La caduta dei leader politici non lascia spazio a nuovi leader

Prima o poi finirà. Prima o poi finisce tutto e quindi, prima o poi, finirà questa interminabile pandemia, che forse sta già finendo. Prima o poi finirà questa oscena guerra voluta da Putin e combattuta con ferocia dai suoi soldati, che distruggono, uccidono, rubano e violentano senza scrupoli. Certo, non finiranno le altre guerre dimenticate, ma noi, che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, prima o poi ritorneremo alla nostra “normalità”, solo un po’ più spaventati e disorientati del solito.

Il prossimo anno ci saranno le elezioni politiche, che metteranno fine a questo strano Parlamento, sopravvissuto grazie a maggioranze impensabili e ritornerà la solita politica, che non se n’è mai andata, ma che è rimasta un po’ assopita sotto l’algida competenza di Mario Draghi, che solo raramente si concede qualche rapido sorriso.

Un Parlamento “accorciato”

Dal 2023 avremo un Parlamento “accorciato” di circa un terzo, e forse un’ennesima legge elettorale, che -per garantire la fantomatica “governabilità”- vorrebbe riesumare il sistema proporzionale, che ha caratterizzato l’eterna instabilità della Prima Repubblica. Ma erano altri tempi. Nonostante limiti, difetti e la tendenza a trasformarsi in “casta” inamovibile, quelle donne (poche) e quegli uomini sembrano giganti rispetto a una nuova, incerta e presunta “classe dirigente” selezionata dal populismo dilagante.

Dopo il 2018, il M5S si è sgonfiato; la Lega si è prima dilatata e poi si è ridimensionata cedendo voti ed identità a Fratelli d’Italia, che cresce comodamente all’opposizione, mentre Forza Italia, ormai sotto il 10%, si interroga che fine farà con il consumarsi del fascino senile di Berlusconi.

Enrico Letta, che con il suo Pd “galleggia” intorno al 21%, parla sottovoce e cerca di ragionare in modo articolato, ma si fa fatica a sentire quello che dice, anche se, come Stefano Pioli, allenatore del Milan, è sempre serio e un po’ triste, abituato a superare le avversità e ad evitare le risse, rimane quasi l’unico a sostenere tenacemente Mario Draghi. Ma non vincerà il “campionato” elettorale del 2023, perché i sondaggi hanno già assegnato la vittoria al centrodestra.

Il prossimo anno il voto per le politiche

Intanto il M5S di Giuseppe Conte si oppone a nuove armi all’Ucraina e soprattutto al termovalorizzatore che vorrebbe tentare di liberare Roma dalla spazzatura secolare.

Matteo Salvini parla in modo sintetico e categorico, ma si muove in modo sconclusionato a causa della irresistibile attrazione verso la Russia di Putin. E’ anche lui al governo, ma si è opposto un po’ a tutto: a nuove armi all’Ucraina, che deve difendersi dai russi; si oppone, in sintonia con Forza Italia, un sedicente partito “liberale”, alla riforma del catasto, che dovrebbe far emergere irregolarità e dare maggiore equità fiscale tra centro e periferie; alla concorrenza nell’assegnazione degli stabilimenti balneari, che hanno trasformato il demanio pubblico in una serie di feudi ereditari, con entrate irrisorie per lo stato.

Prima o poi andremo a votare, ma non sappiamo bene per chi, per che cosa e soprattutto come, perché i bene informati ripetono che non c’è il tempo tecnico per una nuova legge elettorale ampiamente condivisa. E così, prima o poi…