Accordo per il ritorno di Mattarella dopo giorni di errori e disastri. Salvini terremota il centrodestra

Alla fine, in extremis, si è tornati da Sergio Mattarella. Dopo le drammatiche giornate piene di errori e di disastri, la politica si arrende e decide di non toccare nulla: raggiunto l’accordo per la rielezione dell’attuale inquilino del Quirinale con la sola, sguaiata, opposizione di Giorgia Meloni che in cuor suo puntava alle elezioni anticipate. Per la seconda volta (la prima fu con Napolitano) il sistema politico dei partiti dimostra la propria incapacità con effetti dirompenti sulle coalizioni. Nel centrodestra ormai frantumato si apre una resa dei conti. Ma anche il centrosinistra esce ammaccato per le troppe esitazioni e per le fughe in avanti di Conte. Si apre una fase difficile nella quale, da qui alle elezioni del 2023, ci sarà un rimescolamento politico delle alleanze con quali esiti è complicato prevedere.

Già al termine della quinta giornata di voto c’erano i segnali che l’unica opzione possibile era quella di Sergio Mattarella, che ieri, alla settima chiama, aveva raggiunto 336 voti saliti a 387 stamattina. Una valanga vera e propria che va oltre la mozione degli affetti o di un dissenso nell’ambito di un partito. Il voto di una volontà trasversale che passa per il Pd e i Cinquestelle e oltre,  in altri schieramenti.

Il centrodestra in grande confusione

Nel voto di ieri la pessima strategia del pessimo king maker Matteo Salvini aveva portato a sbattere Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato, che non ce l’ha fatta nella prima prova di forza tentata dal centrodestra, nonostante la candidata si sia data un gran da fare e le schede se l’è controllate di persona, atteggiamento che avrà pure dei precedenti ma non ha alcun garbo istituzionale.  La spallata ventilata nei giorni scorsi non è riuscita. Ha ottenuto 382 voti non riuscendo a superare la quota dei quattrocento, lontana dai 441 che nella quinta votazione ha segnato l’astensione del centrodestra. Un risultato, la mancata elezione, che sembrava scontato data la decisione del centrosinistra di astenersi e quindi impedire la possibilità di raccogliere consensi nel campo avverso e di lasciare il re nudo.

Nell’ambito delle possibilità rientrava a quel punto l’ipotesi di votare per il Quirinale  un’altra Elisabetta, la Belloni, raffinata diplomatica ora a capo dei Servizi segreti il cui nome corre da giorni e che qualche voto lo ha anche avuto. Dopo una riunione con Enrico Letta che dichiarazioni non ne aveva fatte, sia Matteo Salvini che Giuseppe Conte in sequenza hanno annunciato di aver individuato l’alto profilo necessario in una donna. Appunto la Belloni anche se il nome non è stato fatto.  Mentre da altri, a cominciare da Italia Viva che con Matteo Renzi  ha lanciato l’allarme di un capo dei servizi che passa direttamente alla prima carica dello Stato. Il nome della Belloni, nonostante l’opposizione anche di Forza Italia e Leu e un forte dissenso nei partiti proponenti, è sembrato resistere. Anche se l’esercizio di trovare la donna capace è andato avanti immaginando al Colle sia Cartabia che Severino, ma per i modi e le parole usati  ha lasciato la brutta impressione che qualcuno il gioco al massacro lo faccia più volentieri se l’obbiettivo è una donna.

Il king maker Salvini bocciato

Nell’indeterminatezza di questi giorni appare ormai chiaro che Matteo Salvini non ha nel suo Dna le capacità di mediare, confrontarsi, prendere decisioni. Con il suo infruttuoso agitarsi è riuscito a bruciare una decina, o anche più, di candidati. Politici e uomini delle istituzioni, ex magistrati e giuristi. Parla, si affanna, si agita, ma quasi solo esclusivamente per buttare la palla in campo avverso. Quando si lamenta, lo fa quasi ogni ora, che il centrosinistra si è sottratto ad un confronto, spera che tutti abbiano dimenticato il colorito invito di Enrico Letta per quel conclave a pane e acqua cui nessuno, lui per primo, si è dimostrato disponibile. Il king maker del Papeete perde colpi. E soprattutto ha perso la battaglia decisiva: quella per la conquista della leadership del centrodestra.

Mattarella sulla via del ritorno. Impallinata la Casellati è la debacle del centrodestra

A fine giornata si torna al punto di partenza. Sergio Mattarella potrebbe essere già sulla via del ritorno. Dopo la clamorosa bocciatura della Casellati il centrodestra è in grande confusione. Perde quota l’ipotesi della Belloni. Vertici per tutta la notte. Si cerca una via d’uscita: porterà al presidente uscente?

Maria Elisabetta Alberti Casellati
Maria Elisabetta Alberti Casellati

Ci sono i voti espressi dai grandi elettori. Ci sono i risultati degli incontri tra i leader politici con risultati dati per acquisiti, illustrati come svolte epocali, e poi destinati ad essere rapidamente consumati. I dati certi della quinta giornata di voto per l’elezione del presidente della Repubblica sono due. Alla sesta votazione il presidente Sergio Mattarella, giunto al termine del suo mandato ha ricevuto 336 voti, una valanga vera e propria che va oltre la mozione degli affetti o di un dissenso nell’ambito di un partito. Il voto di una volontà trasversale che passa per il Pd e i Cinquestelle e oltre, in altri schieramenti. La seconda certezza è che nel voto della mattinata la pessima strategia del pessimo king maker Matteo Salvini ha portato a sbattere Maria Elisabetta Alberti Casellati, presidente della Camera, che non ce l’ha fatta nella prima prova di forza tentata dal centrodestra, anche se la candidata per prima si è data un gran da fare e le schede se l’è controllate di persona, atteggiamento che avrà pure dei precedenti ma non ha alcun garbo istituzionale. La spallata ventilata nei giorni scorsi non è riuscita. Ha ottenuto 382 voti non riuscendo a superare la quota almeno dei quattrocento, lontani dalle 440 schede bianche registrate quando la scelta fu quella per contarsi. Un risultato, la mancata elezione, che sembrava scontato ancor prima del voto data la decisione del centrosinistra di astenersi dal voto e quindi sottrarre la possibilità di raccogliere consensi nel campo avverso e di lasciare il re nudo.

Nell’ambito delle possibilità rientra il grande dibattito sull’eventualità di votare per il Quirinale un’altra Elisabetta, la Belloni, raffinata diplomatica ora a capo dei Servizi segreti il cui nome corre da giorni e che qualche voto lo ha anche ha avuto. Dopo una riunione con Enrico Letta sia Matteo Salvini e Giuseppe Conte in sequenza hanno annunciato di aver individuato l’alto profilo necessario in una donna. Appunto la Belloni anche se il nome non è stato fatto. Mentre da altri, a cominciare da Italia Viva che con Matteo Renzi ha lanciato l’allarme di un capo dei servizi che passa direttamente alla prima carica dello Stato. Il nome della Belloni, nonostante l’opposizione anche di Forza Italia e Leu e un forte dissenso anche nei partiti proponenti, è sembrato resistere. Anche se l’esercizio di trovare la donna capace è andato avanti immaginando al Colle anche Cartabia o Severino, ma per i modi e le parole usati ha lasciato la brutta impressione che qualcuno il gioco al massacro lo faccia più volentieri se l’obbiettivo è una donna. L’elezione della Belloni porterebbe una tecnica alla più alta carica dello stato. Con Draghi che dovrebbe restare a Palazzo Chigi confermando la crisi della politica. Ma anche alla fine arrivare a salire sul Colle più alto dopo questa faticosa tornata elettorale.

Mattarella ancora il più votato e sale la candidatura di Elisabetta Belloni

Quarta votazione, asticella a 505: 166 voti (36 in più) al presidente uscente, il 30%. Un crescendo condizionato dall’astensione del centrodestra e della schede bianche del centrosinistra. Elisabetta Belloni: dai servizi al Quirinale a qualcuno suona un po’ strano.

Elisabetta Belloni
Elisabetta Belloni

Il tentativo di trovare “un nome istituzionale di alto profilo” sostenuto ufficialmente da entrambi gli schieramenti non è arrivato a nessuna conclusione in una giornata che oltre al quarto scrutinio ha registrato una serie infinita di incontri. Tra alleati e coalizioni contrapposte. Scompaiono nomi, ne ricompaiono di già bocciati. Ogni spostamento nei palazzi, ogni incontro autorizza a supposizioni. Il fatto che da oggi si potrebbe arrivare a due votazioni al giorno insinua il dubbio che la soluzione del rebus Quirinale sia lontana nonostante le affermazioni ottimiste. Ma se i contatti fossero stati avviati per tempo senza perderlo, ad esempio, senza attendere il passo indietro di Berlusconi. E a nulla serve ricordare che altre votazioni per il Capo dello Stato, il record è di Giovanni Leone con 23 scrutini, hanno richiesto tempo. La sensazione che viene da questi primi giorni di votazioni e che nessun paragone può essere fatto con un’epoca segnata da una classe dirigente capace di fare politica, lontana dai giochetti di questi giorni, specchio di una politica che ha perso identità. Capacità di dialogo. Prospettive.

Nomi autorevoli bruciati in poche ore, ripescaggi funzionale a progetti personali o quasi, resa dei conti interne ai singoli partiti. Alla fine della giornata che ha dimostrato la debolezza di Matteo Salvini a svolgere il ruolo delicato di mediatore con l’altra parte, è rispuntato il nome di Franco Frattini, ex ministro della Funzione pubblica e ora presidente del Consiglio di Stato, già candidato dal centrodestra nonostante il rifiuto già espresso dal centrosinistra. Seduta notturna dei leghisti sull’ipotesi Frattini.

Il Presidente Sergio Mattarella con Sabino Cassese
Il Presidente Sergio Mattarella con Sabino Cassese in occasione del convegno “Il mondo nuovo del diritto. Per gli 80 anni di Sabino Cassese” Foto Francesco Ammendola da Quirinale.it

In secondo piano Elisabetta Belloni, diplomatica di rango, ora a capo dei servizi segreti che il Pd ha definito “un nome plausibile” e su cui Giorgia Meloni pare non abbia messo un veto. Un ex della Farnesina in corsa potrebbe essere l’ex direttore del Dis, Giampiero Massolo. Il giurista Sabino Cassese, raffinato umorista, non ha lesinato battute sulla sua imprevista candidatura “le cariche pubbliche non si sollecitano e non si rifiutano”. Scomparso (per ora) dai radar Pierferdinando Casini, in lontananza ma molto presente resta Mario Draghi che ha avuto una lunga telefonata con Berlusconi che, va ricordato, nella sua lettera di rinuncia alla candidatura aveva indicato il premier come indispensabile a Palazzo Chigi, spazzando via l’ipotesi di un sostegno di Forza Italia e del centrodestra. Posizione sembra confermata al presidente del Consiglio dal coordinatore del partito, Antonio Tajani nel corso di un incontro nella sede del governo.

Le difficoltà a trovare una quadra hanno spazzato via anche i timori del Covid che aveva portato ad una sola votazione al giorno per consentire distanziamento e disinfezione. La crisi in cui si dibattono i partiti ha annullato anche la prudenza. Purché si trovi una soluzione va bene anche così rinforzando le mascherine e le altre protezioni. Con solo un paio d’ore tra la prima e la seconda chiama della giornata è diventato ancora più complicato per le coalizioni decidere il prossimo passo. Se insistere per il centrodestra e se puntare su un nome per il centrosinistra.

Mentre i politici discutono in riunioni sempre più agitate in tutti gli schieramenti nella palese incapacità di trovare un accordo, contraddicendosi più che cercando un accordo, celebrando il disconoscimento dell’altro come linea maestra, il Paese reale osserva e non comprende. E teme ogni giorno di più per il proprio futuro scontrandosi con la realtà che non vive di convenzioni, accordi e riti ma di concrete esigenze. Di grandi difficoltà. Il lavoro, le malattie che ci sono al di là del virus, la scuola, la socialità, tutti aspetti di una crisi che dalle parti di Montecitorio sembrano essersi dimenticato. Lo stesso governo è fermo. La prassi concede una sospensione per non mancare di rispetto a quanto i grandi elettori sono chiamati a decidere. Però il tempo è tiranno. Ci sono le conseguenze della pandemia su cui prendere decisioni, c’è l’Europa che attende risposte, c’è il mondo dell’economia sulle montagne russe in preoccupata attesa, ci sono i problemi della scuola. Sono questi i concreti motivi per cui bisogna arrivare ad una conclusione ed a cui la politica deve dare una risposta.

La destra pensa alla spallata con Casellati ma col terzo voto torna in campo Mattarella

Terza votazione a vuoto: appassita la rosa dei tre candidati, Meloni ha abbandonato la scheda bianca e fatto votare Crosetto spaccando il centrodestra. In 125 per Mattarella. Il Conclave del centrosinistra ancora in fase d’organizzazione.

La mattinata non ha portato consiglio. Ed è andata a vuoto anche la terza votazione, l’ultima con il quorum dei due terzi, per l’elezione del presidente della Repubblica. In attesa del conclave richiesto dal centrosinistra ancora in fase d’organizzazione, e non si sa quando si riuscirà a tenere, il voto ha comunque dato delle indicazioni rispetto alle due precedenti chiame.

Giorgia Meloni
Giorgia Meloni

Dal centrodestra si è staccata Giorgia Meloni che ha abbandonato la strategia della scheda bianca e ha fatto convergere i voti dei suoi su Guido Crosetto, nome di bandiera passato con grande entusiasmo a Fratelli d’Italia dopo Forza Italia. Ha raccolto il doppio dei voti, 115, rispetto a quelli che Fdl ha sulla carta in un sussulto identitario dei destri dichiarati e non solo. Compatti i sostenitori ex Cinquestelle di Paolo Maddalena, pur avendo il diretto interessato declinato l’invito, 62 voti. Ha fatto la sua comparsa un pacchetto di preferenze, 52, per Pierferdinando Casini. La new entry è quella di Giancarlo Giorgetti, il leghista di governo più in sintonia con il premier Draghi, 20 preferenze, Messaggi incrociati attraverso le schede su cui, finalmente, non sono quasi più comparsi i nomi di presentatori, attori, cantanti e quant’altro com’è accaduto in precedenza nel disprezzo totale del ruolo e della missione. Ma la considerazione più interessante è quella sui voti espressi sul presidente uscente, Sergio Mattarella, da parlamentari ancora in libertà. Al Capo dello Stato in carica sono andati 126 voti, un segnale preciso ai leader dei partiti. Le schede bianche sono state 411.

Nessuno dei candidati della terna di centrodestra è stato preso in considerazione per il voto. La rosa sembra già appassita. In modo da salvaguardarli hanno detto i buoni. Perché mai presi veramente in considerazione e messi in piazza solo per coprire la candidatura della Casellati hanno detto gli altri. E sul nome della presidente del Senato si è anche ragionato nell’ambito della coalizione che l’esprime di andare nella votazione a maggioranza semplice, la prossima, ad una spallata. Certo con il rischio di bruciarla per sempre dato che coloro che sostengono di avere più voti dovranno andare a raccogliere il sostegno di altri, almeno un centinaio per essere al sicuro dai colpi dei franchi tiratori. Certamente affascinante per chi volesse dare una mano il fatto che andando al Quirinale la presidente lascerebbe vacante la seconda carica dello Stato. Un bel posto. Una bella ricompensa. Ma un tentativo quello del centrodestra, Salvini in testa, che Enrico Letta ha definito “assurdo e incomprensibile”, tale da far saltare la maggioranza di governo.

In attesa del conclave le riunioni, i capannelli, le telefonate si sono susseguite. Il tentativo, tra mille difficoltà e i veti incrociati, sembra quello di salvaguardare la coalizione di governo arrivando ad una personalità che non spacchi, anche arrivando di nuovo alla candidatura in chiaro di Mario Draghi, anche se Giuseppe Conte continua a preferirlo a palazzo Chigi nonostante il sostegno alla candidatura al Colle del premier di Grillo e Di Maio

Resiste l’ipotesi di Pierferdinando Casini. E il Matterella bis, come si è visto nella terza votazione, regge anche alle resistenze dello stesso presidente.

La destra fa tre nomi improbabili ma pensa a Casellati. Il centrosinistra: incontriamoci subito

Quirinale: secondo giro di votazioni senza esito. La destra propone Pera, Moratti e Nordio ma probabilmente prepara il terreno ad Elisabetta Casellati. Letta: “Bisogna smetterla di perdere tempo”

Letizia Moratti
Letizia Moratti

Un’altra giornata a vuoto. Dal risultato scontato nella sua lentezza tant’è che dalla quarta votazione pare si convocheranno due riunioni al giorno. Il successore di Sergio Mattarella sembra ancora lontano. O forse no. Nella giornata della rosa di nomi proposta dal centrodestra dalla riunione di Pd, Cinquestelle e Leu, è arrivata l’indisponibilità a trattare sui nomi di Letizia Moratti, Marcello Pera e Carlo Nordio, mandati in prima fila per coprire con molta probabilità il nome vero su cui poi puntare e cioè la presidente del Senato, Elisabetta Casellati. Dal centrosinistra allargato la controproposta è stata quella di un incontro in giornata tra due delegazioni rappresentative per cercare di arrivare ad un candidato condiviso. La rosa al momento è stata recisa prima di sbocciare. Per il segretario del Pd, Enrico Letta, bisogna smetterla di perdere tempo. “Ci dobbiamo chiudere in una stanza e non uscire se non quando avremo trovato una soluzione”. Una sorta di conclave da cui potrebbe uscire anche l’accordo per andare a chiedere a Mattarella di accettare la rielezione.

Enrico Letta
Enrico Letta

E’ un rito laico l’elezione del presidente della Repubblica con le sue regole e le sue curiosità. Un rito che però, in questa terribile epoca che il Paese e il mondo stanno vivendo, sembra non coinvolgere se non i protagonisti diretti, i politici, non solo i grandi elettori, ma tutti quelli che vogliono cogliere l’occasione per mettersi in vetrina pensando più al personale futuro che a quello della collettività.

La sensazione più netta che si ricava assistendo allo svolgersi del rito è che il Paese ne sia totalmente fuori. Che una politica in ritardo, confusa, settaria abbia scelto in modo irresponsabile di non guardare più i dati della pandemia, di trattare i numeri dei nuovi malati e le centinaia di morti come un dato statistico e non la fotografia di una situazione che stenta sulla via d’uscita. Non vedono, i politici che in questi giorni sono chiamati ad eleggere il nuovo Capo dello Stato, le città vuote nei luoghi di grande aggregazione, i negozi che chiudono, i ristoranti con sempre meno coperti. Non tengono in alcun conto le difficoltà delle famiglie, delle aziende, dei luoghi di lavoro. Non vengono sfiorati dalla Borsa che traballa. E non sembrano capaci di guardare oltre confine. La Russia e l’Ucraina, giusto per citare l’attualità, sembrano lontane da piazza Montecitorio ma in realtà non lo sono come loro sembrano credere.

Questo elenco di difficoltà, parziale certamente, sgomenta poiché la situazione del Paese non è diventata così all’improvviso. Era abbastanza prevedibile nei mesi scorsi che ci saremmo trovati in una situazione come quella che stiamo vivendo. Viene facile dire, ci si poteva pensare prima ad accordarsi rapidamente su un successore di Mattarella all’altezza del presidente uscente. E pur volendo concedere qualcosa alla ritualità, peraltro difficile da soddisfare in tempo di Covid, appare incredibile dover assistere al via vai di riunioni, di messaggi subliminali, di incontri che non portano a nulla. Si parlano tra loro. Si capiscono solo loro. Non c’è da meravigliarsi se poi quando i cittadini sono chiamati al voto in tanti preferiscono non rispondere.

Sono restate sullo sfondo, nella seconda giornata di voto, l’auspicato Mattarella bis, con il diretto interessato sempre più alle prese con i bagagli e 39 voti raccolti nella seconda chiama. Un segnale? Le schede bianche sono state 527. Poi tanti voti sparsi. E in lontananza anche la candidatura di Mario Draghi che ha rinunciato a impegnarsi, come aveva fatto in prima giornata, in qualunque genere di colloquio. C’è da credere che forse qualcuno, da entrambe le parti, si sia reso finalmente conto che tirare troppo per la giacchetta il premier, con opposti intenti, potrebbe concludersi senza averlo al Colle ma mettendo a rischio anche la permanenza Palazzo Chigi.

Fumata nera per il Presidente

A vuoto la prima votazione per eleggere il successore di Sergio Mattarella. Una pioggia di chiede bianche, voti sparsi, nessuno per Draghi. Ma si è aperto il dialogo tra le forze politiche. Oggi alle 15 si ricomincia.

Sara Cunial
Sara Cunial

Hanno vinto le schede bianche. Come previsto sono state 672 al primo scrutino del voto per l’elezione del successore di Mattarella, che ha ottenuto 16 preferenze. Per il resto voti sparsi, in libertà tranne il blocco per Paolo Maddalena che ha raggiunto quota 32 candidato degli ex Cinquestelle. Molte schede nulle, c’è ancora chi ha voglia di scherzare. Per Mario Draghi neanche un voto, almeno in quelli leggibili. Qualcosa significa. Ha funzionato bene il seggio esterno destinato ai malati di Covid e ai positivi. Non è mancata la sceneggiata della deputata Sara Cunial, novax, ex Cinquestelle ora gruppo misto che ha deciso di non rispettare le regole però voleva votare.

La seconda chiama sembra destinata ad avere lo stesso risultato del primo incontro dei grandi elettori con le urne. Con l’insalatiera che è rimasto l’unico simbolo delle precedenti votazioni dato che anche i catafalchi-cabine sono tati allestiti in modo diverso per consentire la sanificazione. Aula semivuota, presenze condizionate dalla pandemia che ha spazzato via non solo abitudini, rapporti, salute e tante vite ma anche la scenografia tradizionale dell’elezione del presidente della Repubblica.

Condizionale d’obbligo poiché il primo giorno di voto ha segnato un movimentismo imprevisto (sempre troppo in ritardo rispetto alla situazione) nei contatti e nei rapporti tra i leader e i rappresentanti dei più di mille politici che sono chiamati a designare il tredicesimo Capo dello Stato. Il bilancio al termine della giornata è che quasi tutti hanno incontrato tutti. Con ufficiale reciproca soddisfazione affidata a comunicati e social. Ma in realtà, nell’accelerazione degli incontri, si può leggere la possibilità di non aspettare molti giorni per conoscere il nome del successore di Sergio Mattarella. Che, per ribadire la sua indisponibilità, almeno nella situazione data, se n’è rimasto nella sua casa di Palermo per contribuire al trasloco dei mobili nella nuova abitazione romana, vicina a quella della figlia Laura, affittata da tempo. Ancora scatoloni, simbolo di un addio, che nonostante le pressioni sembra davvero definitivo.

Ma non si sono incontrati tra loro solo i rappresentanti dei partiti. Il dialogo si è aperto. Anche il presidente del Consiglio questa volta non si è chiamato fuori. L’uomo del “non rispondo a domande sul Quirinale” di un mese fa ha cominciato la giornata incontrando Matteo Salvini e poi ha proseguito con altri contatti via telefono o di persona, con gli altri leader a cominciare da Enrico Letta e compreso Silvio Berlusconi. Anche Giuseppe Conte. Altri incontri fuori da Palazzo Chigi, da cui Draghi si è allontanato per almeno un’ora. Il premier, per dirla con alcuni dei grandi elettori, è diventato in poche ora una sorta di catalizzatore, aprendosi ai colloqui. Ma non ha comunque rinunciato al collegamento con i genitori di Giulio Regeni nell’anniversario del rapimento del ragazzo.

Mario Draghi
Mario Draghi

Sembra, dunque, che la salita verso il Colle di Maro Draghi cominci a liberarsi di ostacoli e veti. Una soluzione che porterebbe alla più alta carica dello Stato certamente il maggior rappresentante di quel “profilo di alto livello” che la politica in affanno non sembra al momento riuscita a trovare tra le proprie fila. Ma l’elezione di Mario Draghi al Quirinale è destinata ad aprire un grosso problema per il governo. Innanzitutto questioni tecniche, poiché non è mai successo prima che un premier passasse direttamente dal Palazzo del governo al Colle più alto. Già l’interrogativo su chi dovrebbe conferire l’incarico per il nuovo governo appassiona i costituzionalisti. Pare proprio che Sergio Mattarella si potrebbe trovare a dover svolgere l’incombenza poiché sarebbe davvero strano che Draghi individuasse il suo successore. E lo incaricasse anche.

Un Draghi per molti ruoli. Un grande tecnico che si è speso al servizio del Paese in un momento così difficile. Certo. Ma viene da chiedersi, possibile che la classe politica italiana sia ridotta tanto male da non riuscire ad individuare nomi di uno spessore tale cui rivolgersi per governare il Paese. La soluzione per la poltrona che dovrebbe diventare disponibile al governo rischia di essere affidata ancora ad un altro tecnico, certamente di spessore, ma tecnico. Ma in un Paese in cui dal 2011 si susseguono solo governi di non eletti, di uomini dell’emergenza chiamati in soccorso di una politica che non riesce a parlarsi, sarebbe un’evenienza da scongiurare in ogni modo. Un tecnico al Colle e uno a Palazzo Chigi, troppo anche per i tanti che continuano a pensare ai propri piccoli interessi, puntando sul nuovo possibile governo per accaparrarsi una poltrona dimenticandosi che il Paese in difficoltà ha bisogno di ben altro impegno. E cercano di forzare la indisponibilità di Draghi a discutere del Quirinale che non ci sta a collegare la sua nomina alla composizione della nuova compagine di governo. Ma c’è chi insiste. E non rinuncia.

I colloqui resi ufficiali e quelli coperti, data l’intensità registrata nel primo giorno di voto, sembrerebbero indicare una soluzione vicina. Comunque oggi nuova chiama in un clima di dialogo. Almeno sembra.