La fabbrica e quelle mani di operaio
pensando alla morte di Luana

Per quale motivo negli ultimi giorni il tema del lavoro e delle morti sul lavoro sia tornato all’attenzione pubblica non è difficile da capire: ha colpito la morte tra le tante morti di Luana D’Orazio, operaia come tanti ma anche giovane, recente madre, così bella da fare la comparsa nei film della nostra commedia all’italiana. Una distonia tra la serenità e lo splendore che emerge dagli scatti lasciati sui social e la tragica fine, stritolata nel ventre di una macchina. La fabbrica che distrugge la bellezza.

Il lavoro è il tema centrale

Un canone potremmo arrivare a dire, quel canone che ha permesso l’attenzione pubblica. Luana muore e dalle sue ceneri risorge un sentimento popolare, una coscienza che non va sminuita.

Perché intanto altri operai muoiono, perché le condizioni lavorative delle nostre fabbriche peggiorano drasticamente: turni massacranti, protocolli di sicurezza infranti, mancati corsi di aggiornamento, alla faccia dello smart working della cui narrazione ci siamo francamente stancati.

Perché, se il lavoro c’è in Italia uno se lo deve tenere, ad ogni costo e a qualunque rischio. Un esempio? Mentre il personale medico veniva prontamente vaccinato in piena pandemia, i lavoratori della grande e piccola distribuzione rimanevano esposti nel loro costante contatto con la clientela, e così i riders o i corrieri che mai nemmeno un minuto si sono fermati. Il tema potrebbe essere esteso anche a quello dei facchini dei colossi di arredamento dove molti di noi – me compreso – acquistano i mobili, oggetto in questi giorni di ispezioni da parte del Ministero del Lavoro.

Insomma non è un tema solo la fabbrica, è un tema il lavoro; e non è stato il Primo Maggio, asciugatosi qui ormai di significato come una sorta di concerto costola di Sanremo, è stata la bellezza e la giovane età di Luana a ricordarci quanto per troppo tempo abbiamo voltato la faccia interessandoci solo della nostra situazione lavorativa, delle nostre cose, del nostro giardino, della nostra povertà d’animo prima ancora che economica.

Fabio Franzin nella fabbrica ha lavorato, non l’ha guardata dall’esterno come Vittorio Sereni. Parla per averla vissuta in ogni sua forma, dal lavoro al precariato, dalla costruzione alla dismissione. Scrive da sempre nel dialetto della terra in cui si trova, una scelta ancora di maggiore solitudine, poeta dialettale di una lingua conosciuta da pochissimi, ormai asciugatasi, parla di temi che forse interessano poco. Ma grazie a Luana che ci ha aperto la coscienza e grazie a Fabio che continua a sporcarsi le mani, a renderle callose e dure nella scrittura, grazie a tutto questo dovremmo renderci conto che il lavoro e la sicurezza del lavoro non è un tema solo nostro o privato ma è un tema collettivo; dovremmo renderci conto che va rispettato e dovremmo chiederlo innanzitutto a chi può decidere con le leggi, con l’applicazione delle norme e con i controlli, di renderlo davvero qualcosa di differente, qualcosa di proprio della natura umana e nobilitante come troppo tempo fa si pensava.

mani lavoroCon queste mani

Co’ste man, ‘e stesse che ‘dèss scrive, / ‘ò segà, fresà, ciapà in man panèi / de legno, invidhà, sbusà, scocetà, / incoeà, inpacà, sièlt e scartà, bordà, / stucà, ritocà, segnà, fregà e inbaeà / par pì de trenta àni. Co’ste man / ‘ò carezhà mé fémena e mé fiòi, / ‘a front de mé pare co’ l’é mort. // ‘Dèss me ‘e mete contro el muso, / davanti ‘i òci. No’ò pì nianca / el coràjo de vardàrme al spècio, / nianca el coràjo de farme ciao.

Con queste mani, le stesse che ora scrivono, / ho segato, fresato, afferrato pannelli / di legno, avvitato, forato, bloccato col nastro adesivo, / incollato, impaccato, scelto e scartato, bordato, / stuccato, ritoccato, segnato, levigato e imballato / per più di trent’anni. Con queste mani / ho accarezzato mia moglie e i miei figli, / la fronte di mio padre quando è morto. // Adesso me le premo contro il viso, / davanti agli occhi. Non ho più neanche / il coraggio di guardarmi allo specchio, / nemmeno il coraggio di salutarmi.

 

 

Fabio Franzin

A fabrica riabandonàdha

Arcipelago Itaca 2021.