La fatica di Letta e quella elegante pacatezza che cerca di sovrastare le urla

Ho seguito anch’io, come molti altri milanesi, l’incontro di un paio di pomeriggi fa con il segretario del Pd, Enrico Letta, in apertura di quella che un tempo si chiamava semplicemente “Festa dell’Unità”, che ora sui manifesti pare sia “Ride the change”, cavalca il cambiamento, in omaggio al luogo che ci ospitava, che ho scoperto chiamarsi “Ride”, un luogo di mostre e di intrattenimenti vari, un tempo una fabbrica o un grande magazzino, con tanto di ampio cortile alberato. “Ride the change”, dunque: mi adeguo al cambiamento in nome dell’innovazione. L’Unità è obsoleta, era persino comunista, italiana ma comunista.

La misurata ironia verso l’ex segretario

Letta è stato bravo, bravo in un modo che oggi si faticherebbe a considerare al passo con i tempi: è stato pacato, sobrio, elegante, ha cercato di ragionare, ha spiegato le scelte del Pd, non ha urlato gesticolando improperi contro gli avversari, si è concesso solo qualche ironia nei confronti di un precedente segretario del Pd (che peraltro non ha mai indicato per nome). Anche lo “stile” conta qualcosa: è una misura dell’affidabilità, è un segno del rispetto per gli altri e per le regole della democrazia. Non so a quanti elettori giungerà il suo messaggio. E’ comunque riuscito a sollevare gli animi di quanti erano lì ad ascoltarlo. A stimolare qualche ottimismo in chi, leggendo i giornali, seguendo i dibattiti televisivi, si ritrova sommerso da sondaggi che propongono a raffica percentuali in una direzione soltanto e proclamano già il vincitore, come se non ci fosse neppure bisogno di andare al voto… perché si sa già l’esito.

Letta ha parlato di sanità, di medicina del territorio (e forse qualche battuta polemica nei confronti di amministrazioni regionali di destra che in Lombardia, nel corso di decenni, con sorprendente ostinazione, hanno consegnato la sanità pubblica alla speculazione privata sarebbe stata gradita), di scuola (anche di stipendi degli insegnanti, il cui livello sarebbe da avvicinare alla media europea), di lavoro, di ambiente, di casa, di giovani (e alla festa i giovani presenti erano tanti), anche di “voto utile” per evitare il dissanguamento dell’uninominale, per le troppe divisioni.

La parola “pace” andrebbe usata più spesso

Mi ha colpito che non abbia mai usato la parola “pace” eppure di pace ci sarebbe enorme bisogno, come sanno quanti come noi vivono gli effetti di quella orrenda guerra: non è per fortuna questione, per noi, di vita e viene difficile dire di sofferenza, davanti alla sofferenza vera, atroce, di quanti in mezzo a quella guerra, vecchi, bambini, incolpevoli cittadini, sono costretti a sopravvivere. Ma è inevitabile che chiunque a casa nostra senta parlare di restrizioni, di scorte di gas, di spese militari, consideri poi quanto anche quelle vicende incidano sulla nostra situazione, quanto possano frenare la soluzione di quei problemi, dalla sanità appunto alla scuola, al lavoro, che ci stanno di fronte. Il nesso è percettibile. Forse Letta avrebbe potuto dire qualcosa, dire pace e dire della necessità di uno sforzo comune dell’Europa per imboccare la strada della pace, lasciando Biden ai suoi interessi, rivendicando una posizione originale.

Ci sarà l’occasione anche per questo.

E non scordiamo i morti sul lavoro

Fossi stato accanto a Letta, però, un suggerimento glielo avrei dato. Gli avrei ricordato che cosa era accaduto solo il giorno prima, primo settembre, a Crotone. Gli avrei ricordato la morte di tre operai che stavano lavorando su un rimorchiatore e i rischi per un quarto operaio, in gravissime condizioni. Due corpi scaraventati sulla banchina del porto, il terzo in mare. Per una esplosione si è detto. Gli avrei ricordato che dall’inizio dell’anno sono morte sul lavoro quasi seicento persone: la ragazza stritolata dalla macchina tessile senza più protezioni, il muratore precipitato dall’impalcatura, il magazziniere schiacciato dalla caduta di un carico. Dall’inizio dell’anno sono stati denunciati quasi mezzo milione di incidenti sul lavoro (il quaranta per cento in più rispetto al 2021). Sarebbe facile dedurre i costi economici. Quelli umani e morali sono ben più grandi. Eppure questo è lo stato del lavoro, è la prova tragica di una realtà di sfruttamento, di abusi, di arretratezza, di inadempienza. Quei morti sono la conseguenza di una deriva sociale che può cominciare dagli stage non pagati (ricordate il ragazzino schiacciato da un mezzo meccanico durante una prova scuola-lavoro?), dall’istruzione che manca, dalla formazione negata, dai controlli assenti e finisce nei cantieri, nelle fabbriche, nelle officine, nello spoon river del nostro paese… Penso che un partito di sinistra (se vuole cominciare a definire che cosa sia la sinistra nel terzo millennio) debba scrivere anche questo capitolo nella sua identità (magari provando a dialogare con il sindacato, che di esperienza nel campo ne ha fatta tanta) e nel suo rivendicare modernità. Dalla rivoluzione industriale in poi sono state battaglie per i salari, ma anche per la salute e la sicurezza dei lavoratori, dal metalmeccanico al rider delle nostre pizze. Nel timore che arrivi una riforma costituzionale, teniamoci stretto il nostro articolo 1: l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro.