La doppiezza della Meloni: ieri nemica dei governi tecnici oggi ideatrice di un governo semitecnico

Scriveva Schumpeter nel lontano 1942 che parte integrante della politica democratica sono le campagne pubblicitarie, gli slogan, le manifestazioni, la propaganda, perché un partito (anzi il suo leader) esiste per vincere. Quel che avverrà dopo, quando ha vinto (se vince) è il capitolo di un’altra storia. Schumpeter era un realista cinico e non credeva che ci fossero promesse da mantenere, ma slogan con in quali vincere. Per un realista etico come Norberto Bobbio, invece, la democrazia elettorale era fatta di partiti che promettevano in vista di essere giudicati in base alle promesse mantenute. Su questa base ci poteva essere una richiesta di responsabilità da parte degli elettori e infine la punizione alle elezioni successive se le promesse non fossero state mantenute.

Il video di Giorgia Meloni a Vox

Giorgia Meloni ha per anni recitato con determinata e aggressiva facilità il ruolo dell’opposizione (quando non era al governo, poiché al governo c’é stata e ha anche votato mozioni e leggi imbarazzanti). Questa campagna elettorale l’ha stravinta proprio per questa ragione. Non c’è da credere che Meloni abbia preso voti di fedeli. Non c’è tanta destra per fede in questo paese, mentre c’è l’elettorato da centro commerciale di cui parlava Schumpeter. La propaganda vincente di Meloni è stata soprattutto quella messa a segno durante il governo a guida Mario Draghi, usando l’argomento che era un governo tecnico, che il Parlamento era esautorato e che la democrazia non vuole governi tecnici, ecc… Cose che – diceva – riescono bene alla sinistra, che pur di stare al governo si fa sostenitrice di governi tecnici.

La promessa di pulcinella: questa la roboante campagna di opposizione che ha incoronato Fratelli d’Italia. Il governo che verrà sta faticosamente per essere cucinato, con la Lega (perdente ma forte abbastanza da determinare le sorti del governo) che grida populisticamente che vuole un governo politico – e ci si deve credere. E invece, Meloni farà un governo a metà, con ministeri chiave coperti da “tecnici” (cerca anche la proverbiale “botte di ferro” dei non-politici per scaricare su di loro le responsabilità nel caso non funzionino come dovrebbero).
Questo suo cambio a U della direzione di marcia viene letto dai bonari opinionisti come segno di una moderazione apprezzabile. Il segno che Meloni non é di destra, ma una conservatrice oculata. Lei capisce l’antifona e comincia a usare il doppio binario: grida come una forsennata quando fa uscite internazionali (che sono seguitissime dai suoi fedeli) e cambia toni (e abiti) quando parla (poco, avendo ben appreso l’arte draghiana) all’opinione italiana.

La doppiezza la si era vista abbondantemente già prima. Sguaiata quando arringava la platea spagnola di Vox, compunta come una scolaretta quando era intervistata da FoxNews. E così ora: ha vinto blaterando contro il governo tecnico del quale è diventata brava interprete. E oggi molto probabilmente sta cucinando un governo semi-tecnico. Prevedibile, del resto, visto che in politica economica ha poco di diverso da dire rispetto al ricettario neoliberale, che a lei piace come pare di capire dalle uscite rabbiose contro il reddito di cittadinanza.