La fuga di Juan Carlos
e l’incredibile
estate spagnola

Pablo Iglesias è il leader di Podemos e vicepresidente del governo spagnolo. Irene Montero, anch’essa di Podemos è Ministra nello stesso governo. I due sono coppia anche nella vita e qualche settimana fa decisero di passare qualche giorno di riposo a Felgueras, nelle Asturie, ospiti di Enrique Santiago, deputato e compagno di partito. Poche ore dopo il loro arrivo sono apparsi centinaia di messaggi sui social media che indicavano l’indirizzo della loro residenza con pesanti minacce a tutta la famiglia. Una ondata di gravi messaggi di morte a tutta la famiglia, orchestrata dalla destra e ultradestra spagnola.

Pablo Iglesias e Irene Montero

Le minacce a Iglesias e Montero

La coppia ha fatto diverse denunce alle autorità giudiziarie e di polizia, ma nessun giudice, nessuna Procura, nessuna autorità della Guardia Civil è mai intervenuta. Qualche giorno dopo hanno deciso di interrompere la vacanza e tornare a casa, preoccupati soprattutto della incolumità dei propri figli. Pablo Iglesias ha reagito con un comunicato dove dice: “Quello che l’estrema destra e alcuni media stanno facendo alla nostra famiglia è grave, ma bisogna mettere ogni cosa nel suo contesto. C’è gente che ha pagato con la propria libertà, con la propria vita e con le torture la difesa delle proprie idee ed il proprio diritto a fare politica. Non è il nostro caso. Non è giusto che i miei figli debbano soffrire le conseguenze dell’impegno politico dei loro genitori, ma non dimentichiamo che ci sono migliaia di bambini che vivono situazioni molto più vulnerabili. Il vittimismo non mi appartiene”. Non è la prima volta che la famiglia Iglesias-Montero subisce questi attacchi. Sotto la loro casa di Madrid, più volte si sono radunati militanti di Vox dotati di megafoni con insulti e grida contro il leader di Podemos. Mai un intervento della polizia.

L’episodio delle Asturie segnala l’impennata di una campagna di odio dell’estrema destra spagnola e la tempistica non è casuale.

Queste prime settimane di Agosto sono state cruciali per la Spagna. Il 3 di questo mese con una lettera indirizzata a suo figlio Filippo IV, Re di Spagna, Juan Carlos “Re Emerito” annunciava di lasciare il paese. Sotto accusa per un caso di corruzione con potenti sceicchi arabi, indagato dalla magistratura svizzera, messo sotto accusa da una sua ex amica, Juan Carlos di Borbone fuggiva dal suo paese alla velocità di un razzo. Le ultime notizie, confermate dalla Casa Real, lo danno ad Abu Dhabi negli Emirati Arabi, paese dove, praticamente, vige lo schiavismo, fortemente sospettato di essere uno dei principali finanziatori del jihadismo, ma, ed è questa la cosa importante per El Rey Emerito, è un paese che non contempla l’estradizione con la Svizzera.

Juan Carlos

 

La fuga del “re emerito”

La notizia della fuga di Juan Carlos è stata una scossa per la Spagna, già alle prese con nuovi focolai di Covid 19. Si è riaperto il dibattito su Monarchia o Repubblica. E si è riaperta la vecchia ferita mai sanata della guerra civile e del franchismo. Molti hanno scritto dei meriti del vecchio Re nella transizione democratica spagnola, pochi (ma molti di più nella stampa europea e di lingua anglosassone) hanno invece ricordato che Juan Carlos salì al trono per volontà di Franco, che prima della sua morte regolò tutto per trasmettere al giovane Re la successione. Ancora meno hanno messo in dubbio il ruolo del Re Emerito nel tentato golpe del 23 Febbraio 1980. La storia recente, anche quella progressista, lo ha sempre considerato come colui che fermò i militari. Ma da molto tempo sta venendo alla luce un’altra verità: che Juan Carlos era tra gli ideatori del tentato golpe e che all’ultimo momento fece il voltafaccia ai militari abbandonandoli al loro destino. Un profilo meno limpido di quanto si è pensato finora.

Ma la fuga, la corruzione, le decine di milioni di euro portati al sicuro clandestinamente, hanno indebolito, nel volgere di pochi giorni, la fiducia nella monarchia e creato delle crepe nel mito della “Transicion”. Il movimento Repubblicano, che sembrava sopito fino a quel momento ha cominciato a riprendere voce. Le più forti sono venute dall’indipendentismo catalano e da Podemos. PPE, Ciudadanos e Vox continuavano a difendere l’istituto monarchico ciecamente. Il PSOE da sempre repubblicano, sorprendendo e facendo arrabbiare i suoi elettori, si metteva ad argine difensivo della Monarchia.

Come se non bastasse il 7 Agosto veniva dato un altro colpo al sistema spagnolo e particolarmente al suo sistema giudiziario: un Tribunale Belga respingeva la richiesta di estradizione del Tribunal Supremo di un ex consigliere della Generalitat di Catalunya, Lluis Puig, da tempo in esilio in Belgio. La motivazione del giudice belga è da manuale: “il Tribunal Supremo non può chiederci l’estradizione perché non è di sua competenza. Se il presunto reato è stato compiuto a Barcellona dovrà essere un Tribunale catalano ad inoltrare la richiesta”. La sentenza mette in ridicolo tutta l’impalcatura del Tribunal Supremo contro i catalani e costituisce un precedente solido che potrebbe far crollare la richiesta al Parlamento europeo di togliere l’immunità ai quattro europarlamentari eletti nelle liste indipendentiste. Una parte della stampa spagnola mette sotto accusa il sistema giudiziario, denunciandone lo spirito imparziale e aggressivo, punito da un Tribunale europeo. Tutti gli altri giocano in difesa, qualche politico si avventura nel dire che nessun Tribunale “straniero” può interferire nella giustizia spagnola (dimenticando il piccolo dettaglio che la Spagna è un paese, anche importante, della UE), altri si avventurano su un terreno accidentato e sconclusionato sostenendo addirittura che la sentenza del Tribunale Belga sarebbe un “attentato alla integrazione europea”. L’eco delle risate da Bruxelles si è sentito in tutta Europa.

Ma a questo punto accade qualcosa. Probabilmente qualcuno in Spagna ha pensato che la misura era colma. Ed ecco che in pochi giorni, in rapida successione, viene messo in detenzione un giudice della Corte Costituzionale, Fernando Valdes Dal-Rè, accusato da un vicino di casa, che lo ha sentito urlare dalla finestra e per questo accusato di violenza di genere contro la moglie. Valdez Dal-Rè era l’unico giudice in favore della immunità per Oriol Junqueras, il leader catalano in carcere da due anni.
Ma la cosa più sorprendente avviene dopo: Vox, il partito dell’ultradestra spagnola, deposita una denuncia contro Podemos per finanziamenti occulti. Tale denuncia viene “avvalorata” da un ex dipendente del partito, un avvocato che dice: “Io non so niente, ne ho solo sentito parlare”. Sulla base di questo il giudice apre un procedimento giudiziario contro i dirigenti di Podemos. Inutile che essi si affannino a spiegare che in realtà si tratta di un fondo di solidarietà volontario per aiutare chi è in difficoltà. La notizia spazza via dalle prime pagine dei giornali la fuga dell’Emerito, il dibattito su la Repubblica, la messa in discussione della cupa e minacciosa giustizia spagnola e si apre una vera e propria campagna di odio.

Francisco Franco

Le radici dell’odio

Ma le radici dell’odio in Spagna vengono da lontano, gli errori della transizione, che pur di portare a termine il processo democratico ha messo una pietra tombale sui crimini del franchismo, hanno lasciato ferite profonde. Migliaia di famiglie di oppositori politici uccisi o torturati sono rimaste senza giustizia. Alcuni non sono ancora riusciti a recuperare i corpi dei loro cari. Federico Garcia Lorca, il più grande poeta spagnolo fu arrestato, torturato, assassinato e fatto sparire il suo corpo dagli aguzzini franchisti.

La fuga di Juan Carlos, nella sua tragicommedia, ha avuto due meriti: quello di rivelare la fragilità di questa monarchia, nata per merito di Franco (non dimentichiamo che la Guerra Civile scoppiò per la reazione della destra alla neonata Repubblica Spagnola) ed il suo anacronismo e ha rivelato al mondo l’esistenza di un “deep state” all’interno dello stato spagnolo, fondato su valori che risalgono ai Conquistadores, che nulla hanno a che fare con uno stato di diritto moderno, dove tutto è bianco o nero, dove la politica è una corrida e non il tentativo di trovare soluzioni per il bene comune. Un deep state che non prende ordini da chi è stato regolarmente eletto dal popolo ma che punta solo a difendere i suoi interessi predatori. Un avviso a Pedro Sanchez in vista dell’arrivo dei miliardi del Recovery Fund. Forse una maggiore attenzione europea a queste vicende può aiutare il popolo spagnolo. Perché solo nella Unione Europea, nel Diritto Europeo, ci sono le risorse per uscire da questa crisi.

Robert Doinel