, di riconoscimento reciproco, di ostinato lavoro per la pace può “redimere l’umanità”, secondo le parole di Martin Novak, insigne biologo e matematico di Harvard, uno di quegli studiosi capaci di strappare i confini tra discipline.

C’è il mondo all’appello, niente di meno, e la cooperazione consapevole della inter-relazione planetaria non è un’opzione tra mille, è l’unica, perché la vera, tossica ingenuità è vivere cercando il Nemico, non il pacifismo. Un volo troppo alto? Ma di che altro abbiamo fame se non di buoni sogni al posto degli incubi e cosa vediamo dall’alto se non conflitti ad alta o bassa intensità, terreni divorati dalla siccità, inondazioni, squilibri sociali devastanti, nuove migrazioni di sopravvivenza, speculazioni sulle materie prime e complessi militari-industriali che ingrassano sconciamente? Una valanga che avanza, anno dopo anno, una semina di paure e dolore.

Vivere ad alta velocità

Klaus Schwab, economista, ingegnere e fondatore del World Economic Forum, in un libro del 2016 dedicato alla “Quarta rivoluzione industriale” aveva provato a delineare qualche traccia di possibile futuro davanti alle forze dirompenti dei mutamenti tecnologici che connotano l’ultima rivoluzione industriale, quella trainata da una crescita ultrarapida delle reti e da continui incrementi digitali che investono ogni palpito di vita. Dalla rivoluzione delle macchine a quella dell’elettricità e della produzione di massa, fino alla rivoluzione informatica degli anni ’60, con internet su scala globale e ora il quarto, sconvolgente passo, dove tutto, compreso l’impatto delle nuove tecnologie su aziende, Paesi e individui, corre a velocità esponenziale.

Un esempio: la capacità di elaborazione per effettuare una ricerca su Google è la stessa che si era resa necessaria per tutte le operazioni in volo e a terra del programma spaziale americano Apollo dal ’61 al ‘72. È l’inveramento del non immaginabile, sia in pace che in guerra, con processori che raddoppiano la loro velocità in due anni. E dell’attuale rivoluzione non scorgiamo solo tracce, ci viviamo dentro. È la “dittatura dei semiconduttori” (che rendono così appetibile Taiwan…), la caccia alle terre rare, il dominio dei mega-elaboratori in campo economico e scientifico, il crossover tra discipline: biologia e fisica, matematica ed ecologia, medicina e informatica. È la robotizzazione dilagante, con le sue ricadute sull’occupazione dei Paesi con manodopera a basso costo. Un gran terremoto creativo che ridisegna perfino concettualmente l’economia, col più grande rivenditore al dettaglio (Amazon) che non possiede manco un negozio, il più grande fornitore di camere (Airbnb) che non ha nemmeno un hotel, il più grande fornitore di mezzi di trasporto (Uber) che non è proprietario di una sola automobile.

Una corrente di opportunità gigantesche trascina con sé rischi di uguale calibro, dalle sfide dell’automazione alla concentrazione apicale della ricchezza con impoverimento delle classi medie. E parliamo di guerra. Quarta rivoluzione industriale vuol dire, oltre ai droni, armi biologiche e biochimiche, spazio militarizzato, utilizzo dei social media per una propaganda che va a bersaglio perché la digitalizzazione globale comporta la pervasività di una informazione manipolabile, senza contare che il rimanere immersi a lungo nel contesto digitale causa un indebolimento delle capacità cognitive (non è fantascienza, è un disagio, non solo giovanile, di massa).

La guerra cibernetica

La “nuova guerra” è guerra cibernetica – hackeraggi, black out, l’Italia ne sa qualcosa – che può avvalersi di mercenari digitali. Il concetto di “avveniristico” decade, l’impensabile è adesso, coi nuovissimi aerei invisibili senza pilota dell’Inghilterra, i robot combattenti della Samsung dotati di mitragliatrici. Vince chi accoppia potenza di fuoco e alta tecnologia omicida, schierando strumenti d’offesa più efficaci governati elettronicamente. Dal campo di battaglia alle sanzioni: viene bloccato a una banca “nemica” il sistema di pagamenti Swift? La possibile via per aggirare il problema si chiama blockchain, una sorta di “portadocumenti” globale che raccoglie tutte le operazioni finanziarie basandosi su un meccanismo generalizzato di fiducia.

Drone militare

L’uso di intelligenza artificiale in guerra ha poi in sé un germe di pericolosità peculiare, che rimanda al dominio e all’incedere senza contrasti del mondo di Techne. Così ne parlava il fisico Stephen Hawking: “L’impatto dell’AI nel breve periodo dipende da chi la controlla, le conseguenze sul lungo periodo dipendono dal fatto se sia controllabile o meno” e il pensiero, a guerre e confronti sparsi qua e là per il pianeta, non corre solo ad Hal 9000, il computer ribelle di “2001: Odissea nello spazio”. La capacità di nuocere, attraverso sistemi d’arma in perenne evoluzione e sempre più disponibili, si è “democratizzata” e senza dover aspettare grossi guai da macchine che apprendono automaticamente, bastano e avanzano qui e ora i mille rivoli scoperti o coperti che garantiscono  l’afflusso di armi. Tutte micce pronte all’innesco.

C’è bisogno come l’aria di ristabilire tavoli di confronto, di ri-alimentare processi di fiducia tra i grandi attori sulla scena mondiale, senza illudersi, nel caso macroscopico della guerra in Ucraina, di poter mettere ai margini la Russia, Paese in mano a un sistema autocratico, prepotentemente corrotto e per questo meno efficiente oltre che destinato a indebolirsi, visti i bassi indici di sviluppo, l’assenza di cornici legali decenti, il basso tasso d’innovazione a livello del vivere quotidiano, ma comunque forte in diversi settori tecnologici e spregiudicato nella manipolazione dell’opinione pubblica e nell’uso di sistemi d’arma letali.

Putin molto gioca su quanto la sua Russia si stia ergendo a baluardo di quei valori tradizionali travolti in Occidente da una visione laica e materialistica, è uno scontro di visioni del mondo, se non di civiltà, cui partecipa la Cina, fortemente critica del “democraticismo” occidentale. Il paradosso è che queste realtà, e l’Europa con loro, anche senza cambi di regime potrebbero avvalersi ancor più grandemente – in nome di reciproci vantaggi – del lato in luce della quarta rivoluzione industriale, della robotica avanzata e dei sistemi per lo sfruttamento delle terre rare, delle tecnologie avanzate in tutti i campi possibili dell’agire umano, della cooperazione scientifica e industriale, della lotta al riscaldamento globale (dove si cambia rotta o addio). Creando benessere, condizioni di vita migliori, a partire dalle buone pratiche di smart city: perché le città andranno ricostruite e ripensate, dopo. In Ucraina, nell’Africa delle megalopoli, ovunque.

È insito nel dilagare dell’interconnessione digitale un modo di operare olistico, cioè totale, e integrato, che “sente” la corresponsabilizzazione globale. Proprio ciò di cui non si è minimamente curato il neoliberismo aggressivo post ’89. Al di là delle opzioni variabili, siano religiose, politiche, culturali, potranno forse salvarci un sano istinto di conservazione e un po’ di pragmatico utilitarismo. Piccoli cambiamenti di prospettiva: scuole, medici, progetti, infrastrutture, non armi che spesso finiscono in mani sbagliate. Un passo alla volta, cominciando a far tacere i cannoni.