Spese militari, i signori del 2% renderanno il mondo più insicuro

Pensando e ripensando ai fatti d’oggi, pensando ai belligeranti-non belligeranti, agli armaioli, a quelli del partito storico “armiamoci e partite”, agli arruolatori persino di Gramsci, profittando di quella sua invettiva celeberrima contro l’indifferenza (“Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”), pensando agli investitori in azioni della Colt o della Beretta, a coloro che hanno ripescato dalle memorie scolastiche il motto “si vis pacem, para bellum” (da cui Parabellum, una cartuccia inventata all’inizio del secolo dal signor Luger), ai detrattori del pacifismo, pensando dunque a lor signori, mi è venuta in mente una parola: rassegnazione. Strana parola in questo contesto quando quella che si potrebbe definire una maggioranza, dai dintorni dei campi di battaglia davanti alle telecamere, dalle poltrone presidenziali, da seggiole e scranni dei talk show, dalle scrivanie dei giornali, invoca le armi, gonfiando il petto e incitando all’eroismo.

Una maggioranza rassegnata

A prescindere dal giudizio che si può esprimere a proposito dei contendenti, criminali o meno, delle loro imprese, delle loro ragioni, insisto: la vedo “rassegnata” questa presunta maggioranza , che ha voce, che strilla, che insulta e censura, rassegnata all’idea che non vi sia altra via all’infuori di quella semplice, una scorciatoia, indicata dal fucile, dal missile, dal cannone. Rassegnata e miope, misera e triste, incurante e irresponsabile, “indifferente” alle sofferenze di milioni di persone, alle distruzioni, alla rovina di una economia fragile in un paese, ben prima della guerra, considerato tra i più poveri d’Europa, rispolverando, a giustificazione, retoriche patriottiche incompatibili con una realtà globalizzata.

“Nostra patria è il mondo intero”, cantavano più di un secolo fa gli anarchici. “Si svuotino gli arsenali, si colmino i granai”, invocava il presidente socialista Sandro Pertini. Una bellissima immagine, di fronte alla fame autentica di tanta gente.

Certo, passerà anche la guerra, arriverà la Cina (che ora sta a guardare come un falco rapace, misurando la preda), e ricostruirà. A quale prezzo?
Ricordo un episodio che rimanda al Vietnam, episodio letto e ascoltato. Ad una delegazione di vietnamiti del Nord, giunta a Roma, chiesero quali aiuti gli italiani avrebbero potuto inviare a Saigon. “Non vogliamo armi – risposero i vietnamiti – Invece, scendete in piazza, manifestate, mostrate i vostri sentimenti di pace”.Le armi ai vietnamiti saranno sicuramente arrivate dall’Urss o dalla Cina, ma credo che gli Stati Uniti siano stati sconfitti anche dall’isolamento subìto, dalle bandiere sventolate in tutto il mondo (anche attorno alla Casa Bianca).

Forse avremmo “tutti” dovuto seguire le raccomandazioni di quei vietnamiti, prima della guerra, molto prima della guerra e ora in guerra. Per “tutti” si intendono individui della specie umana e istituzioni e nazioni, l’Onu e l’Unione Europea, gli Stati Uniti e Pechino, la Nato e la Germania. Anche oggi, a guerra stanziale, dovrebbe valere quell’insegnamento, per una mobilitazione universale. Ma non è andata così e non sta andando così, il pacifista bersagliato, offeso, “senza coraggio”, e forse questa assenza dei principali protagonisti di qualsiasi ipotetico accordo, questo demandare il compito di aprire la porta alla trattativa, ora all’uno ora all’altro paese, rivelano l’autentica ragione del conflitto: una superpotenza contro una potenza risorgente (nei piani di chi la governa), contro una futura possibile potenza, l’Europa, se fosse unita (mentre l’altra superpotenza si defila).

Rileggiamo le parole di Gramsci

Visto che lo abbiamo già citato, tornerò a Gramsci, ai Quaderni del carcere: “Affermazione del Guicciardini che per la vita di uno Stato due cose sono assolutamente necessarie: le armi e la religione. La formula del Guicciardini può essere tradotta in varie altre formule, meno drastiche: forza e consenso, coercizione e persuasione, Stato e Chiesa, società politica e società civile, politica e morale…, diritto e libertà, ordine e disciplina, o, con un giudizio implicito di sapore libertario, violenza e frode…”.

A questo punto della storia, incuranti della regressione che stiamo vivendo, riusciamo solo ad indicare il ricorso alle bombe, difensive naturalmente (ma “difensivo” potrebbe lasciar spazio ad ambigue interpretazioni: in fondo anche Putin ci ha provato, invocando l’allontanamento della Nato dai suoi confini), confinando ai margini consenso, persuasione, Chiesa, società civile…

L’Italia non si tira indietro, asseconda le richieste della Nato, ha promesso armi e aumenterà le spese militari fino al due per cento del Pil. Come preteso. Ci ha spiegato Draghi (lo ha spiegato al Senato): “La minaccia portata oggi dalla Russia è una spinta a investire nella difesa più di quanto abbiamo mai fatto finora”. Più che la denuncia dei tagli che seguiranno (ambiente e cioè fonti rinnovabili o sanità o scuola o welfare) colpiscono l’arretramento di una cultura di pace, forte nel nostro paese, nella storia della Repubblica, dai tempi di Capitini e della marcia Perugia-Assisi (si farà il 24 aprile in nome dell’Ucraina), la rinuncia alla iniziativa politica e persino il pregiudizio nei confronti dell’Unione europea, considerata evidentemente inidonea a promuovere, organizzare e muovere un fronte comune pacifista (forse, da europei, si dovrebbe pensare alla costruzione di una politica estera comune prima che alle armi).

Quanto ci costerà il riarmo? Quanto ci costerà il traguardo del 2 per cento? Quaranta miliardi secondo il primo firmatario della proposta, il leghista Roberto Paolo Ferrari, quasi il doppio del bilancio della Difesa 2019. Come ha scritto Sofia Basso nel sito italiano di Greenpeace, “negli ultimi dieci anni, la spesa militare mondiale è cresciuta del 9,3 per cento, ma il livello di conflittualità è aumentato del 6,5 per cento, mentre il tasso di sicurezza è sceso del 2,5 per cento. Più armi, evidentemente, non ci rendono più sicuri”. Dall’Afghanistan, alla Siria, dallo Yemen all’Ucraina.

Quel 2% del Pil nel conformismo bellico

Resta il dubbio circa la data di partenza della nostra rincorsa, secondo un percorso che dovrebbe concludersi nel 2028, raggiungendo appunto la spesa del 2 per cento del pil. Malgrado alcuni flebili dissensi del Parlamento, continueremo a riarmarci, come è avvenuto negli anni passati: la spesa per la difesa dei paesi Ue è stata in costante crescita (più 25 per cento tra il 2014 e il 2020) e ha raggiunto i 198 miliardi nel 2020 (pari a circa l’1,5 per cento del Pil dell’Ue), come ha indicato Raul Caruso, docente di politica economica alla Cattolica di Milano (in una pagina del sito lavoce.info), 198 miliardi che seguendo i nuovi obiettivi potrebbero diventare molto di più, fino a 270 . Ma, secondo il professor Caruso, che ha collaborato ad una indagine promossa dal Parlamento europeo, “la maggior parte delle spese militari rimane gestita su base nazionale e l’industria europea resta caratterizzata da inefficienza e duplicazione di progetti e costi. Gli stati membri fanno affidamento su campioni industriali nazionali (per esempio, Leonardo e Fincantieri in Italia, Thales in Francia, Navantia in Spagna), spesso di proprietà statale, e si continuano a sviluppare iniziative separate…”. Frammentazione, sovrapposizione, ciascuno per sé: al posto dell’Europa tornano le “Nazioni”.

Forse, sottraendoci al conformismo bellico, un altro pensiero sarebbe necessario, ricominciando dalla politica, l’arma meno letale ma forse più potente, arma dimenticata chissà dove.

Perché abbiamo dimenticato Sassoli

“Costruttore di pace” venne pianto David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, morto a inizio anno, “uomo del dialogo”, che sperava in una “Europa dei popoli per i popoli”. Dimenticato anche David Sassoli, dopo un breve rimpianto.

“Io mi sono vergognato quando ho letto che un gruppo di Stati si sono impegnati a spendere il due per cento del Pil nell’acquisto di armi, come risposta a questo che sta succedendo adesso. La pazzia! La vera risposta non sono altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato – non facendo vedere i denti, come adesso –, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali. Il modello della cura è già in atto, grazie a Dio, ma purtroppo è ancora sottomesso a quello del potere economico-tecnocratico-militare”. Lo aveva detto Papa Francesco. Censurato e dimenticato anche papa Francesco.

La guerra fa strage di tutto.