L’iperliberista Truss getta la spugna dopo 44 giorni: la Gran Bretagna verso l’implosione

Quarantaquattro giorni. Tanto durano i governi in Brexit Britain. Liz Truss si presenta a ora di pranzo davanti a un triste leggìo. Cielo grigio, clima uggioso che si trasformerà presto in pioggia torrenziale, parole laconiche che precedono la fine del suo percorso politico. La sua visione di come trarre i vantaggi delle “libertà della Brexit”, tagli delle tasse ai ricchi giudicati insostenibili e scriteriati da Washington e Bruxelles, era stata affossata dal crollo della sterlina ai minimi dai tempi della Thatcher, l’unica cosa in cui era riuscita ad emularla,  dall’esplosione dei tassi di interesse sul debito per qualche giorno addirittura superiori a quelli di Grecia e Italia e dalla rivolta interna dei deputati conservatori che l’avevano forzata a licenziare il ministro dell’economia e a fare marcia indietro su praticamente tutte le misure prese. Non può più, dunque, “rispettare il mandato” con cui era stata eletta dai (pochi) membri del partito conservatore nel congresso seguito alle dimissioni di Boris Johnson, travolto dagli scandali all’inizio dell’ estate.

Liz Truss

Un futuro pieno di incognite

Liz Truss lascia dunque la leadership del Partito Conservatore e rimarrà a Downing Street per poco più di una settimana, il tempo concordato con Graham Brady, il leader del comitato costituito 100 anni fa dal Partito Conservatore per dirimere le questioni di leadership, al quale passa una brutta gatta da pelare. Parte ora un nuovo contest le cui regole non sono ancora chiare che durerà fino al 28 Ottobre – in tempo per l’annuncio delle nuove misure economiche, già anticipato al 31 Ottobre per calmare la pressione sulla sterlina – in questo stato di permanente eccezione democratica in cui gli statuti decidono il destino di un Regno a-costituzionale e in balia dei mercati finanziari. Di fatto, nessuno sa chi le succederà e cosa succederà stante le divisioni feroci tra la destra interna che aveva installato la Truss, i centristi e i moderati divisi in mille correnti di un partito orfano di Boris Johnson, di cui qualche ex ministro e addirittura lui stesso non si vergogna di chiedere il ritorno.

Ma la fine di questa premiership, la più breve di sempre della secolare storia della democrazia britannica, lascia di stucco per la rapidità con cui è implosa, sei settimane di cui due sospese a piangere la Regina, per il caos manifesto di ogni fase della sua breve vita, per come ha rivelato la totale disunione e acrimonia tra le diverse anime del Partito che ha governato il Regno Unito negli ultimi dodici anni. Un esito, è importante sottolinearlo, a cui non ha minimamente concorso l’opposizione, che non ha dovuto fare praticamente nulla per tirare giù due governi in tre mesi.

Non si tratta soltanto dell’insipienza di Liz Truss, la sventurata iperliberista fuori tempo massimo, che voleva “scatenare la Gran Bretagna” a colpi di tagli delle tasse ai ricchi mentre l’inflazione mangia il salario dei poveri. E non si tratta nemmeno soltanto del fatto che la Brexit e il modo in cui è stata condotta e tutto quello che ne è seguito, compresa una gestione totalmente irresponsabile della prima fase della pandemia, hanno minato la credibilità internazionale tanto del Paese, quanto quella del suo debito pubblico che aumenta da anni a ritmi forsennati, oltre il 100% per la prima volta nella storia e piú che raddoppiato in quindici anni di austerity prima e Brexit poi, inevitabilmente destinato a crescere ancora per fare fronte al caro bollette. E nemmeno si può spiegare la crisi politica come una conseguenza diretta dell’indebolimento di un’economia che rimane sì larga e ricca, ma come ricorda su Open Democracy l’ex assistente di John McDonnell James Meadway, è al momento “a bassa produttività, bassi investimenti, alto debito e una dipendenza crescente da importazioni essenziali. Fondamentali deboli da un po’ di tempo e peggiorati dall’austerità degli anni 2010 seguita alla crisi finanziaria”.

boris johnson

Segnali di implosione del Regno Unito

La portata della crisi è più profonda ed ha natura prettamente politica. È tutto il Regno Unito che sta implodendo politicamente nel venire meno della coesione tra le sue nazioni e tra i suoi gruppi sociali e politici, nell’assenza di un piano che precede e sostanzia questa uscita dalla UE che è sempre stata un salto nel buio di una masnada di politicanti mossi dall’ambizione e strutturalmente privi di visioni mai pensate né formulate, mentre si decideva quale editoriale pubblicare. Una deriva politica che ha alimentato un declino degli standard di decoro, moralità e legalità che ha caratterizzato tutta la vicenda degli ultimi anni, dai moltissimi scandali di Boris Johnson fino a quelli di cui non c’è stato nemmeno tempo di parlare di Liz Truss.

La Brexit stessa è sintomo della disillusione del popolo nella sua classe politica, più che causa di un crollo nella fiducia della politica che diminuisce da anni e rasenta ormai quella italiana, laconicamente guida da tre decenni di questa classifica europea del disagio politico. Ma ha torto l’Economist che, con arroganza questa sì, tutta British, sceglie l’Italia come termine di paragone derogatorio e un po’ triviale della deriva politica del Regno Unito nella copertina dell’ultimo numero. Brexit Britain non è Britaly. Rispetto a questo Regno disunito la Repubblica Italiana è paradossalmente più unita, democratica e solida, perfino economicamente, e sarà ancora perno dell’Unione Europea quando tra qualche anno gli inglesi torneranno inevitabilmente a bussare alle sue porte.

Quelli che stiamo vivendo in questi anni sono solo gli ultimi capitoli del processo di disintegrazione dell’impero più grande che la storia abbia conosciuto e che vede vendicate le richieste di emancipazione democratica della Scozia di Nicola Sturgeon (che ha un mandato cristallino per un nuovo referendum sull’indipendenza), dell’Irlanda del Nord (e del Sud) guidate per la prima volta dello Sinn Féin, a cui non mancherà di aggiungersi il piccolo Galles celtico ed europeista. Liz Truss verrà dimenticata come il più incapace degli ultimi imperatori romani. Il secondo rapidissimo leadership contest dei tories in tre mesi non troverà la formula per uscire dal declino accelerato dalla Brexit. Servono elezioni generali e una rivoluzione democratica, in tutte le nazioni del Regno. Con buona pace dell’Economist.