Iran, uccisa per un velo malmesso. Dilaga la protesta delle donne

Frattura del cranio, emorragia, edema cerebrale. Nessuna conferma ufficiale, ma le immagini della tac circolate nei giorni scorsi corrispondono alle notizie filtrate dall’ospedale e poi messe a tacere come opera di agenti anti-iraniani. Masha Amini è morta così, a 22 anni, per un velo messo male che ne lasciava intravedere i capelli. Poche ore nelle mani della polizia morale, che l’aveva fermata per strada a Teheran dove era appena arrivata con la famiglia per una visita ai parenti. Presa, caricata su un van e – secondo i testimoni – picchiata già mentre era a bordo, mentre ai genitori veniva detto che l’avrebbero rilasciata dopo una “sessione di rieducazione”. Poche ore e Masha è arrivata al pronto soccorso in stato di morte cerebrale. Ufficialmente deceduta per un improvviso attacco cardiaco o forse epilessia, la polizia alterna le due versioni puntualmente smentita dalla famiglia della ragazza “che – dice il padre – non ha mai avuto niente di più grave di un raffreddore”. Masha stava bene fino a che il regime glielo ha consentito.

Masha Amini

Si può morire per un velo indossato male? La protesta è scattata immediatamente con il tam tam dei social, che le autorità iraniane si sono affrettate a silenziare rallentando internet al punto da mettere in difficoltà anche la Borsa. Per le strade di Teheran, appena è calato il buio, le strade si sono riempite di manifestanti. Le donne a capo scoperto denunciavano una morte insensata e gli abusi della polizia morale, scortate dai clacson delle auto che passavano strombazzando in segno di solidarietà. Qualche ragazza si tagliava i capelli a grosse, imperfette sforbiciate. Quei maledetti capelli che la legge islamica vuole coperti dal velo: un gesto di rivolta, rilanciato da tanti video sul web.

Scontri con la polizia

Il 17 settembre la salma di Masha è stata rispedita alla sua città natale, in Kurdistan, e alla famiglia è stato fatto esplicito divieto di tenere una cerimonia funebre per evitare disordini. Non è servito, almeno un migliaio di persone si sono fatte trovare al mattino presto davanti al cimitero. Ci sono stati scontri con la polizia. Scene che si sono ripetute in altre parti del paese. Manganellate, lacrimogeni, proiettili di gomma e forse anche veri. Finora si contano cinque vittime, decine di feriti e numerosi arresti.

La polizia morale continua a negare ogni responsabilità, ma l’ondata di sdegno che attraversa il Paese ha indotto il presidente Ebrahim Raisi a telefonare alla famiglia di Masha mentre, secondo fonti giornalistiche, il capo della polizia religiosa, il colonnello Ahmed Mirzaei, sarebbe stato sospeso e almeno un paio di religiosi di alto rango avrebbero condannato la morte della ragazza.

“Vostra figlia è come se fosse la mia”, ha detto Raisi mentre era in partenza per New York, per l’assemblea Onu, sollecitando un rapporto sull’accaduto. Eppure porta la sua benedizione il decreto che lo scorso 15 agosto ha inasprito le misure per rafforzare il controllo sulle donne, imponendo l’obbligo di adeguarsi ai dettami islamici anche nelle immagini postate sul web, pena l’esclusione da alcuni diritti sociali da sei mesi a un anno e, per le impiegate pubbliche, il licenziamento.

Un momento delle proteste

Nelle scorse settimane il segretario del quartier generale iraniano per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, Mohammad Saleh Hashemi Golpayegani, ha anticipato l’intenzione del governo di utilizzare le tecnologie di riconoscimento facciale sui mezzi pubblici per individuare, e punire, le donne che non si attengono all’obbligo di indossare il velo. L’annuncio segue l’ondata di proteste che ha accompagnato il 12 luglio scorso la “Giornata dell’hijab e della castità”: un profluvio di video di donne senza velo per la strada o sui autobus e treni. In diversi casi il successo dei post ha attirato l’attenzione delle autorità che hanno identificato e arrestato le autrici. Altre volte sono state proprio le denunce social a mettere in pericolo le donne, come è successo alla scrittrice e artista Sepideh Rashno, arrestata grazie a un video in cui veniva aspramente redarguita da un passeggero su un bus per essere vestita “in modo inappropriato”. Il video è diventato virale e la polizia morale è intervenuta: la ragazza è stata picchiata e costretta a chiedere scusa pubblicamente con il capo velato. Nel 2014 un caso simile aveva coinvolto tre ragazzi e tre ragazze (senza velo) che in un video cantavano “Happy” e ballavano sui tetti di Teheran. Furono condannati a 91 frustate e da sei mesi a un anno di reclusione, pena sospesa per tre anni salvo nuovi arresti.

“Influenze straniere”

Allora come oggi il regime attribuisce ad influenze straniere e al tentativo di minare i costumi islamici tanto le canzoni sui tetti che le proteste contro l’obbligo di indossare il velo, o le manifestazioni degli insegnanti che chiedono aumenti di stipendio. Internet è diventato un terreno minato per gli ayatollah, la protesta individuale facilmente si salda con altre voci e le autorità iraniane cercano di usarlo a proprio vantaggio, nella speranza di disinnescare ogni forma di opposizione o di resistenza.

Non vale solo per le donne, anche se sono un bersaglio privilegiato. Tra il 2019 e il 2020 si sono succedute le manifestazioni contro il carovita, proteste che si sono moltiplicate quest’anno per l’aggravarsi della situazione economica in seguito alla guerra in Ucraina con l’aumento repentino delle derrate alimentari e l’impennata dell’inflazione, che ormai viaggia intorno al 40 per cento. I prezzi degli alimenti più comuni sono saliti del 60 per cento. Il reddito pro-capite nel 2020 è sceso all’equivalente di 2400 dollari, contro gli oltre 6000 del 2014. Pandemia e inasprimento delle conseguenze dei cambiamenti climatici – con ampie regioni colpite da siccità o inondazioni hanno fatto il resto.

Nel Khuzestan, un tempo territorio fertile a spiccata vocazione agricola, già nel luglio del ’21 ci sono state manifestazioni contro l’uso sconsiderato delle magre risorse idriche, proteste finite regolarmente nel sangue, con almeno una decina di morti. Scene che si sono ripetute più volte negli ultimi mesi, quando prezzi alle stelle e carenza d’acqua hanno innescato cortei subito repressi con l’uso di pallini da caccia sulla folla – come documenta Amnesty international – mentre internet veniva bloccato insieme alla telefonia mobile, per ostacolare il coordinamento dei manifestanti e la diffusione di notizie. Khuzestan, Chaharmahal e Bakhtiari, le province che hanno visto le proteste hanno anche contato le loro vittime.

L’embargo sul petrolio

La morte di Masha è l’ultimo tassello in uno stillicidio di violenze, ma la sua totale gratuità la rende forse più odiosa di altre, in un Paese che solo nei primi sei mesi di quest’anno ha mandato al patibolo 251 persone (nel 2021 furono in totale 314) dopo processi a dir poco irregolari. Masha non ha avuto nemmeno questo. Ma il presidente iraniano conta di aver messo a tacere le proteste prima di affrontare negli Stati Uniti il capitolo dell’accordo sul nucleare, denunciato a suo tempo da Trump e tuttora avversato da repubblicani e dalle organizzazioni per i diritti umani.

Per Teheran, con l’economia alla deriva e la sete che colpisce il 97% del suo territorio, sarebbe molto utile un alleggerimento delle sanzioni con la possibilità di esportare petrolio – si stima che l’Iran potrebbe mettere sul mercato 1-1,5 milioni di barili al giorno. Non sarà facile, con o senza il velo di Masha.