Economia circolare, troppe ombre frenano la transizione ecologica

Nella prospettiva si spera ravvicinata del “dopo-Covid”, di una definitiva ripartenza dopo i lunghi mesi della crisi sanitaria e del collegato black-out socioeconomico, nell’urgenza di contrastare la crisi climatica che si fa sempre più aggressiva, l’Italia nel suo insieme e in particolare le due macro-regioni del Nord e del Centro hanno un “jolly” in più da giocare: si presentano a questi ideali nastri di partenza con l’economia più “circolare” d’Europa. L’Italia insomma è la patria europea dell’economia “green”, anche se non lo sa. E’ questa la sintesi di un Rapporto che mette a confronto l’Italia con il resto d’Europa quanto a transizione ecologica, presentato in questi giorni a Circonomia, il Festival dell’economia circolare in corso ad Alba, e curato da Duccio Bianchi che è anche l’autore, da anni, del Rapporto annuale di Legambiente su inquinamento, crisi climatica e altre emergenze ambientali.

La valutazione contenuta nel Rapporto si basa su 17 indicatori: dal consumo interno di materia procapite e dalla percentuale di rifiuti avviati a riciclo, che vedono l’Italia prima assoluta sui 27 Paesi dell’Unione europea, ai consumi finali di energia in rapporto al Pil e al tasso di rinnovabili sui consumi finali di energia che ci collocano largamente al di sopra della media europea e in testa tra i grandi partner dell’Unione (Germania, Francia, Spagna, Polonia).Nella classifica finale detto l’Italia è prima seguita dall’Olanda, dall’Austria, dalla Danimarca. E se fossero Stati membri dell’Unione, sarebbero prime sia la macro-regione del Nord che quella del Centro, mentre il Sud con le isole si piazzerebbe comunque sul podio. Siamo dunque eccellenza nell’economia circolare, più ancora di Paesi come la Germania e l’Olanda abitualmente celebrati come i più avanzati nei vari campi della sostenibilità ambientale.

Questo successo nasce da vari fattori. Per una parte dipende da condizioni oggettive e tradizionali: la nostra “geografia” caratterizzata in prevalenza da un clima mite favorisce più bassi consumi di energia, la nostra strutturale carenza di materie prime (dalle risorse energetiche ai metalli) ha “abituato” da secoli l’economia italiana ha ottimizzare l’uso di energia e risorse naturali. Ma si legge nel Rapporto: “Questa eredità è solo una parte della storia: i buoni risultati dell’Italia in tema di economia circolare sono stati costruiti soprattutto nell’ultimo decennio, nonostante la gravissima recessione, attraverso un miglioramento delle prestazioni di consumo e riciclo di materia e di efficientamento e conversione alle rinnovabili del sistema energetico. Così, tra il 2011 e il 2019 la produttività d’uso delle risorse (quindi il rapporto tra Pil e consumo di materia, a prezzi costanti) è migliorato in Italia del 59%, mentre il miglioramento medio della Ue è stato del 31%, quello della Germania del 38% e quello dell’Olanda del 47%. Anche il riciclo di materia dai rifiuti urbani (non la raccolta differenziata, la raccolta avviata a riciclo di materia) ha conosciuto in Italia un rimarchevole incremento, pur essendo decollato circa un decennio dopo quello dei Paesi leader: con il 51,4%, siamo ormai a un passo dai valori di Paesi leader in questo campo come la Germania, il Belgio o l’Olanda. Infine, nell’ultimo decennio (tra il 2010 e il 2019) il tasso di riciclo di materia in Italia è cresciuto di oltre 20 punti percentuali (dal 31% al 51%), mentre la media Ue è cresciuta del 10%, quella dei Paesi più avanzati come l’Olanda e la Germania è cresciuta rispettivamente dell’8% e del 4%, quella di Paesi meno avanzati dell’Italia, come la Francia e la Spagna, è cresciuta rispettivamente del 10% e del 5,5%”.

Tutto bene quindi? Purtroppo no. Su questa brillante “vittoria di tappa” italiana nella corsa all’economia circolare pesano tre grandi ombre. La prima è in un deciso rallentamento in settori-chiave della transizione ecologica, primo fra tutti la produzione e il consumo di energie rinnovabili: l’Italia era al 6,3% di energia pulita sui consumi finali nel 2004, era passata al 17,1% nel 2014 (target europeo del 17% raggiunto con largo anticipo), è rimasta al 18% nel 2019. La Danimarca, che aveva anch’essa raggiunto l’obiettivo europeo nel 2014, da allora è cresciuta nella percentuale di rinnovabili di altri 7 punti. Va ancora peggio per quanto riguarda le rinnovabili elettriche. Nel 2010 la produzione elettrica da nuove rinnovabili – escludendo l’idroelettrico, presenza “storica” e non più incrementabile – era pari all’8%, un valore inferiore alla media europea o a Paesi come la Germania (14%) o la Spagna (18%). Nel 2015, con un grande balzo trainato dal fotovoltaico, l’Italia era arrivata al 23%. E qui si è fermata: 2017, 2018, 2019, sempre il 23% della produzione elettrica.

La seconda ombra deriva da un’evidente contraddizione, peraltro non nuova: tra le brillanti prestazioni ambientali dell’Italia e il persistente declino del Paese sotto il profilo economico e sociale. I dati aggiornati confermano e talvolta rafforzano questa dicotomia, anche per effetto della pandemia che ha avuto in Italia effetti sanitari e sociali tra i più drammatici d’Europa. Tutta l’Italia arretra – talora in assoluto, più spesso in termini relativi rispetto agli altri Paesi – sotto il profilo del reddito, delle condizioni sociali, dei tassi occupazionali, dei divari di genere e generazione. Il Prodotto interno lordo procapite (un indicatore di cui si conoscono i limiti, ma pur sempre importante) dell’Italia nel 2020, a prezzi costanti, era tornato ai livelli del 1995. Così, l’Italia è l’unico Paese europeo, insieme alla Grecia, ad avere un Pil procapite inferiore a quello del 2000, l’unico che nel 2019 (prima della pandemia) non aveva ancora recuperato i livelli precedenti allo shock della “grande depressione” del 2009. In tutti i principali indicatori economici e sociali l’Italia è sotto la media europea, con le regioni del mezzogiorno che rappresentano – per indicatori decisivi come i tassi di occupazione, soprattutto femminile, o la presenza di giovani fuori sia dalla scuola che dal mondo del lavoro, il fanalino di coda dei 27 Paesi europei.

La terza ombra, anch’essa vistosa, riguarda i comportamenti, gli stili di vita e di consumo. Il Rapporto di Circonomia prende in esame 18 indicatori, il quadro che emerge dall’analisi è piuttosto coerente: nel confronto con altri Paesi europei l’Italia, che nell’indice di circolarità primeggia, mostra invece un’assai maggiore lentezza nell’aprirsi a modelli di consumo e stili di vita “circolari”. Nelle nostre case consumiamo più energia (ponderando il dato in base alle condizioni climatiche) della media dei cittadini europei: peggio di noi fanno solo Belgio e Lussemburgo. La penetrazione del solare termico nei consumi domestici è un quarto di quello della Spagna e meno di metà di quello della Germania. Sebbene siamo uno dei principali produttori europei di prodotti alimentari biologici, per consumi bio sia rispetto alla spesa alimentare che per abitante l’Italia è dietro buona parte dei Paesi del nord. Altro capitolo nel quale fatichiamo è quello della mobilità alternativa: da una parte siamo Il Paese europeo con il più alto tasso di motorizzazione privata (614 auto/1000 abitanti), dall’altra pur essendo i primi produttori europei di biciclette i ritmi di vendita di bici e e-bike sono ampiamente al di sotto (nel 2020 vendute 3,4 bici ogni 100 abitanti contro le 6,3 della Germania e dell’Olanda). Nell’ambito dei comportamenti “green”, vanno poi sottolineate le profondissime differenze che si registrano tra regione e regione italiana: dai ritmi di diffusione delle energie rinnovabili a quelli di utilizzo dei vari eco-bonus, dall’uso di auto in car-sharing alla raccolta differenziata dei rifiuti, il gap tra Nord e Sud dell’Italia è vistoso e non pare in via di riduzione.

Cosa manca allora all’Italia per tradurre le buone pratiche accumulate negli anni in tema di economia “green” in un primato che la renda protagonista della transizione ecologica globale? Fino a oggi è mancata “la politica”, soprattutto le è mancata una classe dirigente consapevole di un evidente dato di realtà: puntare sull’economia “green” non è solo necessario per contribuire a fermare la crisi climatica, è anche per il nostro Paese un ottimo “affare” che metterebbe a frutto, a sistema, dei nostri “talenti” economici e sociali. In questo senso, l’azione del governo Draghi e in particolare del ministro della transizione ecologica Cingolani si è rivelata finora insufficiente, in alcuni casi controproducente: sostenere come fa Cingolani scelte ecologicamente improbabili o dannose, come il mitico nucleare “pulito” che a oggi non esiste o l’Idrogeno “blu” ottenuto con il metano che è una di quelle energie fossili che alimentano il cambiamento climatico, significa nei fatti remare contro la transizione ecologica. L’Italia ha bisogno di molte più energie rinnovabili, e di procedure più rapide e trasparenti per favorirne lo sviluppo, ma su questo fronte il governo ha fatto pochissimo: altro che nucleare “pulito” e idrogeno “blu”.

Il Rapporto presentato a Circonomia si conclude con un auspicio: che l’impegno del tutto eccezionale messo in campo dall’Europa per rispondere alla crisi sanitaria, e per uscire da questo lungo “tunnel” anche e molto puntando sulla transizione ecologica come prescritto dalle linee guida del Next Generation EU, sia messo a frutto dall’Italia per sanare la contraddizione, nel lungo periodo insostenibile, tra declino economico e corsa all’economia circolare. A oggi vantiamo una posizione di forza in uno dei due ambiti dello sviluppo – l’altro è l’economia digitale – cruciali per il futuro: l’economia circolare e la decarbonizzazione, frontiere urgenti e decisive per fermare la crisi climatica e combattere i grandi fenomeni di inquinamento. Per consolidare questo primato dobbiamo fare in modo che benessere ambientale, benessere economico, equità sociale crescano insieme. L’Italia tra i grandi Paesi europei è quello le cui difficoltà economiche sono più profonde e strutturate ma anche uno di quelli, come mostra il Rapporto, che ha maggiori titoli per puntare sull’economia circolare, sulla transizione ecologica, come antidoti sia alla crisi climatica e in generale ai problemi ambientali, sia al rischio di un declino socioeconomico irreversibile. Per questo, spendere presto e bene gli oltre 200 miliardi che il Pnrr – il Piano nazionale di ripresa e resilienza che dettaglia gli interventi finanziati grazie al Next Generation EU – destina al nostro Paese non è solo giusto e necessario nell’interesse della lotta alla crisi climatica e al degrado ambientale: è anche utilissimo per dare gambe più forti alla nostra “ripartenza” economica dopo anni di recessione o stagnazione e dopo i mesi terribili della pandemia.