Kiev è sotto le bombe, ma russi e ucraini si parlano

Speranza ed orrore. Un negoziato che, a dispetto dell’opinione dei più, è cominciato davvero e continua. Ma continua anche la guerra, e anzi ieri con il passare delle ore si è ancor di più incattivita.

Cominciamo dalla speranza, il negoziato. Le due delegazioni hanno parlato per sette ore e poi i delegati sono tornati nelle rispettive capitali per riferire e prendere ordini. Il capo di quella russa, l’ex ministro della Cultura, ultranazionalista, Vladimir Medinskij ha detto che sono stati individuati “terreni di negoziato” e da Mosca è stata fatta filtrare la notizia che un altro incontro è stato già fissato, stavolta non più sul fiume Prypyat, vicino all’anonimo villaggio russo-bianco di Gomel che forse ora passerà alla storia per una ragione molto meno lugubre di Chernobyl, vicino allo stesso fiume pochi chilometri più a sud. Il nuovo appuntamento sarebbe fissato –così pare-  al confine tra la Bielorussia e la Polonia, forse nella foresta di Byałistok, dove fu firmato l’atto della dissoluzione dell’Unione Sovietica e dove ancora si aggirano gli ultimi profughi dell’ondata umana che Lukashenko qualche settimana fa cercò di riversare sulla frontiera polacca. Simbologie che si rincorrono.

Pioggia di missili

Guerra ibrida era quella del dittatore di Minsk. Guerra vera, verissima, quella che si è abbattuta dalla mattina su Kiev: una pioggia di missili che alle cinque di sera, appena dopo l’annuncio della fine, provvisoria, dei colloqui è diventata una tempesta di fuoco, con bombe per niente “chirurgiche” che hanno colpito diversi edifici civili provocando vittime e panico. Ancora peggiore è stato l’attacco a Kharkhiv, la città a due passi dal confine che i russi chiamano Khar’chov e ai bambini delle scuole insegnano che proprio da qui partì la grande riscossa dell’Armata Rossa che si sarebbe fermata solo con la bandiera con la falce e il martello sul tetto del Reichstag.

Simboli, simboli. Anche sconcertanti, come le immagini tranquille e quasi banali dell’arrivo uno in fila all’altro dei russi e degli ucraini nella sala dell’incontro. Con Medinskij c’erano Aleksander Fomin, generale e vice del ministro della Difesa Sergeij Šoigu, Andreij Rudenko, viceministro degli esteri e responsabile del dipartimento per i rapporti con le repubbliche ex sovietiche, e altri tre funzionari così poco importanti che nessuno ha saputo dar loro un nome. La delegazione ucraina era capeggiata da David Arakhamia, uomo molto vicino a Zelenski, il viceministro degli Esteri Mykola Tochyckij, Mikhailo Podoliak, consigliere e portavoce del presidente, Rustem Umerov e Andrij Kostin, che fece parte del gruppo che negoziò gli accordi di Minsk sulle province del Donbass. Gli uomini (non c’erano donne nelle delegazioni a conferma del fatto che a parlare di guerra sono sempre gli uomini) si sono seduti ai due lati del tavolo, dietro le rispettive bandierine e con fotografi e cineoperatori che si agitavano intorno senza sapere bene chi inquadrare. Non sembrava proprio che in quella sala si stesse facendo la storia. Ma un minuto prima che l’incontro cominciasse e un momento dopo che era finito sugli schermi delle tv in tutto il momento scorrevano altre immagini: quelle delle esplosioni, palle di fuoco che illuminavano il profilo dei palazzi di Kiev nel primo buio della sera, i cadaveri sulle strade, i carri armati bruciati. E poi le persone ammucchiate nelle stazioni della metropolitana, le file dei profughi disperati, gli uomini fermati e rispediti a combattere, le donne, i bambini impauriti. La guerra che non s’è fermata e che anzi con l’avanzare del buio s’è fatta più dura, perché in Ucraina, più che altrove, la guerra si fa di notte. Quando fa ancora più paura.

Dicono che a Kharkhiv i russi abbiano usato le bombe cosiddette “a grappolo”: quelle che vengono lanciate tutt’intorno dalla bomba-madre e provocano ferite laceranti e poi restano a terra pronte a uccidere dopo ore, giorni, mesi. Armi micidiali, proibite dalle convenzioni internazionali ma tranquillamente impiegate da eserciti di varie bandiere in tutte le guerre di questi ultimi, turbolenti, anni di crisi. I giornali americani parlano dell’intervento dei famigerati contractors della brigata Wagner, i mercenari spietati che Mosca ha scatenato già in Georgia e in Siria. Sarebbero 400 e avrebbero una sola mission: trovare e uccidere Volodymir Zalenski. Anche le brigate dei ceceni fedeli a Mosca sarebbero sul campo, pronte ad andare all’attacco al grido di “Allah akhbar”.

L’incubo delle armi

Dall’altra parte si profila un altro incubo. Dopo la decisione dell’Unione europea e di diversi paesi di vendere strumenti di difesa all’Ucraina, il paese si sta riempiendo di armi. A tutti gli uomini adulti viene consegnato un fucile e poi ci sono gli ordigni più pesanti, quelli che solo gli specialisti dovrebbero saper usare. Che cosa ne sarà di questo incredibile arsenale? In che mani finirà? La guerra potrebbe durare a lungo, ma anche quando sarà ufficialmente finita le armi non spariranno. Per ordine espresso di Zelenski tutti i carcerati in età per combattere verranno liberati e chiamati, anche loro, a sparare ai russi. Ci sono appelli alla formazione di brigate internazionali e non vale a rassicurare l’esempio virtuoso della lontanissima guerra civile spagnola. Allora dominavano le ideologie, due campi precisi, uno contro l’altro: non era la situazione di un paese allo sfascio, con minoranze in subbuglio e il terrorismo dietro l’angolo. La ministra degli Esteri britannica, la fedelissima di Boris Johnson Liz Truss, ha dichiarato pubblicamente che il governo di Londra favorirà i volontari che dal Regno Unito vorranno andare a combattere i russi in Ucraina. Non si è posta minimamente il problema di quello che potrebbe succedere se ci fosse uno scontro diretto di cittadini britannici con i russi. Chi può avere la certezza che un incidente del genere potrebbe essere contenuto con gli strumenti della diplomazia?

Tre pretese di Mosca

Ma torniamo a Gomel e al suo momento di gloria. Di quel che si sono detti Medinskij e Arakhamia e i loro compagni si sa, ovviamente, poco. Si sa tutto, invece, di quello che hanno detto, e fatto, quelli che li avevano mandati a trattare: Vladimir Putin e Volodymir Zelenski. Ieri mattina il presidente russo ha avuto un lungo colloquio telefonico con Emmanuel Macron che, come presidente di turno del Consiglio europeo ma forse agli occhi di Putin più come presidente della potenza nucleare Francia, pare aver scelto come unico interlocutore occidentale. La posizione negoziale russa – ha detto l’uomo del Cremlino – poggia su tre presupposti “irrinunciabili”:

1) Il riconoscimento da parte di Kiev e del resto del mondo dell’appartenenza della Crimea alla Russia, con l’ammissione della validità del referendum del 2014.

2) La fissazione nella Costituzione dell’Ucraina della neutralità del paese. Sul modello della Finlandia, avrebbe aggiunto.

3) La concessione di una “reale autonomia” alle due province russofone del Donbass.

Gli osservatori più ottimisti si sono soffermati soprattutto sul terzo punto: l’autonomia amministrativa è cosa diversa dall’indipendenza, che lo stesso Putin aveva riconosciuto formalmente proprio subito prima dell’invasione facendone poi il pretesto per l’aggressione ai “provocatori” ucraini. I russi, insomma, farebbero un passo indietro al quale Kiev potrebbe rispondere facendone uno in avanti, garantendo agli oblast di Donetsk e Luhansk lo statuto speciale che aveva accettato, a certe condizioni, di concedere prima di rimangiarsi il protocollo di Minsk del 2015 perché negoziato in un momento di particolare squilibrio dei rapporti di forza con Mosca. Sarebbero state queste le posizioni negoziali di partenza di Medinskij e compagni e forse – ma è solo un’illazione – proprio l’almeno apparente moderazione sul Donbass potrebbe spiegare il relativo ottimismo con cui il capodelegazione russo ha affermato che parrebbe “possibile trovare un terreno comune” per andare avanti con i colloqui. Apertura cui pare aver in qualche modo risposto una fonte del governo di Kiev secondo la quale sul Prypyat sarebbero “stati scelti i temi sui quali sarà necessario delineare le soluzioni”.

Se le cose stanno veramente così, l’uomo del Cremlino avrebbe rinunciato al regime change, cioè l’eliminazione di Zelenski e la sua sostituzione con un presidente “amico”, che gran parte degli osservatori davano dall’inizio dell’offensiva come il suo vero obiettivo. È davvero così? Se sì, che cosa avrebbe convinto Putin a venire a più miti consigli? La resistenza militare degli ucraini, molto più forte ed efficace del previsto? La paura che le sanzioni occidentali, anch’esse molto più forti, efficaci e soprattutto decise all’unanimità, gli alienino il consenso dell’opinione interna? Gli  scricchiolii del suo potere stanno certamente aumentando, come ha scritto su strisciarossa Sergio Sergi (https://www.strisciarossa.it/dubbi-e-proteste-dietro-la-durezza-di-putin/). Oppure, nell’ipotesi più nera, confida che a far sparire dalla scena il coraggioso Zelenski provvedano gli “specialisti” della Wagner?

Per quanto se ne sa, la delegazione ucraina per ora avrebbe opposto alle proposte dei russi una sola richiesta, ma risolutiva: i russi debbono interrompere immediatamente le iniziative militari. Il cessate-il-fuoco e il rientro dei soldati dentro i confini della Federazione Russa sono la conditio sine qua non di ogni possibile accordo.

La richiesta di adesione alla UE

Se i russi hanno accompagnato l’inizio delle trattative con la pistola in mano, metafora molto riduttiva per i bombardamenti spietati delle città, anche Zelenski ha gettato sul tappeto una bomba. Politica, la sua. La mattina, prima che le delegazioni raggiungessero Gomel con i loro elicotteri, ha firmato platealmente a favore di tv una richiesta di adesione all’Unione Europea indirizzata a Macron come presidente di turno del Consiglio e giù a seguire ai presidenti delle altre istituzioni comunitarie.

Il gesto è un evidente segnale ostile di forza indirizzato a Putin, il quale come è ampiamente noto considera l’Unione Europea come un’entità schierata contro la Russia al pari della NATO (opinione che meriterebbe di essere analizzata e commentata, ma non qui ed ora). Va detto però che la richiesta di adesione così com’è stata formulata rischia di provocare una grande confusione e in definitiva danni alla causa dell’Ucraina più in occidente che in Russia. L’adesione alla Unione Europea è, infatti, un processo molto lungo e complesso che, come dimostrano tutti i nuovi ingressi dei decenni passati, dura parecchi anni. La richiesta di adesione, intanto, deve essere accettata da tutti i paesi dell’Unione e ratificata dai loro parlamenti, poi deve cominciare una trattativa sulle condizioni dell’adesione e il paese candidato deve fornire assicurazioni su una serie di condizioni da rispettare (stato di diritto, rispetto dei diritti civili, tutela delle minoranze, correttezza del sistema giudiziario, lotta alla corruzione e via elencando) che, nel caso dell’Ucraina, non sarebbero facili da garantire. Non a caso, anche in passato in fatto di rapporti tra l’Ucraina e la UE si è parlato di accordi di cooperazione non di ingresso tout court, almeno nel breve periodo.

Si può sostenere che l’eccezionalità della situazione e la necessità di aiutare il popolo ucraino fatto oggetto di una violenta aggressione potrebbero far passare in secondo piano gli aspetti “burocratici” dell’adesione, ma si tratterebbe di una scorciatoia che rischierebbe di snaturare la natura stessa del progetto comunitario e del suo sistema istituzionale e valoriale.

Nonostante questa evidenza sta montando, anche in Italia, un’opinione favorevole all’”Ucraina subito nell’Unione Europea” che si manifesta con appelli al governo italiano, alla Commissione e al Parlamento europeo e rischia di dividere più che unire gli sforzi di solidarietà con il popolo aggredito. Oggi o domani la questione potrebbe approdare al Parlamento europeo, pure se Josep Borrel, Alto Rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Unione, ha richiamato tutti alla realtà ricordando che “l’adesione è qualcosa che richiederà molti anni”, mentre “dobbiamo lavorare su cose più pratiche e fornire risposte non per i prossimi anni ma per le prossime ore”. Anche la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha corretto il tiro dopo la dichiarazione in cui aveva detto che l’Ucraina “deve essere con noi” facendo trapelare dai suoi uffici la precisazione che in realtà si riferiva all’estensione all’Ucraina del mercato unico non all’adesione.