Tutti i colori del jazz italiano
oltre la pandemia a tempo di musica

L’estate 2021 ci regala un ritorno, tanto agognato, alla “normalità” dei concerti, fruibili e godibili spesso in spazi all’aperto. L’occasione, per molti musicisti giovani ma anche per i più conosciuti e popolari, di riprendere contatto con una platea e con il calore di un pubblico in carne ed ossa. E gli appassionati si sentono grati di fruire di questa opportunità, in giro per tutta la penisola. Ma nel frattempo, per tutto il complicato ed oscuro periodo del Covid, per l’intero anno e mezzo trascorso, ci sono realtà che non si sono fermate, continuando a lavorare negli studi di registrazione e talvolta con evidenti difficoltà. Ciò ha fatto sì che la creatività del jazz italiano, attraverso la sua concreta produzione, non si fermasse mai. Ed allora raccontiamo di alcuni di questi lavori, usciti negli ultimi mesi e degni di attenzione.

“Cromatic Landscape” di Marco Sinopoli (Parco della Musica Records) , figlio del maestro Giuseppe, direttore d’orchestra prematuramente scomparso 20 anni fa, alla guida di una formazione mista, che fa incontrare l’anima più vivace e ritmica della musica classica con il jazz. In una formazione in cui, alla sua chitarra elettrica e ad una solida ritmica, si affiancano clarinetto basso, flauto e fagotto. Arrangiamenti riusciti, passaggi repentini da atmosfere tipicamente classiche a sapori swing, con le corde dell’elettrica a fare da raccordo. Eccellente originalità.

“Al Gir del Bughi” di Dino Piana (Parco della Musica Records) , trombonista oggi 92enne, con il figlio Franco ed Enrico Rava (81 primavere) alla tromba, in un disco con un titolo che fa pensare a Pupi Avati: “Al Gir dal Bughi” (il giro di boogie), commento da lui fatto quando fu invitato da Rava ed altri, molto tempo fa, ad entrare nel loro gruppo di jazzisti. Veniva dalla classica e dalla musica popolare, quella frase scherzosa e lapidaria era la sua lettura dello swing. E quella intatta freschezza sgorga dalla musica di questo disco fatto di grandi standards, suonato da un eccellente gruppo, con la presenza carismatica di Enrico Rava, impreziosito dalla presenza di Roberto Gatto ed immancabile nel suo rappresentare l’incontro di tre o quattro diverse generazioni di jazzisti.

“Madiba” di Sade Mangiaracina (TUK Music), pianista siciliana dalla personalità davvero spiccata e dall’impegno tenace, propone con il suo energico, lirico, intenso disco “Madiba” una breve ma densissima suite musicale dedicata a Nelson Mandela, giustapponendo al lirismo evocativo di certi passaggi le linee inconfondibili del Jazz di matrice africana, toccando tutte le sensibilità del suo pianoforte, accompagnata da ottimi musicisti. Meno di quaranta minuti che si rivelano una cascata di suoni freschi ed ispiratissimi.

“Morricone Stories” di Stefano Di Battista (Warner Music), con il suo quartetto, rende un dovuto omaggio alla figura di Ennio Morricone con “Morricone Stories”, interpretando alla sua maniera, quella di un eccellente e ormai affermato sassofonista di caratura internazionale, brani del repertorio del maestro e non tutti fra i più comuni. Dal tema di “C’era una volta in America” a quello di “Il buono, il brutto e il cattivo”, non senza alcune scelte sorprendenti nello sconfinato repertorio, viene fuori un’immagine inedita e personale di musiche che da tempo conosciamo in innumerevoli interpretazioni, qui marcate dalla cifra stilistica di uno dei jazzisti italiani più conosciuti anche fuori dei nostri confini.

“Una Stanza Tutta per Me” di Irene Scardia (Workin Label), siciliana, è una pianista di rara sensibilità, probabilmente in possesso di una vocazione artistica altrettanto marcata verso mondi come quello della pittura e della letteratura, tanto sono evocativi i brani di questo “Una stanza tutta per me”, una tavolozza colorata (come la copertina del disco) di undici brani marcati dalle note del suo pianoforte, più spesso melodico che ritmico, quasi sognatore, evocativo di immagini che rappresentano un mondo interiore molto ricco. Pianoforte adeguatamente ed allo stesso tempo discretamente sostenuto da una puntualissima sezione ritmica.

“Balbec”, luogo dell’immaginario “proustiano”, viene preso in prestito dal pianista tedesco Christian Pabst per definire i confini del suo mondo musicale e del suo lavoro in classico jazz trio (Jazz Sick Records). Un pianista, Christian, che ha scelto l’Italia come sua terra di adozione, precisamente l’Umbria, ombelico della penisola e terra di grandi tradizioni jazzistiche e non solo per il mito di Umbria Jazz. “Balbec” è un lavoro maturo, variegato, impeccabile tecnicamente nell’interplay fra i tre musicisti, illuminante nella varietà di tematiche proposte dal pianoforte di Pabst, abile ed ispirato sui tempi più meditati delle “ballads” ma anche arrembante e trascinante nelle composizioni più ricche di ritmo e di swing. Sempre lasciando un’impressione di grande creatività e sensibilità musicale.