“La diffusione delle dipendenze
non si ferma con la repressione”

“La competizione sociale ci spinge a voler forzare le tappe. Tutto si è spostato in avanti e tutto si è anticipato. Si ubbidisce a un’ipertensione emotiva che fa sì che nascano esigenze in fasce d’età che dovrebbero attendere con pazienza l’esperienza o mitigare queste esigenze. In questo contesto si sviluppa il mercato delle dipendenze”. Il dott. Giuseppe Montefrancesco è il Responsabile dell’Unità Operativa ” Prevenzione del disagio mentale, delle dipendenze patologiche e comportamenti d’abuso” dell’Azienda USL7 SudEst di Siena. E’ anche responsabile del sito www.insostanza.it, che si occupa delle dipendenze da sostanze stupefacenti, alcol, gioco, sesso, internet, cibo e altro.

Dott. Montefrancesco, i fatti di cronaca riportano d’attualità il tema del consumo di sostanze stupefacenti. C’è uno scambio tra scienza e polizia sulla questione?

Non molto, la Polizia fa attività sostanzialmente di controllo, diciamo repressiva. Così è una storia che si gioca tra guardie e ladri; esiste il problema ed esiste qualcuno che cerca di bloccarlo, ma la Polizia non ha le funzioni o il dovere istituzionale di entrare nel mercato delle sostanze in termini culturali.

Come dire che il problema, sta molto più a monte? 

Certo è molto più in là e molto prima di un intervento repressivo od anche medico.
Il problema delle droghe non sarà mai completamente risolto, L’uomo, da tempo, ha incontrato nel suo percorso “i modi” per amplificare il senso del piacere, il senso del benessere, l’euforia.
E i modi sono tanti e tra questi ci sono le droghe. Ma l’essenza del fenomeno non sono le sostanze ma la ragione d’uso di queste e l’imposizione di queste.
E in questa essenza c’è anche il modo di “contenere” forse controllare, forse ridurre le gravi conseguenze.
Poi noi sappiamo più o meno che fare in situazioni acute del genere, ma non sappiamo perfettamente perché uno diventa realmente dipendente, considerando che la maggior parte di chi fa uso di sostanze non diventa dipendente.
Vi sono individui più sensibili, più vulnerabili e per vari motivi. Attualmente però il fenomeno interessa in larga parte la popolazione che presenta visibilmente rituali di dipendenza, non solo fasce di fragilità sociale, psicologica o psichica…

Che ne fa uso occasionale o…

Cè chi ne fa uso occasionale o anche ripetuto ma non diventa dipendente. C’è chi invece diventa dipendente, e quindi diventa paziente. Tra questi ci sono quelli che guariscono da soli, senza bisogno di trattamento, perché anche la forma della medicalizzazione può profilare il fenomeno in maniera non giusta. Quando siamo di fronte alla malattia nella sua espressione  acuta o cronica interveniamo, ma la maggior parte di quelli che ne escono, sostenuti forse dal  trattamento, ne escono per la loro precisa volontà, la loro determinazione.
Tra l’altro con i farmaci controbilanciamo l’azione di certe sostanze, non di tutte.  Alla marijuana non gli fai niente, con gli allucinogeni e gli stimolanti non ci puoi fare niente, quindi al massimo puoi agire sull’alcol e sugli oppiacei, la nicotina. E non è poco, Ma anche così, si parla solo di pazienti. Il fenomeno, come detto, non è circoscritto ai pazienti, riguarda piuttosto la popolazione generale. Tutti, insomma.

Quindi non è legato esclusivamente al consumo di sostanze?

No, assolutamente. Per questo è un fatto culturale. Si devono seguire le sostanze, certamente, ma si deve stare all’interno del mercato della dipendenza, che è fatta da forme legali e illegali. Non c’è una forma di alternativa: si tratta sempre di dipendenze, di vendita di sostanze o di vendita di tendenze al consumo, nella forma legale o nella forma illegale. E poi ci sono i consumatori.

Che assumono quello che giova alla loro dipendenza.

E’ un mercato. Noi inventiamo delle esigenze. Non so, il cibo. Partecipare. Stare su Facebook. Sono forme in cui l’esigenza dell’individuo è di essere/appartenere e sono strutturate in forma di consumo. Ma non c’è un mercato alternativo a questo.

Cosa intende per alternativo?

Vuol dire che non c’è una cultura alternativa che esponga la diversità o le ragioni delle dipendenze. Nessuno ha mai mostrato l’eroina, la sessualità, la voracità del cibo, nessuno ha mai mostrato le esigenze fondamentali che spingono l’uomo a fare. Le funzioni sono governate da una moneta di scambio che è il senso del benessere, la sua percezione, anche la biologia e la chimica del benessere. Noi espletiamo delle funzioni per provare benessere. In questa storia si inseriscono le sostanze.

C’è differenza tra le dipendenze da sostanze e da alcol?

No. E’ un errore parlare di differenza, il meccanismo è lo stesso e sta a monte della sostanza.

Perché il consumo si sposta verso fasce d’età sempre più giovani?

Perché tutto si è detemporarizzato. Io ho un’età adulta, e con l’aiuto di un po’ di farmaci, tra i cognitive enhancer e sostanze che aumentano le prestazioni sessuali, potrei condurre un’esistenza da cinquantenne. Tutto questo perché la competizione sociale ci spinge a essere così. Tutto si è spostato in avanti e tutto si è anticipato. Si ubbidisce a un’ipertensione emotiva che fa sì che nascano esigenze in fasce d’età che dovrebbero attendere con pazienza l’esperienza o mitigare queste esigenze. Si anticipa troppo l’esperienza emotiva, in età in cui non è possibile gestirla correttamente. C’è un mismatch evolutivo.

Che non è gestibile dalla famiglia, immersa nello stesso scenario…

Occorre intervenire in questa sorta di mercato emozionale, culturale, in queste linee di tendenza, con la trasparenza, il coraggio, la modernità che fino adesso non c’è stata. Bisogna costruire gli edifici della prevenzione, dove mostrare il funzionamento della vita. Avere modalità moderne, altrimenti la battaglia si perde. I ragazzi sono spinti a fare cose non in linea con la loro età. Bisogna iniziare a prevenire prima, perché quando un adolescente è dominato dai meccanismi della dipendenza non si può più fare altro che raccogliere le briciole.

In questo meccanismo che influenza ha lo stimolo di internet?

Internet amplifica il problema dell’attesa, il desiderio. Che fare? Come partecipare? Un processo che è un paradosso: come stare in un mercato apertissimo, fatto di miliardi di persone che non si conoscono ma si trasmettono l’urgenza di esistere. Questa urgenza deve essere affrontata in modo equilibrato, non così spinto.

Vediamo gli effetti di questa situazione quando si manifestano fenomeni acuti come quelli che leggiamo sulle cronache.

Esattamente. La scuola, la famiglia sono arretrate rispetto ai significati, al linguaggio della rete: ci vuole una scuola moderna, capace, ma va aiutata. La scuola dovrebbe star dietro alle modalità con cui i ragazzi vivono, accompagnarli nella crescita emotiva e cognitiva.

C’è condivisione di sapere tra chi fa ricerca sulle dipendenze e la scuola?

Invitano qualche esperto a parlare ai ragazzi, ma non è questo il punto. Non sono cose che si ottengono con un intervento singolo. Occorre stare stabilmente sul problema. Bisogna pensare a un istituto scientifico, a un edificio culturale in cui si possa venire a contatto con la spiegazione dei comportamenti dell’uomo.

Si parla molto degli oppiacei sintetici. 

Sì, ma il problema è più ampio. Abbiamo molti altri problemi: come gestire la cannabis, sia l’uso medico che quello ludico, dal punto di vista etico e da quello delle conseguenze del consumo. Ci sono i cannabinoidi sintetici, che sono molto pericolosi e possono essere mortali. Poi c’è l’utilizzo dei farmaci da prescrizione, compresi gli oppioidi. Poi ci sono gli oppiacei sintetici, che sono i fentanilici, oppure altri, che spesso vengono associati all’uso dell’eroina tradizionale, che è una sostanza semisintetica. Si tratta di sostanze molto potenti che aumentano il rischio per chi consuma. L’associazione dell’eroina con un oppiaceo sintetico è micidiale.

Il fatto che i prezzi siano molto bassi da che dipende? Dalla produzione delle sostanze o cosa?

E’ il mercato che lo stabilisce per mandare il consumatore da una parte o dall’altra. Pensiamo alla metamfetamina, che è molto potente e ha effetti che possono durare 36 ore: per il mercato è più conveniente una sostanza che ha effetti di breve durata, tipo la cocaina. Comunque nella dipendenza il problema del costo non esiste, perché comanda, appunto, la dipendenza.

Come possono comportarsi le famiglie per gestire il problema?

Devono parlarne. Prima che i fenomeni accadano. Come finalmente si riesce, oggi, a parlare di sessualità più o meno liberamente, si deve arrivare a parlare anche di queste cose, cercando di capirne il significato, ma bisogna trasferire la conoscenza della pericolosità del fenomeno e la “naturalità” delle dipendenze. Occorre avere il coraggio e la modernità di mostrarlo.