Italiani d’Argentina: il futbòl
e tre uomini in fuga dall’Ovra fascista

Tre uomini in fuga, un giallo, una beffa all’Ovra fascista. È la tarda mattinata del 19 settembre 1935, c’è un bel sole nel cielo di Roma, tre giovani naturalizzati italiani si presentano alla caserma di via Paolina, tra via Cavour e la stazione Termini, esponendo una cartolina color grigio. Sono Enrico (Enrique) Guaita, l’idolo del Testaccio, detto Corsaro nero, Andrés Stagnaro e Alejandro Scopelli.

Tra sbadigli e tiri di sigaretta, nello stanzone si stampò uno spesso strato di silenzio. Che ci faceva lì l’eroe del ’34, uno dei leoni di Highbury? Quale formalità doveva espletare quei colossi della squadra romanista? Pacche sulle spalle, sorrisi, battute, autografi. Poi Guaita entrò per primo nell’ufficio leva. Il silenzio si fece bisbiglio. Venti minuti dopo il calciatore uscì con il volto pallido. Il tenente di turno che aveva annunciato: «Enrico Guaita, lei è abile e arruolato». Pochi minuti dopo stessa scena, stesso ufficio. Questa volta, uno dopo l’altro, compaiono davanti al tenentino Andrés Stagnaro e Alejandro Scopelli. Abili e arruolati: destinazione il corpo dei bersaglieri. A nulla valsero che attenuanti di Scopelli che assicurava di non saper andare in bicicletta. Mancavano tre giorni all’inizio del campionato, prima giornata, Roma-Torino, partita di cartello.
Uscirono insieme, andarono in un bar, ordinarono tre caffè, si guardarono negli occhi parlando in castigliano. Telefonarono agli uffici della Roma e chiesero del direttore sportivo, Vincenzo Biancone. Si incontrarono su un taxi. I tre non volevano partire per l’Etiopia. A ottobre il maresciallo Pietro Badoglio avrebbe invaso il paese africano, si sapeva, era nell’aria. Biancone li rassicurò: «Siete calciatori, siete dei privilegiati, non farete la guerra, resterete qui a Roma». Stagnaro, il più impaurito, volle andare comunque al consolato argentino che non era distante da Termini. «Va bene, se serve a farvi stare più tranquilli, ma arrivate puntuali al Testaccio» rispose il dirigente romanista. Da quel momento nessun dirigente della società giallo-rossa li vide più. Allenatore e compagni li aspettarono invano nel pomeriggio al campo d’allenamento.
Chiamarono un taxi, passarono da casa, stettero pochi minuti e uscirono dal retro, salirono su un’auto, questa volta ognuno con una valigia in mano. L’allenatore Barbesino non si preoccupò più tanto: «Li avranno trattenuti al consolato per un lungo colloquio chiarificatore».

Invece del Testaccio, l’elegante e veloce Dilambda Lancia si diresse verso Civitavecchia e da lì risalì l’Aurelia sino alla Spezia. Il gruppo in fuga abbandonò l’auto in Piazza Saint Bon. Lì si persero le loro tracce. Successivamente furono visti alla stazione di Santa Margherita Ligure dove fecero i biglietti per Ventimiglia. Il diretto per Genova giunse puntuale al binario due pieno di marinai seduti sulle loro borse d’ordinanza. Si sedettero nello stesso compartimento. Un gentile signore in doppiopetto leggeva “La Gazzetta dello Sport”. In prima pagina campeggiava un titolo a carattere cubitale: «Vigilia di campionato: la Roma parte favorita». L’articolo esaltava il Corsaro nero e il suo primato di reti nei tornei a 16 squadre: 28 o 29 (le fonti divergono). Guaita un po’ si vergognò: da capocannoniere ad autore di una fuga da manuale, adatta a un film di spionaggio. Cambiarono treno a Genova Principe, mangiarono un panino ognuno per conto proprio per non destare sospetti e salirono su tre carrozze differenti. Anche a Ventimiglia scesero separati, come se non si conoscessero, superando senza sospetto la fitta reti di carabinieri di guardia ai binari. A Ventimiglia vecchia in un vicolo furono avvicinati da uno che intuì quale era il loro vero obiettivo. «Volete passare dall’altra parte?» chiese loro.

Il passeur attese la sera poi si avventurò sulla collina di Latte e su sino alla Mortola al solo abbaglio della luna piena. I tre che lo seguivano avevano un bel passo. Su in alto videro le luci di Mentone e si sentirono in salvo. Scesero nei campi di ulivi. Una lepre fuggì al loro passaggio. Si fermarono sotto il tetto esterno di un capanno, appena sopra il paese. Il passeur se ne andò indicando come raggiungere la stazione. Di nuovo si divisero. Uno ad uno andarono a fare il biglietto. Alla francese dissero «Marseille» non «Marsiglia». Quando toccò a Stagnaro il bigliettaio domandò: «Allé et retour?». Lui ebbe un attimo di imbarazzo, fece in tempo a dare un’occhiata a Guaita che gli sussurrò: «Aller». Sbuffò e pagò. Di nuovo di sedettero in posti separati nello stesso vagone. Quando giunsero a Marsiglia si sentirono tranquilli e sicuri. Cambiarono del denaro e andarono a mangiare in un ristorante provenzale. Poi acquistarono tre biglietti per il primo piroscafo diretto a Buenos Aires. «Allé sans retour» specificò con sicurezza Guaita.
La sera un tifoso della Roma telefona in sede: «Mia moglie ha visto Guaita e gli altri due calciatori salire su una grossa auto con le valigie».

La mattina seguente i segugi del regime fascisti si misero sulle tracce di quegli «uomini in fuga» ma era orami troppo tardi. Il «giallo Guaita» finì sui giornali con il visto della censura. I tre ex romanisti furono tacciati come «traditori della patria» e accusati, senza prova, di traffico di valuta. L’unico traffico lo avevano fatto con il passeur che aveva forniti loro i franchi sufficienti per il biglietto del treno e per giunta quel denaro lo avevano pagato a prezzo doppio del cambio ufficiale. Il presidente dimissionario della Roma, Renato Sacerdoti, un ebreo, che i fascisti mal sopportavano, finì sotto accusa. Il banchiere di Testaccio, come veniva chiamato Sacerdoti, credeva oramai di avere il titolo 1935-36 in tasca con i tre oriundi e i due terzini della nazionale campione un anno prima, Allemandi e Monzeglio.
In poche ore da eroi dello stadio quei tre si trasformarono in «spregevoli disertori», come scrivevano i giornali di regime. «Di pecore travestiti da leoni domenicali non abbiamo bisogno, né crediamo opportuno continuare a nutrire serpi in seno. Siamo contenti di questo gesto come di una liberazione» scrisse “Il Littoriale”.

Di voce in voce la gente scopre come e perché il trio Guaita, Stagnaro, Scopelli è tornato rocambolescamente a Buenos Aires il 19 settembre del ’35: a consigliare loro la fuga era stata la paura che il Duce infilasse loro la camicia nera e il casco coloniale e li spedisse a cantar “Faccetta Nera” a Macallè.

Guaita aveva appena ottenuto un aumento di stipendio: 10 mila al mese, un record per l’epoca!

Tre anni prima Guaita, prelevato dall’Estudiantes, padre originario di Como, era stato accolto alla stazione Termini alle sei del mattino come il salvatore della patria. Era il primo maggio del ’33, la folla invase il binario in cui lentamente si spegneva l’Espresso wagon-lit proveniente da Genova. Tutti volevano toccare l’Indio, come lo chiamavano in Argentina per la sua capigliatura scura e la carnagione olivastra, anche se lui preferiva il secondo nomignolo di Gentleman, cosiddetto perché una volta disse all’arbitro che aveva segnato con la mano. Lo aveva scovato un emissario dalla Roma, Nicola Lombardo, ex calciatore giallorosso, anche lui oriundo.
Guaita era esploso nell’Estudiantes de la Plata con il quintetto chiamato Los Profesores, era entrato nella nazionale albiceleste con Monti e Orsi e poi, come gli altri, era tornato con la dicitura di «rimpatriato» stampato nei documenti emessi in fretta e furia dal Consolato del regno d’Italia di Buenos Aires, lui che aveva il padre nato a Menaggio, sul lago di Como, un luogo da cui oggi uno non penserebbe mai di espatriare. In poco tempo conquistò Roma segnando 28 reti in 29 partite, la nazionale italiana, lo scettro mondiale: per questo l’opinione pubblica si scagliò contro di lui e gli altri uomini in fuga. Quando giunsero a Buenos Aires non fu fatto troppo rumore per non rovinare i buoni rapporti tra Italia e Argentina. Tutt’e tre ripresero a giocare nel Racing. Alejandro Scopelli Casanova si ritrovò di nuovo sulla via degli oceani per andare a vestire la maglia francese del Red Star, poi in Portogallo e quindi in Cile; Andrés Stagnaro si rivede raramente sui campi di calcio; Guaita vestì di nuovo la maglia argentina con la quale vinse il Sudamericano del ’37. Tutte e tre si trascinavano anche laggiù la nomea di traditori inseguiti da voci e occhiate offensive, minacce sottili e prese in giro dei circoli degli emigranti italiani. Anni dopo la fuga improvvisa, Guaita scrisse a Vittorio Pozzo: «Ho commesso un grande sbaglio, mi sono rovinato da solo». A 30 anni smise di giocare, assumendo la direzione del penitenziario di Bahia Blanca, ma poi perse il posto. Quando morì, nel 1959, a causa di un tumore, non aveva compiuto ancora 49 anni. Era povero e solo, ospitato in casa di amici, in pochi vicino a lui, in Italia non lo ricordava nessuno. Qualcuno sentendo il suo nome ancora sputava a terra. Il presidente della Roma, Sacerdoti, già dimissionario, si ritrovò imputato di esportazione illecita di denaro. Fu considerato colpevole e inviato al confino. Riuscì a salvarsi ai rastrellamenti e alle deportazioni in Germania rifugiandosi in un convento.

Vittorio Pozzo, che non dimenticava i suoi alfieri su “Calcio e ciclismo illustrato” così commemorò Guaita: «L’ultima volta che ero stato a Buenos Aires, lo avevo cercato, e lo avevo invitato ad una cena che volevo offrire a lui, a Monti, a Demaria, a Cesarini (Orsi era troppo lontano). Mi rispose ringraziando vivamente, ma dichiarandosi dolente di non potersi muovere da Bahia Bianca, dove si trovava. Gli è che, in quel periodo, i moti politici dell’Argentina gli avevano fatto perdere il posto di direttore delle carceri a Bahia, e la sua salute cominciava a tentennare. Era un ragazzo colto e istruito, serio, ordinato e disciplinato. Raramente una persona più corretta militò nella Nazionale Italiana. È stata una delle cose che io rimprovero a me stesso: di essergli andato così vicino, nel mio ultimo viaggio in Sud America, e di non aver compiuto il breve tragitto, da Buenos Aires a Bahia Bianca, per andarlo a visitare. Resta per me nel cuore, in maglia azzurra e pieno di sentimenti nostri».

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E’ in libreria il nuovo libro di Marco Ferrari “Ahi Sudamerica! Oriundi, tango e fútbol” nella collana “I Robinson /Storie di questo mondo” di Laterza. Il volume racconta dell’emigrazione italiana in Sud America, a cominciare dal quartiere ligure della Boca dove nell’aria si sentiva un forte odore di fainà, per le strade si vendeva “O Balilla”, un giornale in dialetto e i carbunin usavano pantaloni bleu di Genova. Non siamo sotto la Lanterna, ma dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires. Qui sono gli italiani appena immigrati a far innamorare tutti del gioco più bello del mondo, il fútbol. Questo libro ne racconta le storie, esilaranti, malinconiche e struggenti, a cavallo tra le due sponde dell’Oceano, con in mente i personaggi strampalati di Osvaldo Soriano e come colonna sonora le note intense di Astor Piazzolla.

Per gentile concessione dell’editore, del libro “Ahi Sudamerica!” pubblichiamo un capitolo che riguarda tre oriundi in fuga dall’Italia nel periodo fascista.