La finanza paziente della Scozia

La Scozia si prepara all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea e annuncia una mossa importante. E’ la creazione della Banca Nazionale Scozzese di Investimenti (SNIB). Sarà un’istituzione statale con un unico scopo: sovvenzionare grandi idee di piccole e medie aziende innovative. Una forma di “finanza paziente”, come hanno detto l’amministratore delegato Benny Higgins e la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon.

E’ un progetto basato sul lavoro e l’esperienza internazionale di Mariana Mazzucato, doppia nazionalità statunitense e italiana, consigliere economico del governo scozzese fin dal 2016, docente di economia dell’innovazione e del valore pubblico all’University College di Londra. Mariana Mazzucato è consulente di diversi enti governativi nel mondo. Ha pubblicato per Anthem nel 2013 “Lo stato imprenditore: ridimensionare i miti sul settore pubblico contro quello privato”, libro dell’anno nella lista del Financial Times e uscito per Laterza, col titolo “Lo Stato innovatore”.

Che la finanza pubblica debba essere sinonimo di burocrazia e quella privata di efficace dinamismo, sostiene la professoressa Mazzucato, non ha riscontri in molte realtà. “In una serie di casi – scrive la studiosa nel suo sito – dall’informatica alle biotecnologie, dalle nanotecnologie all’industria ambientale, è vero l’opposto. Il settore privato trova il coraggio di investire solo dopo che uno Stato imprenditore ha fatto gli investimenti ad alto rischio…  ad esempio ogni tecnologia che rende l’iPhone così smart è stata finanziata dal governo americano: internet, il GPS, il touch screen e l’attivazione della voce con Siri”.

La Scozia parte con 500 milioni di sterline e conta di capitalizzarne come minimo 2 miliardi entro i primi dieci anni, ha detto il primo ministro Nicola Sturgeon che è anche presidente del Partito Nazionale Scozzese, di orientamento socialdemocratico e indipendentista. Subito dopo il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea la Scozia ha espresso contrarietà politica e timori economici. Contrarietà perché, come ha detto Michael Russell, ministro scozzese con delega ai negoziati sul posto della Scozia in Europa, “come i nostri vicini irlandesi siamo stati messi in una situazione indesiderata e non per opera nostra”.

Al referendum sulla Brexit in Scozia il 62 per cento dei cittadini aveva votato per restare in Europa, in Irlanda il 55,8 per cento. I timori vengono dai dati: se vi sarà un’uscita dal mercato unico e dall’unione doganale, come prospettano le ultime prese di posizione di Londra, il prodotto interno lordo della Scozia calerà dell’8,5 per cento entro 12 anni, l’equivalente di 2.300 sterline a persona. Nicola Sturgeon in un laconico tweet, dopo l’ultimo incontro con Theresa May, ha avvisato che non permetterà alcuna “presa di potere” da parte di Londra.

La Scozia ha preso alcune contromisure: come il Continuity Bill, la legge di continuità. In linea con lo storico decentramento di poteri e istituzioni Edinburgo esige che Londra riconosca per la Scozia il diritto a predisporre leggi proprie per l’uscita dall’Unione Europea. Una posizione condivisa anche dal Galles. Se non avrà le mani libere per stabilire nuove leggi nei rapporti con l’Unione Europea, la Scozia ha già annunciato che non approverà mai il Great Repeal Bill, la legge della grande uscita, quella del Regno Unito dall’Unione. Un passaggio costituzionale vincolante. Da parte della Scozia è una mossa inaspettata, giuridicamente sottile. Non meno che l’inizio di una finanza pubblica orientata all’innovazione, etica e apertissima all’Europa.