La democrazia ha un cuore antico. Due libri sugli ezidi di Shengal

Chi sono gli ezidi? A questa domanda rispondono due libri, diversi per stile ma complementari nella sostanza. Uno è l’ultimo fumetto di Zerocalcare, “No sleep till Shengal”, Bao editore, che racconta il viaggio a Shengal con una delegazione italiana e con Rojbin Beritan e Chiara Cruciati. Che hanno insieme scritto un saggio, “La montagna sola”, Alegre editore. Chiara Cruciati è una giornalista, lavora al Manifesto. Rojbin Beritan ha vissuto per anni in Kurdistan, ne conosce lingue e culture, a quelle terre e a quelle persone è legata da tempo. E’ una mediatrice culturale, indispensabile per capire un popolo così complesso, antico e dimenticato.
Dunque, gli ezidi. Il popolo ezida è curdo, originario dell’antica Mesopotamia, e se la diaspora è stata enorme, ora gli ezidi si attestano sul monte Shengal, “la montagna sola”. In territorio iracheno, al confine con Siria e Turchia.

La strage, il Ferman

Degli ezidi si è parlato, drammaticamente, nell’agosto del 2014, quando un attacco dell’Isis ha ucciso cinquemila persone e fatto migliaia di prigionieri, per lo più donne e bambini, usati come schiavi sessuali e venduti nei mercati di esseri umani. Avrebbero dovuto essere protetti dai peshmerga di Barzani, che invece se la squagliarono e lasciarono quelle popolazioni inermi, consentendo che il massacro si compisse. Ferman, così chiamano quel massacro: il settantaquattresimo subito. Sì, per un attimo il velo su quel popolo dimenticato si è alzato, ma poi subito si è riabbassato. E invece…
Invece ecco questi due libri. L’ezidismo, risalente al neolitico e, forse, dallo zoroastrismo, non è una religione ma un credo, una filosofia, un’etica antichissima di cui gli ezidi di oggi sono testimonianza vivente. Matricentrica, collegata a un sistema di caste (molto diverse da quelle indiane), la cultura ezida è tuttora viva. Giacché le fonti scritte sono rarissime, le testimonianze orali sono preziose.
Oltre a inquadrare la cultura ezida, protetta gelosamente fino a oggi e scarsamente studiata, “La montagna sola” racconta le difficoltà, ma anche la novità, dell’organizzazione di quel popolo sul monte Shengal. Difficile vivere senza stato o, quando lo stato c’è, con uno stato che non dà servizi e protezione, ma esige solamente. La strada scelta dagli ezidi è il confederalismo democratico: democrazia diretta, libertà delle donne, armonia con l’ambiente. Un po’ come quel che avviene in Rojava ma, diverse le comunità, diverse anche le forme di autogoverno.
Quanto al Rojava e al Pkk, da quei combattenti è venuta l’unica forma di difesa delle popolazioni attaccate da Daesh; militare ma anche civile, cibo, acqua, sostegno medico. E l’accoglienza degli sfollati. Dunque da quell’incontro è nata l’autodifesa ezida, le unità di resistenza (Ybs) e quelle di difesa delle donne di Shengal (Yjs).

Gli accordi, i droni, il muro

Intanto il mondo si muove, intorno alla “montagna sola”. Si firmano accordi, si stilano trattati: nessuno interpella quelle popolazioni. Il protagonismo internazionale della Turchia ha anche qui campo libero e bombardamenti mirati con droni. Avviene così che nel 2020 si sono infittiti gli attacchi militari a Shengal e si è firmato l’Accordo di Sinjar tra Mustafa Kadhimi, nuovo primo ministro iracheno e il Krg, il governo regionale del Kurdistan iracheno; nume tutelare, la Turchia di Erdogan, pronta a subentrare nelle zone del confederalismo democratico. E intanto l’esercito iracheno continua a costruire un muro tra Shengal e Rojava, per dividere le due esperienze, 250 chilometri di lunghezza, quattro metri di altezza.
“Chi ha a cuore la trasformazione del mondo esistente e il miglioramento delle condizioni di vita vive un crisi di modello del fronte progressiste e fatica a trovare una traccia, una strada che funzioni” dice Michele Rech, Zerocalcare. “Questo, tra Shengal e Rojava, è uno dei tentativi più completi di organizzare la società in un altro modo. Il Pkk è sopravvissuto al crollo del muro di Berlino, riproponendo quei valori ma senza restarne sclerotizzato. Queste esperienze ci danno una prateria di stimoli e suggestioni. Sono semi che si diffondono, conoscenza, elementi di giudizio. Perché altrimenti, quando nessuno parla… quando nessuno guarda… Succedono massacri”.

Un piccolo scudo

Il viaggio dei testimoni occidentali sulla montagna sacra è anche questo. Un piccolo scudo che possa proteggere quei popoli dimenticati, tanto più oggi, con una guerra molto rappresentata ma non troppo distante dal Kurdistan, in Ucraina, e un’attenzione mondiale distratta. Un piccolo scudo è anche l’attenzione nostra, qui in  Europa, in Italia. L’invito a non distogliere lo sguardo.
“Un piccolo scudo protettivo – dice Rojbin Beritan – per chi a Shengal ogni giorno difende una rivoluzione, una lotta di liberazione e un modello politico che gli ha permesso di sconfiggere la paura. E a sostegno di un popolo che da anni è impegnato in uno scrupoloso lavoro di raccolta di documenti, testimonianze e prove che consentano di portare di fronte a un tribunale internazionale gli esecutori materiali del massacro del 2014 ma anche i suoi responsabili politici. I governi che con la loro fuga da Shengal o lasciando mano libera alle squadracce dell’Isis hanno fatto sì che quel crimine potesse essere portato a compimento”.