La batosta elettorale in Cile non significa sostegno alla Costituzione di Pinochet

A quasi tre anni dall’esplosione sociale durante la quale le folle gridavano no alla Costituzione di Pinochet e a due anni dal plebiscito in cui quasi l’80% ha votato per cambiarla, la sorprendente e devastante bocciatura della nuova Carta Costituzionale stravolge completamente lo scenario cileno. Attenzione: l’ondata di voti non è stata a sostegno dell’eredità di Pinochet, ma in disaccordo con questo progetto di Costituzione

La Convenzione ha iniziato a lavorare nel luglio dello scorso anno in un clima di generale sostegno e di elogi internazionali per la sua composizione paritaria e per la rappresentanza indigena. Ma subito dopo è iniziata una feroce campagna di delegittimazione, distorcendo le sue proposte e ridicolizzando i suoi protagonisti.

La nuova Costituzione è stata in gran parte associata all’amministrazione di Gabriel Boric, che ha finito per essere controproducente a causa del forte calo della sua popolarità.

Una economia fortemente negativa da anni, l’inflazione e l’alto costo della vita, per non parlare dei suoi passi falsi nel conflitto con il popolo Mapuche hanno fatto apparire Boric logoro in soli sei mesi. Martedì ha reagito rimpastando il suo gabinetto, facendo a meno di due suoi fedelissimi.

Una Carta farraginosa

Il rifiuto del 62% nel plebiscito esprime anche le debolezze dell’assemblea costituente. Una Carta farraginosa, a tratti incomprensibile ai più. É mancato il confronto sul significato dei suoi contenuti e i dibattiti sono stati ristretti a porte chiuse, il che ha limitato le possibilità che le maggioranze popolari si appropriassero del progetto. Il testo finale conteneva trasformazioni radicali e liturgie avanzate, come la definizione di uno Stato plurinazionale o la sua impronta femminista e ambientalista. Una piattaforma forse troppo radicale per una società contaminata da 30 anni di neoliberismo culturale.

Dopo 10 anni di voto volontario, con un’affluenza che raramente superava il 50%, il referendum si è svolto con voto obbligatorio, l’affluenza storica dell’85,7% ha dimostrato che il settore più passivo della popolazione, che di solito non vota, era massicciamente propenso a contestare la proposta. Rispetto al plebiscito iniziale, il lato “Approvo” ha perso un milione di voti e il lato “Rifiuto” è passato da 1,6 milioni a 7,8 milioni.

Alcuni dati sono molto significativi ad esempio: i “poveri”, hanno votato per il Rifiuto per il 75,1%, tredici punti in più rispetto alla media nazionale; al contrario, il voto per l’Approvazione è stato superiore alla media solo tra i “ricchi”. L’affluenza alle urne tra i “poveri” è stata superiore all’87%, cinque punti in più rispetto ai “ricchi”.

Nel segno dell’incertezza

Lo scenario che si è aperto con questo terremoto politico è segnato dall’incertezza. Sembra esserci un consenso tra le principali forze per rispettare il mandato del plebiscito fin dall’inizio e mantenere la possibilità di una nuova Costituzione. Segue ora una fitta rete di negoziati per definire il meccanismo di un prossimo processo costituente. Il Presidente Boric ha iniziato le riunioni per progettare “un nuovo itinerario costituente, la destra auspica che la futura Magna Carta sia redatta da “un gruppo di esperti” nominati dal Congresso, il che porterebbe a un testo che segue la logica dei detentori del potere economico e politico.

Tutto questo con le forze popolari indebolite e smobilitate, un governo disorientato e una destra incoraggiata che ha messo a segno il colpo del ko ed è passata all’offensiva dopo tre anni di dure sconfitte. Qualunque sia la scelta, dovrà passare attraverso un Parlamento molto frammentato, dove né il partito al governo né l’opposizione hanno una maggioranza sufficiente per imporre la propria idea.