I bambini: è italiano
chi fa l’italiano

Ogni volta che si parla di ius soli, mi torna alla mente il momento forse più emozionante di una lunga mattinata in una scuola. Studenti di Roma e provincia si erano ritrovati per celebrare i 150 anni dell’Unità d’Italia. Quel momento emozionante è stato la lettura di una poesia.

L’autore? Non un poeta da antologie, ma una bambina che allora aveva nove anni – nome e provenienza italiani e cinesi. Alessandra frequentava la quarta C della scuola “Federico Di Donato”, una classe composta da bambini nati in Italia da genitori rumeni, filippini, cinesi. Alessandra aveva scritto:
“Mi sento italiana / perché lo posso essere, / perché mi piace esserlo / e lo voglio essere. / Mi sento italiana / quando mi diverto /  quando faccio amicizia / con “i” italiani. / Mi sento italiana / quando sono felice / e quando sento / la canzone d’Italia. / E quando sono triste / e quando sono sola, / i miei amici / mi vengono ad aiutare. / A quel punto mi sento italiana / perché sto con i miei amici”.
“Fare cose italiane per sentirsi italiani” ripetevano molti di quei bambini. E in effetti avevano sventolato tricolori, cantato in coro l’inno. Avevano ricostruito i giocattoli di epoca risorgimentale. Nel frattempo sono diventati adolescenti e nulla è cambiato.

La politica, sempre in ritardo rispetto al Paese cosiddetto reale, rimanda, attende, latita. Non mi piace vivere in un Paese che chiude gli occhi. Non mi piace vivere in un Paese che nega un diritto elementare. Non mi piace un Paese che lo nega a bambini che parlano l’italiano, studiano in scuole italiane. E mi vergogno per chiunque abbia, su un tema simile, obiezioni di qualunque natura. Nessuna discussione in proposito ha senso, nessuna. Un principio difensivo di cittadinanza italiana è solo una larvata forma di xenofobia. Darle spessore politico è non solo retrivo, ma peggio: è anti-storico, dannoso, insensato.

 

Qui la manifestazione davanti a Montecitorio, di Maristella Iervasi