“Israele-Palestina: chi fa il tifo non comprende il conflitto”. Parola di Kamel

La prima volta ci siamo imbattuti in Lorenzo Kamel quando era un 28enne con una laurea in Filosofia alla Sapienza, impegnato alla Hebrew University di Gerusalemme per un master biennale. Un incontro avvenuto sull’onda delle tante domande che suscitava quella che allora era considerata la nuova (nuova?) guerra di Gaza, in Medio Oriente. Lo spunto era stato il suo volume “Israele-Palestina. Due storie, una speranza (Editori Riuniti, 2008). Quel ragazzo aveva scritto uno dei libri all’epoca più equilibrati e istruttivi sul conflitto: una volta terminata la lettura, si acquisiva la consapevolezza della modestia necessaria per capire questi e altri cortocircuiti della Storia.

Insomma, quel libro era un esempio di chiarezza e professionalità. Si coglieva nettamente lo sforzo necessario per non apparire dalla parte di nessuno, neppure dalla “sua” parte. Impresa in cui storici e giornalisti non sempre la spuntano. Così si era messo nei panni – ad esempio – dell’ebreo, reduce dalle persecuzioni razziali, che giunge in Israele e del contadino palestinese cacciato dalla sua terra.

Entrambi risucchiati nel gorgo di scelte spesso avventate o sbagliate o ipocrite, magari firmate su qualche scranno delle cancellerie occidentali o delle Nazioni (cosiddette) Unite. Lo studioso raccontava, infine, lo sforzo di una generazione di ricercatori che in Israele stava cercando di uscire dalle sabbie mobili dei luoghi comuni storiografici.

Fa molto piacere riscoprire Kamel oggi, 13 anni dopo, nelle vesti di professore associato di Storia contemporanea all’Università di Torino, specializzato in Medio Oriente e Nord Africa, direttore delle collane editoriali dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), reduce da ricerche e insegnamenti in numerose università di tutto il mondo: da quella di Harvard all’Albert-Ludwigs di Friburgo, dalla Birzeit University (Ramallah, nei Territori palestinesi) alla stessa Hebrew University di Gerusalemme, dalla turca Bilkent University (Ankara) all’egiziana ‘Ain Shams University (Il Cairo).

A dimostrazione del fatto che il suo punto di vista può essere apprezzato anche in realtà culturali teoricamente distanti, sebbene egli punti sulla scelta di destrutturare certezze. Lo dimostra anche nel suo ultimo libro (“Ripensare la Storia. Prospettive post-eurocentriche”, Le Monnier Università – Mondadori Education, Firenze 2021), dove decostruisce l’“Ego-Europa” – cioè una sfocata e autoreferenziale percezione della storia dell’Europa, o “degli Occidenti” (inclusa la presunta “tradizione ebraico-cristiana occidentale”) – per mettere anche gli “altri” – i non-occidentali, cioè africani, asiatici, eccetera – al centro della scena.

Professor Kamel, il suo libro del 2008 finiva così: “Analizzare senza assolutizzare. Simpatizzare senza generalizzare. Valutare senza giudicare. Questa è la grande lezione del dramma in Terra Santa”. È ancora della stessa opinione visto che su quel dramma, da allora, non è mai calato il sipario, come dimostra l’ultima guerra di Gaza?

“Già allora ero convinto che, in situazioni di ingiustizia, fosse necessario prendere posizione. Quella frase non era dunque un invito all’ignavia. Il punto che sostenevo all’epoca, e che ho approfondito, è questo: dobbiamo innamorarci prima di tutto dei principi. Nella vita ci innamoriamo di un coniuge, dei nostri figli, insomma di altri esseri umani.

Meglio infatuarsi dei principi

Quando ci occupiamo delle grandi questioni della storia – per di più legate a profonde cicatrici – è invece necessario infatuarsi dei principi. Non mi sono mai avvicinato a questo conflitto, così come ad altre questioni più o meno simili, parteggiando per un dato gruppo etnico o una certa religione. Già nel 2008 davo preminenza solo ai principi: se questi ultimi sono saldi e integri, non si rischiano delusioni, mentre le persone possono deludere”.

Lo sa, vero…, che questa sua posizione può scontentare tutte le parti in gioco?

“Certo. Mi piace citare una frase di Simone Weil (filosofa francese di famiglia ebraica, ndr): ‘Occorre essere sempre disposti a cambiare di parte per seguire la giustizia, questa eterna fuggiasca dal campo dei vincitori’. È necessario dunque esser pronti e disposti a cambiare le nostre idee. Eppure molti si sentono maggiormente a proprio agio con chi ragiona in maniera dogmatica, perché una persona di questo tipo può essere catalogata come ‘anti’ qualcosa e/o ‘pro’ qualcosa. Un manicheo non è a proprio agio se si trova di fronte una persona che non è ‘anti’, che non ha muri mentali. Mentre invece bisogna cercare di avvicinarsi alle radici delle questioni, mantenendo una certa dose di dubbio. Tanto più che, come scriveva Tiziano Terzani, ‘al di là dei fatti, c’è ancora qualcosa’”.

Però non è facile gestire questo approccio di fronte agli ultrà. O no?

“In Italia il confronto si polarizza quasi subito, da una parte e dall’altra. Quando parlo e scrivo in inglese, in un ambito internazionale, succede assai meno; preferisco confrontarmi in quel mare grande, dove può nascere qualche contrasto, ma trovo più spazio di manovra”.

Anche in Israele il confronto è più gestibile rispetto all’Italia?

“Nel nostro Paese spesso si percepisce Israele come se fosse un monolite. In realtà la società israeliana è una coacervo di gruppi e quasi tutti si sentono minoranza rispetto a un’altra componente. Ci sono enormi differenze; persino tra gli ultra-ortodossi esistono tantissime fazioni che spesso sono in aperto contrasto l’una con l’altra. Alcuni di essi considerano persino lo Stato d’Israele come una sorta di blasfemia e rifiutano di servire nell’esercito, nonostante farlo sia necessario per ottenere servizi e benefici elementari: se si vuole ricevere un mutuo immobiliare, solo per fare un esempio tra mille, è necessario dimostrare di avere fatto il servizio militare.

Ebbene, mi trovo meglio a discutere di queste cose e altre questioni in Israele e in Palestina, dove l’ho fatto tante volte: perché, al di là di tutto, ci sono spesso più predisposizione al dialogo, più flessibilità, più voglia di capire le cose da un’angolazione diversa. Come tendenza generale, non vedo la stessa disponibilità in Italia. Rispetto ad altri contesti, qui ravviso una maggiore violenza verbale quando ci si confronta su questi temi”.

Per esempio che cosa le capita?

Foto di RJA1988 da Pixabay

“Capita che un mio intervento mi faccia guadagnare, nello stesso tempo, l’accusa di essere un simpatizzante sionista o un sostenitore di Hamas. C’è chi preferisce il tifo da stadio, probabilmente perché è poco interessato ad andare alle radici delle questioni”.

Però lei ci insegna che in Italia e altrove l’opinione pubblica – grazie a ignoranza, a pregiudizi e a certa propaganda – si convince che ciò che immagina sia reale. Capita in vari campi, per esempio anche quando ci si confronta con le migrazioni.

“Vero. Ho lavorato molto sulle questioni migratorie, soffermandomi tra l’altro sul fatto che i guadagni derivanti dalle risorse naturali – inclusi petrolio, oro e gas – presenti nella quasi totalità dei Paesi africani e in un numero significativo di Stati nel Mediterraneo orientale vengono ancora oggi trasferiti attraverso società off-shore; queste, in larga misura, sono collegate a imprese e uomini d’affari operanti in Europa e in America. Inoltre, ho provato a comprendere i motivi per i quali ben il 61 percento dei 67 colpi di stato avvenuti negli ultimi 50 anni in 26 Paesi africani abbia avuto luogo in ex colonie francesi. Anche su questi temi ho trovato terreno molto più fertile all’estero che in Italia”.

Qual è la sua analisi sul caso Israele-Palestina, quello che fa arrabbiare di più gli ultrà italiani, di entrambi gli schieramenti?

“Per esempio, agli ultrà filo-israeliani non piace sentirsi ricordare che la guerra del 1948 non ha rappresentato il punto di partenza di questo conflitto. Quell’anno, semmai, coicise con il punto finale di un processo iniziato almeno 4 decenni prima, quando l’ottavo congresso sionista creò un ‘ufficio della Palestina’ a Giaffa, sotto la direzione di Arthur Ruppin: il suo principale obiettivo era – per citare le sue stesse parole – “la creazione di un milieu ebraico e di un’economia ebraica chiusi, in cui produttori, consumatori e intermediari debbano essere tutti ebrei”.

“Per anni abbiamo fatto finta che gli arabi non esistessero”

Foto di hosny salah da Pixabay

Mi lasci anche citare le parole scritte nel novembre del 1929 dal celebre storico Hans Kohn, che era stato attivo nel movimento sionista già a partire dal 1909: ‘Ultimamente’, scrisse, ‘sono diventato sempre più consapevole che la politica ufficiale dell’Organizzazione Sionista e l’opinione della stragrande maggioranza dei sionisti siano incompatibili con le mie convinzioni. Sento pertanto di non poter più rimanere nella veste di funzionario di primo piano all’interno dell’Organizzazione Sionista. […] Pretendiamo di essere vittime innocenti. È certamente vero che gli arabi ci hanno attaccato ad agosto [del 1929]. Dal momento che non dispongono di eserciti, non potevano obbedire alle regole della guerra. Hanno perpetrato tutti gli atti barbarici che sono propri di una rivolta coloniale. Ma siamo obbligati a esaminare la causa più profonda di questa rivolta’”.

Kohn che cosa ricavò da questa analisi?

“Scrisse: ‘Siamo stati per dodici anni senza aver fatto nemmeno una volta un serio tentativo volto a cercare il consenso degli indigeni attraverso i negoziati. Ci siamo affidati esclusivamente alla potenza militare della Gran Bretagna. Ci siamo posti degli obiettivi che per la loro stessa natura dovevano sfociare in un conflitto con gli arabi […]. Per dodici anni abbiamo fatto finta che gli arabi non esistessero ed eravamo contenti quando non ci veniva ricordato della loro esistenza’”.

Ricordare queste cicatrici, anche in relazione al presente, ai filo-israeliani disturba dunque una narrazione faziosa?

“Sì. Tra l’altro ero in Israele nel 2008, quando altre famiglie palestinesi, incluse decine di bambini, sono state espulse dal quartiere Sheikh Jarrah di Gerusalemme Est. È successo di nuovo quest’anno e ciò ha contribuito a innescare l’ultimo conflitto. Le case delle quali stiamo parlando vennero costruite ex novo, in spazi che prima erano aree boschive, dunque privi di abitazioni.

Ciò significa che nessun ebreo o israeliano venne espulso o allontanato da quelle case: semplicemente perché non esistevano. Furono costruite dopo il 1948, in un’area non edificata, per accogliere famiglie di profughi che erano state cacciati da Gerusalemme Ovest e da decine di villaggi e città presenti nell’area compresa tra il Mediterraneo e il fiume Giordano”.

Per i palestinesi però non è contemplata la possibilità di tornare nelle proprie abitazioni?

Foto di hosny salah da Pixabay

“No. La legge israeliana consente infatti agli ebrei israeliani di reclamare le proprietà nelle terre evacuate nel ’48, ma nega ai palestinesi il diritto di reclamare le proprietà evacuate nel corso della stessa guerra. Da diversi anni alcune organizzazioni registrate negli Stati Uniti – a cominciare da Nahalat Shimon – sono impegnate a espellere queste famiglie dalle loro case, sfruttando tra l’altro la cosiddetta “legge dei proprietari assenti”, che risale al 1950. Alcuni membri di queste stesse organizzazioni non hanno esitato a utilizzare anche documenti di proprietà contraffatti, come dimostrano i rapporti stilati da Ir Amim, organizzazione israeliana molto attiva a Gerusalemme”.

E sul fronte degli ultrà filo-palestinesi?

“Per esempio, dà fastidio sentir dire che Hamas utilizza a Gaza mezzi e metodi inaccettabili. Hamas rappresenta un affronto che pochi, tra quanti criticano l’establishment israeliano, sarebbero disposti a tollerare. Esiste un diritto alla resistenza, ma ciò non significa che ogni mezzo sia lecito. Un altro esempio, più di carattere storico, riguarda il sionismo e l’impossibilità di descriverlo in termini univoci.

Il sionismo, con tratti coloniali

Il sionismo fu un movimento sotteso da una consapevolezza identitaria di carattere nazionale radicata in una storia millenaria, che poco aveva a che spartire con le idee alla base dei movimenti coloniali coevi al suo sviluppo. Esso, tuttavia, fu implementato attraverso gli strumenti tipici del ‘Settler colonialism’, compreso il modo di rapportarsi con la maggioranza della popolazione autoctona, considerata a volte come un capitale da sfruttare altre che come un ostacolo da rimuovere. Si trattò in sostanza di un progetto avente alcuni tratti di tipo coloniale – non a caso fu volto a soddisfare gli interessi degli ‘esterni’ e non quelli dei locali – ma che fu sotteso anche da ‘sentimenti di carattere nazionale’”.

Diciamo che, nella bega tra opposti estremismi, ne fa le spese chi sta tra i due fuochi…

“Non si può negare la presenza di un forte disequilibrio. Per esempio, il governo israeliano ha un controllo quasi totale sulla vita dei palestinesi, a partire dai registri anagrafici. A ciò si aggiunga che circa il 94% dei materiali prodotti annualmente nelle cave israeliane costruite in Cisgiordania è trasportato in Israele e che milioni di palestinesi – a differenza di quanto accade con i coloni, soggetti alla legislazione israeliana – sono giudicati da corti militari di Israele: col risultato che il 99,74% dei processi si conclude con condanne. Sono solo alcuni esempi, ma sono lì a ricordarci che a fare le spese dell’attuale situazione sono in primo luogo quanti vivono, da oltre mezzo secolo, in un limbo giuridico”.

Finché le diseguglianze saranno queste, come può prevalere nella parte palestinese una componente non estremista?

“Gli estremisti di tutte le parti in causa hanno gioco facile. Per restare all’ultimo conflitto, fermare i missili rappresentava la priorità. Tuttavia, quando si dice che ‘occorre ripristinare l’ordine’ bisogna intenderci su ciò che questa affermazione significa. In questo momento significa che la componente ebraico-israeliana è tornata a una vita sostanzialmente tranquilla e garantita nei diritti principali, mentre milioni di palestinesi continueranno a essere soggetti a una violenza strutturale”.

Come renderla visibile?

Foto di Orelian da Pixabay

“È una violenza facilmente riscontrabile da chiunque sia disposto a vederla. Invece molti sono disposti a comprendere ciò di cui stiamo parlando solo in concomitanza con le escalation belliche.

Nell’attesa, ci rimettono gli invisibili…

“Più che gli invisibili, gli inascoltati. La scrittrice indiana Arundhati Roy nel 2014 ha affermato che ‘Non esistono i senza voce, esistono solo coloro che vengono deliberatamente silenziati o quanti si preferisce non ascoltare’”.

Un paragrafo del suo libro Ripensare la storia è dedicato proprio a silenziati e inascoltati.

“Sì, più nello specifico mi soffermo sul fatto che fu l’Asia di molti leader emersi ‘dal basso’ ad aver rappresentato la culla e il cuore dei processi di decolonizzazione, nonché una sorta di cartina di tornasole dell’imperialismo globale e dei suoi maggiori interpreti. Queste figure storiche – tra le quali vanno annoverati il “padre della Cina moderna” Sun Yat-sen, il poeta bengalese Rabindranath Tagore, il Mahatma Gandhi e decine di altri protagonisti della storia contemporanea dell’Asia – crebbero all’ombra dei grandi eventi storici avvenuti a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Inclusa la sconfitta patita nel 1904-5 dalla Russia per mano delle forze armate giapponesi: la débâcle sofferta dalle armate zariste scalfì, agli occhi di molti asiatici, il mito dell’invincibilità dell’“uomo bianco”. I processi di decolonizzazione registrati in varie parti dell’Asia ebbero un impatto significativo sulle lotte per la liberazione dei popoli africani, in molti casi sovrapponendosi, anche da un punto di vista temporale, ad esse”.

Quando pensa ai silenziati sul fronte Israele-Palestina, che cosa le viene in mente?

“Mi viene in mente il campo profughi di Shu’fat. È ad appena 4 km dal centro della città vecchia di Gerusalemme. Ci vivono, totalmente isolate, 30.000 persone, per lo più profughi, senza alcuna tutela. Chi lo visita, si chiede: com’è possibile che di questo luogo terribile non parli il mondo? Ci vive un solo medico, Salim Anati, un esempio di ‘eroe silenzioso’, che si fa carico di migliaia di persone, tra cui tantissimi bimbi con disabilità. Ecco, è incredibile che pochi siano disposti a vedere una ferita così macroscopica, per tornare a quello che dicevamo”.

Tornando alla gabbia analitica dell’eurocentrismo sul fronte della lettura della storia, cui è dedicato il suo ultimo libro, di fronte a una vicenda come quella mediorientale l’Unione europea quale ruolo gioca? In apparenza, ha delegato ad altre super potenze, soprattutto gli Stati Uniti, l’incarico di intervenire o, se vogliamo, interferire. Tende a non assumersi responsabilità?

“In realtà di responsabilità ne ha tante. L’Unione europea e i singoli Paesi che la compongono sono parte delle cause strutturali del conflitto del quale abbiamo parlato in larga parte di questa intervista”.

In che modo?

“Per esempio, una percentuale rilevante delle armi utilizzate nell’ultimo conflitto sono state prodotte in Europa, Germania in primis. A ciò si aggiunga che alcuni progetti di ricerca dell’Unione europea, compresi Horizon 2020 e l’attuale Horizon Europe (HEU), foraggiano, tra tante iniziative virtuose, anche programmi che facilitano un ferreo controllo della popolazione palestinese attraverso droni e sistemi di sorveglianza”.

Intanto in Israele è appena finita l’era di Netanyahu. Da inizio giugno 2021 governa una coalizione formata da 8 partiti: dall’estrema destra alla sinistra radicale, fino a Raaam, un piccolo partito islamista palestinese-israeliano. Il premier è Naftali Bennett, leader di Nuova Destra, che fra due anni dovrebbe passare la carica a Yair Lapid, leader del partito centrista Yesh Atid. Cambieranno le cose?

“A proposito del ruolo dell’Unione europea, si tratta di verificare se sarà coerente e applicherà con Bennett e il suo governo le ‘condizioni di non-contatto’, già applicate con diverse fazioni palestinesi che non riconoscono lo Stato di Israele. Bennett ha infatti sostenuto più volte che non ci sia alcuna possibilità di veder nascere uno Stato palestinese: ‘Non c’è spazio nella nostra piccola ma stupenda terra dataci da Dio per un altro stato’, ha affermato alla Knesset. Inoltre l’UE non ha rapporti con alcune fazioni palestinesi perché accusate di non rispettare gli accordi diplomatici.

Chi terrà a bada Bennet?

Foto di dozemode da Pixabay

Ebbene, lo stesso Bennett chiede l’annessione di almeno il 60% della Cisgiordania e questo è contrario a ogni accordo finora stipulato e riconosciuto dall’Europa. Infine l’UE non dialoga con le fazioni palestinesi che non rinunciano alla violenza. Giusto. Ebbene, Bennett, tra tanto altro, ha dichiarato testualmente: ‘Ho ucciso molti arabi nella mia vita e non c’è alcun problema con questo’. L’UE applica molto spesso misure punitive nei confronti di una parte per queste ragioni, ma non è altrettanto coerente con gli oltranzisti della controparte”.

Il partito arabo e le forze di sinistra e centriste che compongono la coalizione riusciranno ad tenere a bada Bennett?

“L’unica svolta potrebbe imprimerla quel piccolo partito arabo, cui fanno riferimento una parte dei palestinesi con cittadinanza israeliana: sono in totale il 20% dei cittadini di Israele, pur avendo meno del 10% dei seggi perché la maggior parte non va a votare. Potenzialmente, se in questa coalizione Raam riuscisse davvero a ottenere qualche risultato concreto, forse nelle prossime elezioni andrebbero a votare molti più palestinesi d’Israele. In tal caso, potrebbe cambiare qualcosa. Per ora, nella coalizione, Bennett ha il timone in pugno ed è assai difficile aspettarsi un sia pur minimo miglioramento dei problemi che sono legati alle cause strutturali del conflitto”.