La giornalista che ha detto no alla guerra al tg russo: “Non mi pento”

Lei, l’amica, l’aveva anche criticata. “La snobbavo”, ha raccontato. “Pensavo: come può una persona onesta lavorare sul Primo Canale raccontando bugie?”. Una bella vita, molti viaggi, sui social le foto delle vacanze su spiagge assolate nel Mediterraneo, i sorrisi dei figli e i suoi golden retriever. Una patina dorata scrostata via dall’invasione dell’Ucraina, dalle bombe che continuano a piovere nell’operazione speciale che in Russia è vietato chiamare “guerra”. E così Marina Ovsyannikova, famiglia per metà russa e per metà ucraina, si è trovata davanti allo specchio della sua vita e ha provato una cosa sola: vergogna. Per le bugie ingoiate e raccontate da giornalista del Primo Canale, nei notiziari seguiti da milioni e milioni di telespettatori. Ha preso un cartello bianco e ha scritto sopra con il pennarello quello che non avrebbe mai potuto dire in diretta tv: «No alla guerra, stop alla guerra. Non credete alla propaganda, vi stanno mentendo». Cinque secondi davanti alle telecamere, passando alle spalle della collega che leggeva le notizie. Cinque secondi, il tempo di reazione della regia, prima di cambiare inquadratura.

“Mi vergogno”

Vergogna. E’ stata la stessa Marina Ovsyannikova a spiegarlo in un video registrato in anticipo e affidato al gruppo per i diritti umani OVD-Info. “Mi vergogno di aver permesso la trasformazione in zombie dei cittadini russi – ha detto la giornalista -. Siamo stati in silenzio nel 2014, quando tutto è cominciato. Non abbiamo protestato quando il Cremlino ha avvelenato Navalny. Abbiamo osservato in silenzio questo regime disumano, e basta. E ora il mondo intero ci ha girato le spalle. E nemmeno le prossime dieci generazioni riusciranno a lavare la macchia di questa guerra fratricida. Noi russi siamo un popolo intelligente, un popolo che pensa. Solo noi abbiamo il potere di fermare questa follia. Andate a protestare. Non abbiate paura di nulla. Non ci possono rinchiudere tutti”.

Un gesto clamoroso, questa apparizione in tv con un cartello di protesta, un gesto che il portavoce del Cremlino ha bollato come “teppismo”. Tanto più clamoroso nella Russia di Putin che ha appena introdotto una norma che prevede pene detentive fino a 15 anni per chiunque diffonda notizie che il Cremlino classifica come false. False come dire che in Ucraina c’è una guerra. E che ai danni del popolo russo si sta consumando un tragico inganno. Già quasi 15.000 i manifestanti russi arrestati per aver provato a dire le stesse cose per la strada. Per questo si è temuto per la sorte di Marina Ovsyannikova, arrestata e come inghiottita nel nulla per molte ore dopo la sua protesta in tv. Il presidente Macron ha subito offerto la sua protezione diplomatica e si è detto pronto a sollevare il suo caso con lo stesso Putin. La Federazione europea dei giornalisti ne ha chiesto l’immediato rilascio, mentre Zelenski esprimeva la sua gratitudine.

14 ore di interrogatorio

Ma ieri la giornalista è comparsa al tribunale distrettuale di Ostankino a Mosca con il suo avvocato, Anton Gashinsky, difensore dei diritti umani. Per 14 ore, ha raccontato, è stata interrogata senza alcun tipo di assistenza legale e senza poter contattare nessuno. “Non riconosco la mia colpa – ha proclamato in aula -. Rimango convinta che la Russia stia commettendo un crimine e che quella in Ucraina sia un’aggressione”. Per ora le è stata inflitta una multa, 30.000 rubli, circa 250 euro, sanzione amministrativa per aver organizzato un evento pubblico non autorizzato e che si riferirebbe soltanto al video pre-registrato e diffuso via social.

Secondo la Tass ci sarebbe anche un’inchiesta penale a suo carico per “diffusione consapevole di false informazioni” sulle forze armate russe, ma i legali della giornalista confidano che si rimanga nell’ambito del reato amministrativo, anche in virtù del fatto che Marina ha un figlio minore di 14 anni. O forse anche in virtù dell’eco che inevitabilmente ha suscitato la protesta, entrata nelle case di milioni di russi, ripresa nei social e dagli altri media, sia pure con le dovute accortezze di autocensura.

“Per me è un’eroina”

La Novaja Gazeta, giornale di Anna Politovskaya, ha pubblicato la foto della protesta, cancellando le scritte sul cartello, con l’eccezione della frase contro la propaganda, perché appunto in Russia non si può parlare di guerra, aggressione o invasione dell’Ucraina. Nel commento che affiancava la foto si paragonava il gesto di Marina Ovsyannikova a quello di otto dissidenti sovietici che nell’agosto 1968 marciarono sulla Piazza Rossa dispiegando un cartello con la scritta “Per la tua e la nostra libertà”, per concludere che quello appena visto in tv è stato senz’altro un evento più dirompente. Loro erano insieme, Marina – scrive il giornale – ha agito da sola. Loro erano dissidenti, lei una giornalista ben pagata che sapeva di rovinare la sua carriera e forse anche quella del marito. Ma soprattutto “Ovsyannikova è stata vista da milioni di persone. E ciò che è molto importante, l’hanno vista sul canale della televisione di stato. E ciò che è molto importante – l’hanno vista nello stesso momento. Non tutti, naturalmente, ma almeno la metà di questi milioni sono diventati persone felici in quei cinque secondi. Tutti quei milioni – tutti insieme – hanno visto che non erano soli nel loro atteggiamento nei confronti dell’ignobile crimine”.

Marina Ovsyannikova ieri è tornata a casa, con un gran desiderio di farsi una bella dormita dopo tutta la tensione accumulata. In tribunale è apparsa tranquilla, forse persino sollevata. L’amica che una volta la snobbava e a cui aveva confidato le sue intenzioni ha raccontato al Guardian di aver provato paura mista ad orgoglio, quando l’ha vista con quel cartello in mano. “Ho pianto. Ho realizzato che la sua vita non sarà più la stessa. E’ un’eroina”.