Ius soli, un errore
cedere alle destre

La riforma della cittadinanza, il cosiddetto ius soli, è un provvedimento che in particolar modo oggi, darebbe il segno della capacità della politica  e delle istituzioni di assolvere ad uno dei propri compiti fondamentali. Ovvero registrare, interpretare, governare i fenomeni che si sviluppano in una società. E’ naturale dunque che rinunciarvi produca l’effetto opposto, un ulteriore decadimento dei rapporti di fiducia, con conseguente crescita di indignazione, tra i cittadini, la società civile organizzata e il mondo delle forze politiche.

Sullo ius soli, da anni è attiva una mobilitazione. In questi ultimi mesi, poi, sono state decine le manifestazioni promosse, in primo luogo, dalle organizzazioni che nel 2012 avevano raccolto oltre duecentomila firme per una legge di iniziativa popolare sul tema, sotto la campagna “L’Italia sono anch’io” ,dal movimento di “Italiani senza cittadinanza”. Ogni settimana c’è stato un appuntamento. Segnale di una battaglia che viene portata avanti con tenacia e ostinazione.

Nell’ottobre del 2015, la maggioranza che sosteneva il governo Renzi, approvò alla Camera un testo, frutto di una mediazione con il partito del ministro Alfano. E nonostante quel testo non ci convincesse del tutto, abbiamo chiesto che fosse approvato al Senato senza modifiche, accettando il compromesso necessario per l’approvazione. Lo scenario però poi si è capovolto di nuovo tra timori e timidezze, i voltafaccia di Alfano, il rifiuto dei 5 Stelle a mettere la firma su una legge di cambiamento.

Arriviamo ad oggi, senza ancora una legge, nonostante l’argomento da mesi campeggi sulle prime pagine dei giornali. Il tempo è trascorso prima studiando le differenze di opinione tra Presidenti del Consiglio, ministri, esponenti delle varie correnti del Partito Democatico. Poi si è passati alle dichiarazioni sulla possibilità di un voto di fiducia, ai numeri che mancano, allo sciacallaggio crescente della “guerra civile parlamentare” di Salvini. Fino ad arrivare alle manifestazioni di chiara matrice fascista degli ultimi giorni, che sono arrivate sotto le redazioni dei giornali.
Insomma, il tema nell’opinione pubblica c’è. A mancare è la volontà politica, sempre schiacciata sul presente e schiava della rincorsa del consenso.
Un esempio su tutti la pubblicazione di un sondaggio che decretava la perdita di qualche punto percentuale per chi avesse sostenuto lo ius soli è bastata a produrre, anche nei parlamentari del Pd, dubbi e incertezze che hanno portato di fatto al blocco dell’iter.

Che si sia lontani o vicini alle elezioni, non è mai il momento di portare questo provvedimento in aula.
Si continua a cedere alla falsa rappresentazione secondo cui l’introduzione dello ius soli sarebbe il grimaldello che aprirebbe definitivamente le porte alla cosiddetta “invasione”.
Ed eccoci al finale che temevamo. Nei giorni scorsi, nelle stesse ore in cui molti praticavano l’ennesimo un digiuno di protesta e tante ragazze e ragazzi presidiavano la piazza di Montecitorio, la conferenza dei Capigruppo del Senato decideva di mettere il provvedimento di fatto su un binario morto.
E’ evidente che una simile decisione non farà altro che alimentare la già robusta frustrazione e delusione sia tra tutti coloro che in questi anni hanno atteso con pazienza che una mobilitazione democratica trovasse il riconoscimento istituzionale e legislativo per cui era nata, sia soprattutto tra le centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze che vedono ancora una volta allontanarsi la possibilità di sentirsi uguali ai loro coetanei e di non doversi sentire stranieri a casa loro.

Non avere lo ius soli nel nostro ordinamento significa rinunciare a quell’investimento sul futuro tanto evocato in questi ultimi anni, sulla ricchezza e le energie di una generazione che, nell’Italia astensionista e rassegnata, ci chiedono di entrare a far parte della nostra comunità di cittadini. E, sia chiaro, non significa avere qualche possibilità in più di contrastare le destre nella prossima campagna elettorale. Significa che le destre hanno già vinto.

Francesca Chiavacci è presidente nazionale Arci