Israele-Libano: piccoli passi di pace grazie al gas

Israele e Libano hanno raggiunto, con la mediazione Usa, un accordo per lo sfruttamento di due giacimenti di gas che, di fatto, stabilisce nuovi confini marittimi tra i due Stati. Sull’intesa definita “storica” tra due Paesi formalmente ancora in guerra tra loro pesa però l’incognita dello scenario politico israeliano condizionato dalle elezioni in programma il 1 novembre oltre a ostacoli procedurali legati a un ricorso davanti all’Alta Corte di Giustizia e alla necessità di un passaggio alla Knesset, il parlamento di Gerusalemme. Da parte libanese non vi sarebbero, invece, particolari difficoltà in quanto il presidente Michel Aoun, firmatario dell’intesa col premier israeliano Yair Lapid, intende chiudere rapidamente la partita per presentare l’accordo quale coronamento del suo mandato che volge al termine.

Un’intesa storica?

gasdottoSe da un lato per Israele il via libera allo sfruttamento dei giacimenti rappresenta un importante business e anche l’occasione per presentarsi come fornitore di gas all’Europa, dall’altro il Libano avrebbe l’opportunità di risanare in parte il bilancio statale e la profonda crisi economica ulteriormente aggravata dalla devastante esplosione del 4 agosto del 2020 nel porto di Beirut. Una crisi le cui conseguenze hanno messo in difficoltà anche Hezbollah che di fatto governa parte del territorio nel sud del Paese dei Cedri. Da qui il via libera all’intesa col nemico, avallata di fatto anche dall’Iran, storico sponsor del ‘Partito di Dio’.

L’intesa tra Beirut e Gerusalemme, raggiunta grazie alla mediazione del segretario Usa all’Energia Amos Hochstein, riguarda un triangolo di mare oggetto di contesa dal 2012. In questa area del Mediterraneo orientale si trovano il giacimento di Karish che andrebbe a Israele e quello di Kana assegnato al Libano quale ‒ prevede la bozza Hochstein ‒ dovrà riconoscere delle royalties a Gerusalemme in ragione di una porzione che ricade in acque israeliane. Il deal sui confini marittimi, inoltre includerebbe il riconoscimento internazionale della così detta “linea delle boe”, una barriera fisica che si estende per cinque chilometri circa davanti all’area contesa realizzata da Gerusalemme per difendersi da eventuali attacchi di Hezbollah. Nel campo di Karish ha già iniziato a operare Energean, gruppo quotato a Londra, mentre a Kana la francese Total comincerà appena l’accordo verrà ratificato. L’intesa tra i due Stati, ufficialmente in guerra dal 1948, si presenta ‒ come sottolineato dal Jerusalem Post ‒ nella forma di un doppio scambio di lettere tra Usa e Libano e Usa e Israele. Garanti dell’accordo gli Stati Uniti, poiché il Libano non ha relazioni diplomatiche con Israele. Se il premier Lapid ha presentato il deal sui confini marittimi con il Libano come “storico” in quanto porrebbe fine a una disputa su oltre ottocento chilometri quadrati di mare che dura da circa dieci anni, l’opposizione guidata da Benjamin Netanyahu lo ha bollato come una svendita degli interessi del Paese. E si prepara a dare battaglia alla Knesset.

Le difficoltà dell’accordo

Ma, più che la disputa ‘ideologica’ o in termini economici e di sicurezza nazionale, sembrano pesare sull’intesa i tempi tecnici necessari per il via liberabandiera israele definitivo. Hareetz mette in evidenza ostacoli relativi a procedure giudiziarie e parlamentari. Pendono infatti davanti all’Alta Corte i ricorsi contro il governo che puntano a bloccare, o perlomeno a sospendere, l’accordo. Sono tre le contestazioni principali ‒ secondo quanto riporta il quotidiano di Tel Aviv – tutte collegate tra loro: per essere valida ‒ sostengono gli oppositori ‒ l’intesa andrebbe approvata dalla Knesset e anche ratificata con referendum. Non sarebbe inoltre legittima perché ‒ argomentano ‒ un esecutivo alla vigilia delle elezioni non avrebbe l’autorità per assumere decisioni di tale rilevanza.

Il quotidiano finanziario Globes calcola che l’udienza della corte non potrà svolgersi prima del 30 ottobre, a soli due giorni dalla consultazione elettorale. Margini strettissimi, dunque, per l’approvazione dell’accordo da parte del governo anche nel caso il ricorso venga respinto. A ciò si aggiunge che i tempi tecnici dell’obbligatoria discussione alla Knesset sull’intesa ‒ che dovrà arrivare in aula anche col testo in ebraico ‒ sono previsti in almeno due settimane. Se lo “storico” accordo non verrà ratificato entro ottobre, per la sua approvazione definitiva bisognerà necessariamente attendere il nuovo governo. E potrebbe essere un esecutivo guidato da Netanyahu, decisamente contrario all’intesa con Beirut. Nel frattempo sarà decaduto dall’incarico anche l’altro firmatario, il presidente libanese Michel Aoun che finirà il suo mandato il 31 ottobre.