Jus soli e decreti Salvini,
il Pd sfidi le destre se non vuole vivacchiare

E’ vero: il mese che è appena cominciato è letteralmente costellato di eventi potenzialmente in grado di far saltare la traballante compagine che tiene a galla il governo. E’ vero che è abbastanza probabile che il Conte bis esploda nell’impatto con una di queste mine – dalla prescrizione all’Ilva, dalla concessionaria per le autostrade all’ipotesi di una revisione del reddito di cittadinanza, fino alla “madre” di tutte le difficoltà, quale è il turno elettorale in Emilia-Romagna e Calabria.

Ed è quindi vero che non sembra essere il momento propizio per aprire nuovi fronti di conflitto fra le componenti di un esecutivo già pronte a darsele di santa ragione per le questioni sul tappeto. Tutto vero, ma ciò non toglie che il Partito democratico debba rilanciare con forza e senza diplomazie due grandi temi finora accantonati i, per paura di turbare la fragile intesa oggi esistente.

Lo jus soli e, soprattutto, la cancellazione (o una profonda riforma) dei decreti Salvini sulla sicurezza non possono, non devono, essere ulteriormente rimandati, sulla base di quello che sarebbe un miope calcolo tattico. Non si tratta di dettagli di poco conto, ma di qualcosa che ha a che vedere con un’impostazione strategica complessiva che non ammette furbizie o miserabili stratagemmi difensivi.

Battaglia di principio

E’ nota l’obiezione che da settimane ormai viene ripetuta per giustificare la remissività dei democratici su questo terreno. Non si deve offrire a Salvini il terreno di confronto da lui favorito, esponendosi alla supremazia di un diffuso e maggioritario senso comune sulle tematiche connesse all’immigrazione.

Ciò che non si vuole capire è che questo astutissimo ragionamento andrebbe letteralmente rovesciato. Perché se davvero in un confronto serrato e puntuale sul merito di questi problemi Salvini è in grado di convincere la maggioranza degli italiani; se non si riesce ad offrire al mondo del volontariato, alle diverse forme organizzate di solidarismo sociale, alle giovani generazioni che si affacciano per la prima volta alla politica, avendo alle spalle nella stragrande generalità dei casi esperienze di integrazione aliene da ogni vago accenno di razzismo; se non si riesce a rimotivare su una battaglia civile il numeroso popolo degli astenuti – se tutto ciò accade, allora è sacrosanto che a governare vada Salvini, facendola finita con i trucchetti per tenerlo lontano da Palazzo Chigi.

Sfida a Salvini e Meloni

Salvini scruta il muro di confine in Ungheria

Per dirla in termini ancora più espliciti: lo jus soli e la cancellazione dei decreti sicurezza – purchè entrambi accompagnati da una pluralità di politiche capaci di realizzare concretamente processi di integrazione – dovrebbero essere punti di forza della proposta complessiva del centrosinistra. Dovrebbero anzi essere quel campo aperto sul quale sfidare Salvini e Meloni mettendo in campo due visioni politiche, culturali, morali nettamente distinte e contrapposte.

Può sembrare una scommessa arrischiata – per certi versi indubbiamente lo è. Ma anche la prospettiva di una possibile sconfitta, che giungesse a conclusione di una battaglia ideale combattuta con slancio e determinazione, sarà pur sempre meglio di questo insulso e sterile vivacchiare, sul quale rischia di avvitarsi il Partito democratico. Una regola non dovrebbe essere dimenticata. Se si è convinti in buona fede delle proprie ragioni, se si ritiene di potersi giovare di argomenti convincenti, di proposte concrete condivisibili, non vi è motivo di temere il confronto politico. Meglio una sconfitta al termine di uno scontro affrontato con impegno e creatività, piuttosto che acconciarsi a gestire una miserabile rendita di posizione del 18%.