La Commissione porta a Kiev la road map europea per un accordo di pace

Le immagini di Ursula von der Leyen e di Josep Borrell davanti ai cadaveri di Bucha sono state il momento più alto, sul piano delle emozioni, del viaggio a Kiev della presidente della Commissione e del “ministro degli Esteri” dell’Unione europea (dovrà venire il giorno in cui quelle virgolette saranno superflue…). Ma il momento politico più importante è stato un altro. È stato quando lei ha mostrato una busta a Volodymyr Zelenski dicendogli che dentro c’era il “questionario” da riempire per avviare formalmente la richiesta di candidatura all’Unione. L’Ucraina fa già parte dell’Europa, ha detto la presidente della Commissione: una formula retorica usata già mille volte che stavolta, però, non ha i connotati dell’affermazione di una teorica buona volontà, ma si cala in impegni concreti che potrebbero innescare uno sviluppo decisivo verso un accordo tra Kiev e Mosca che porti alla soluzione della crisi. Uno spiraglio di luce nel cupo pessimismo steso sulle vicende della guerra dalle stragi e dalla spietatezza degli aggressori russi, che proprio mentre i rappresentanti di Bruxelles arrivavano a Kiev ha trovato un’ennesima agghiacciante prova con il lancio del missile sulla folla alla stazione di Kramatorsk.

Processo accelerato

La Commissione europea – questa nelle grandi linee la road map che verrebbe proposta da Bruxelles e che è probabile che sia stata oggetto del colloquio di von der Leyen con Zelensky – formulerebbe molto presto, già entro giugno, il suo parere favorevole al riconoscimento all’Ucraina, da parte del Consiglio europeo, dello statuto di paese candidato. Kiev, a quel punto, comincerebbe a godere di tutti i benefici che quello statuto comporta, in primo luogo i generosi finanziamenti europei per l’attuazione delle riforme necessarie per compiere il passo decisivo dell’adesione. Si tratta di un processo che in circostanze normali e secondo le normative in vigore dovrebbe durare molti anni, ma che in questo caso potrebbe essere compiuto in pochi mesi, forse un anno o poco più.

La prospettiva per gli ucraini è molto allettante. È appena il caso di ricordare che proprio che il blocco dell’avvicinamento all’Unione europea, pur nella forma molto meno impegnativa di un accordo di associazione, fu la causa della rivolta del Maidan e della crisi con Mosca che avrebbe portato all’occupazione russa della Crimea e all’appoggio militare alle province ribelli del Donbass. Ora, quello che segnò l’inizio di una guerra che dura da allora e della quale l’invasione cominciata il 24 febbraio non è che il più sanguinoso sviluppo, sarebbe davvero a portata di mano.

Ma perché Putin dovrebbe accettare domani quello che nel 2014 considerava uno sviluppo improponibile, quasi un affronto? Intanto perché l’accordo che potrebbe scaturire dall’iniziativa dell’Unione spazzerebbe via dal tavolo la questione della NATO e sancirebbe la neutralità dell’Ucraina. Il paese entrerebbe nella UE per trovarsi nella stessa situazione della Finlandia, dell’Austria e dell’Irlanda rompendo una sorta di tradizione, che fu quasi imposta a Bruxelles dagli americani quando si trattava per l’adesione dei paesi dell’est, per cui l’adesione all’Unione di nuovi membri doveva essere preceduta o accompagnata dall’ingresso nella NATO. La prospettiva che questo improprio legame può scomparire è, presumibilmente, ciò che ha molto ammorbidito la posizione di Mosca, fino a far dire al ministro degli Esteri Sergheij Lavrov che non esisterebbero obiezioni di principio a una adesione dell’Ucraina all’Unione.

L’esempio del Sudtirolo

Su questo terreno, insomma, la via verso un accordo non dovrebbe essere troppo impervia. Molto più complicata è la prospettiva delle sistemazioni territoriali. Fino a questo momento tutte le autorità di Kiev, compreso (ma non proprio sempre) Zelensky, hanno sostenuto che non verrà mai accettata un’intesa che comporti cedimenti di territorio alla Russia. Ma lo scenario di una divisione del paese che porti la sua porzione di gran lunga più grande (quasi) direttamente in Europa lasciando fuori zone limitate e abitate prevalentemente da russofoni potrebbe esercitare un suo fascino, almeno nelle fasce di popolazione meno esposta ai richiami del nazionalismo. Moltissimo, se non tutto, dipenderà dai rapporti di forza sul terreno: se i russi accettassero di “accontentarsi” di Mariupol, che geograficamente appartiene al Donbass, il negoziato anche sugli aspetti territoriali potrebbe fare passi avanti.

Anche perché c’è un’ipotesi di compromesso che proprio sul Donbass potrebbe essere oggetto di un’intesa, difficile ma non impossibile. Si tratterebbe di studiare una soluzione che va molto avanti rispetto alla soluzione che era stata concordata con i due successivi accordi sul protocollo di Minsk negoziato nel settembre del 2014 e nell’anno successivo tra Mosca, Kiev e le autoproclamate Repubbliche di Luhansk e Donetsk sotto l’egida dell’Osce. Il modello, del quale potrebbero farsi garanti la stessa Osce o l’ONU, ricalcherebbe il trattato internazionale sul Sudtirolo che fu siglato da Italia e Austria nel 1954 (accordi De Gasperi-Gruber). Il valore di quel modello è stato richiamato in un documento del Movimento europeo e, per quanto se ne è saputo, è stato oggetto nei giorni scorsi di approfondimenti presso il nostro ministero degli Esteri. Il Donbass, nello schema “sudtirolese”, resterebbe all’interno del territorio ucraino ma con uno statuto speciale che preverrebbe strumenti di tutela da parte della Russia e – sarebbe l’argomento più convincente – un sostegno finanziario dell’Unione europea nel momento in cui l’Ucraina ne entrerà a far parte.

Vantaggi economici

Sarebbe, per la Russia non l’ultimo dei vantaggi economici che il trovarsi a confinare con uno stato membro della UE (e non della NATO) comporterebbe sotto il profilo degli scambi e dell’accesso ai mercati. Qualcuno, a questo proposito, ricorda i privilegi di cui godette a suo tempo la DDR rispetto agli altri paesi del blocco socialista per essere legato in qualche modo alla Repubblica federale. Al punto che c’era chi diceva, certo esagerando, che anche il regime di Ulbricht e Honecker faceva parte, di fatto, della Comunità europea…

Vedremo gli sviluppi che avrà questa mossa della Commissione europea. Intanto va sottolineato il fatto che quantomeno rompe la sudditanza all’iniziativa degli Stati Uniti e della NATO che la politica europea ha mostrato fin dall’inizio dell’aggressione di Putin all’Ucraina. È evidente che c’è una spaccatura in seno alla comunità occidentale tra chi ritiene che l’unica strada sia quella di inviare armi nella speranza che la resistenza degli ucraini faccia impantanare nella guerra Putin e chi cerca una strada che porti ad accordi che facciano finire il conflitto armato il più presto possibile. La missione a Kiev di Ursula von der Leyen e di Josep Borrell sembra indicare che le istituzioni europee hanno scelto la seconda opzione.