La follia e il cinismo che lasciano segni nel terremoto, da L’Aquila al Friuli

“Non è che c’è un terremoto al giorno”. Questa affermazione che forse a qualcuno potrà risuonare famigliare è estrapolata da una intercettazione telefonica di oltre dieci anni fa. Un piccolo imprenditore si rallegrava col cognato per i possibili futuri affari in seguito a un evento sismico “io ridevo stamattina alle 3 e mezzo dentro il letto”.
Quell’evento sismico è il terremoto de L’Aquila che il 6 Aprile 2009 si porta via 309 persone, ne ferisce 1600 producendo oltre 10 miliardi di euro di danni. Non è il primo, non sarà l’ultimo terremoto che ci sarà in Italia, zona sismica tra le maggiori al mondo.

Tra le macerie de L’Aquila

Foto PxHere

Ma è quello che succede prima di quel giorno e quello che accade ancora oggi che forse vale la pena di essere ricordato.
Perché tornare oggi a L’Aquila come ho fatto anche io pochi giorni fa non significa solo ritrovarsi di fronte a palazzi ricostruiti. Lo scenario anche in molte parti del Centro Storico è fermo a quel giorno, bastano pochi metri per passare dalle luci e dai colori dei locali che animano il capoluogo abruzzese ad intere vie ancora ferme in maniera spettrale alla notte di oltre dodici anni fa.
L’Italia sembra giocare con i riflettori, finché restano accesi la macchina della solidarietà colma i vuoti che dovrebbero essere gestiti dalla virtuosità delle amministrazioni locali e dal coinvolgimento di Stato e Regioni.

Una ricostruzione molto parziale

Ma appena tutto si spegne e una nuova notizia riceve maggiore attenzioni ecco che molti, soprattutto le persone più fragili, vengono abbandonati. E abbandonati sono oggi molti edifici, frazioni, comuni che si snodano tra Abruzzo, Umbria e Marche, devastati questi ultimi dal terremoto con epicentro Norcia nell’ottobre 2016.
Senza una adeguata attenzione sismica alle case e alle infrastrutture nuove tragedie sono destinate ad accadere.

Torniamo alla Casa dello studente

Foto di Angelo Giordano da Pixabay

Torniamo alla notte del 6 Aprile 2009, torniamo a L’Aquila, in particolare alla Casa dello Studente.

Nell’edificio muoiono sette universitari oltre al portiere dello stabile, un edificio costruito nel 1965 e destinato a crollare perché “subentrati, per così dire, in una situazione connotata da una variazione di uso, di fatto, ormai già realizzata da anni, hanno sicuramente trascurato che la Casa dello Studente è stata trasformata da edificio realizzato negli anni ’60 destinato ad abitazioni private, in una vera e propria struttura alberghiera, munita di tutte le relative dotazioni, che ne hanno palesemente stravolto l’originaria conformazione interna”.
Così scrive la Suprema Corte condannando tre ingegneri e il presidente della Commissione collaudo dell’Azienda per il diritto agli studi universitari. Tragedia nella tragedia, giovani studenti arrivati in città anche dall’estero che l’incuria e il mancato rispetto delle più banali norme hanno portato via.

Rimane così dopo ogni terremoto lo stravolgimento della normalità, le nuove quotidianità dove ci si ritrova a contatto con perfetti sconosciuti, sradicati dalle proprie mura in nuovi quartieri improvvisati, in moduli abitativi prefabbricati dove spesso si finisce per trascorrere anni se non decenni.

La precarietà tra i prefabbricati nei versi di Cappello

Foto PxHere

Lo racconta bene un poeta prematuramente scomparso, il friulano Pierluigi Cappello che ha conosciuto l’esperienza del terremoto, aveva 9 anni e viveva a Chiusaforte, ai confini tra Austria e Slovenia.
Di quel Friuli sepolto ha scritto spesso, senza retorica parlando anche della faglia, di quel senso di precarietà che gli è rimasto addosso da quel giorno, a lui come a una intera generazione di ragazzini conterranei a cui era stato destinato troppo in fretta dalla natura il compito di fare i conti con la realtà.
Ma oggi è con la follia e il cinismo umano che dobbiamo fare i conti, un evento sismico ancora più potente e in grado di produrre macerie nelle nostre comunità difficili da rimettere assieme.

[ Campo Celis, 1978 // due cerchioni cromati, copertoni consumati / fino all’anima di metallo / un vecchio telaio Bianchi / una rete da materasso sfondata al centro / una quantità imprecisata di bottiglioni vuoti / un disordine slavo e un fusto di latta / un motore grippato su un cavalletto / la ruggine bagnata, il metallo di tubi Innocenti / addossati alla parete di legno / la libertà dei terremotati, lo zenit dei prefabbricati.]

Pierluigi Cappello, Mandate a dire all’imperatore. Crocetti 2010.