Io, Bruno Ugolini, comunista
chiedo il mio licenziamento

Pubblichiamo la lettera con cui Bruno Ugolini, nostro compagno di lavoro scomparso qualche mese fa, chiese nel 1960 il licenziamento dalla casa editrice La Scuola dove lavorava. Il testo, di grande interesse perché fa luce su un periodo turbolento della nostra storia e perché ci restituisce il profilo di un grande giornalista che ha vissuto sempre dalla parte dei lavoratori e del sindacato, è stato ripubblicato sull’Annuario del lavoro 2021 edito dal Diario del lavoro.

Io, Bruno Ugolini, chiedo il mio licenziamento dalla casa editrice “La Scuola”.
So di arrecare un certo dolore, con questo, ad alcuni amici della Redazione. Persone che nutrivano per me affetto e fiducia; persone che vedevano in me un po’ la continuazione di mio padre, un uomo che a “La Scuola” dedicò l’intera sua esistenza. Ed è stato proprio per obbedienza a mio padre che non sono mai giunto – lui in vita – a questo passo. Lascio “La Scuola” – sia chiaro – non per motivi economici, né per ambizioni personali non soddisfatte. Lascio “La Scuola” perché io con codesta istituzione non ho punti di contatto, non sono “ideologicamente” fuso con l’ambiente. E non posso rassegnarmi a un lavoro puramente tecnico che non implichi una partecipazione, diciamo così, “spirituale”.

E’ per essere finalmente leale con me stesso e con quegli amici de “La Scuola” che mi rispettano e mi guardano con affetto, che io giungo a questa decisiva chiarificazione. Per alcuni di loro – poiché penso che forse non riusciranno a capire, che forse grideranno a una specie di “tradimento” – mi spiace assai doverlo fare. Ma sento il dovere di agire, anche a costo di causare la rottura di certi legami d’amicizia. Non è possibile vivere una vita da ipocriti, senza poter chiaramente esprimere quello in cui si crede.

Io sono comunista. Lo sono per le mie idee e per la mia attività: collaboro infatti da tempo, in modo clandestino, sul settimanale “La Verità”, sotto lo pseudonimo di “Gravroche”. Non sono diventato comunista per una qualche scuola di catechizzazione. Sono diventato comunista, vivendo. Sono diventato comunista frequentando dapprima il mondo cattolico e osservandone le potenti contraddizioni. Io sento molto i problemi degli uomini. Mio padre in particolare ha educato questa mia sensibilità. Ma voglio anche agire per arrivare a una soluzione. Per questo ho visto, letto, studiato. I cattolici da me avvicinati e sperimentati, non vogliono risolvere – sul piano terreno – “il problema di vivere”. Ovvero, risolvono tutto, ma teoricamente. In pratica, non agiscono. Rimandano sempre – per chi soffre, per chi chiede, per chi sta male – all’al di là.

Ho conosciuto uomini cattolici e uomini comunisti. Voi dovreste conoscere le doti morali di onestà, lealtà, dedizione, solidarietà, umanità, fermezza, democrazia…di coloro che voi chiamate con sorriso ironico “i compagni”.
Anche tra i cattolici, anche a “La Scuola” ho conosciuto ottime persone con notevoli doti morali. Ma, nella maggioranza, mosse soprattutto da profonde ambizioni individuali, con atteggiamenti a volte ego-centrici, incuranti del resto della collettività, anti-democratici. Esseri auto-convinti della propria personalità di “uomini della Provvidenza”, imbevuti di personalismi e settarismi; impegnati se non proprio per la sola propria “vittoria”, solo per la vittoria del proprio “gruppo”, visto come etichetta, come “Istituzione”; ovvero impegnati al solo diffondersi dei principi confessionali, superficialmente distribuiti, col solo scopo di constatare che il mondo su cui agiscono ha appreso i principi o ne ha comperato i testi. Senza interessarsi a cercar rimedi se poi questi principi non vengono attuati, come è facilmente accertabile in questa Italia tutta cattolica ufficialmente e, soprattutto nei ceti dirigenti, sregolata, immorale, ingiusta, pagana nella realtà.

Ho conosciuto persone magari anche sensibili ai problemi sociali ma che nulla pensano di fare, anche nel loro piccolo, nel loro ambiente, per risolverli.
Ed io non posso vivere, accontentandomi di una esistenza facile ma squallida, tra gente che non agisce per giungere a una soluzione, nonostante ne riconosca l’assoluta necessità; e che magari si accomoda la coscienza solo con atti di beneficenza, di elemosina.

Il caso de “La Scuola” – nella sua struttura aziendale – è tipico. Qui ho avuto l’esperienza più idonea a convincermi al comunismo. In questa azienda anche l’idea evangelica, cristiana, di amore per il prossimo, di “comunità”, è completamente bandita. Si va addirittura contro la legalità, nei rapporti con le maestranze. Non si attuano i contratti di lavoro, si adoperano apprendisti come operai di prima categoria. Si adoperano apprendiste operaie come impiegate di redazione. Si adoperano persone – io stesso l’ho sperimentato per 5 anni circa – senza i dovuti legami contrattuali, senza assicurazioni, con paghe miserabili. Si predica – questi naturalmente sono tutti impegni della sola Direzione Amministrativa – una politica di “razzismo aziendale”, di separazione netta, di “poca confidenza” tra operai e impiegati. Si nega qualsiasi importanza all’operaio che lavora o all’impiegato, considerandoli solo alla stregua di pedine, con una boria indegna, insopportabile, con lo slogan: “nessuno è indispensabile”. Non c’è, nemmeno in embrione, quella compartecipazione – che dovrebbe essere applicata, almeno secondo i testi cattolici – tra maestranze e dirigenti e azienda, con sforzi unitari e comuni, per arrivare a comuni obiettivi di amore al lavoro, di serenità aziendale, di tranquillità economica.

C’è chi comanda e c’è chi serve e non sa nulla. Serve soltanto. Non si fa uso nemmeno di quel pizzico di paternalistica (e, sotto altri aspetti altrettanto indegna poiché disleale) abilità che certi “padroni” usano. In più, nel caso de “La Scuola” si tratta di padroni, di dirigenti che dicono di servire Cristo e il Vangelo. Uomini che dovrebbero pensare a costruire – secondo la loro dottrina – un mondo di fratelli. A “La Scuola” gli operai arrivano a “odiare” certi dirigenti. Altro che fratelli.

Qui ho avuto la dimostrazione dell’impossibilità pratica della teoria cattolica – e tra cattolici – del cosiddetto “interclassismo”.
Tutto ciò è facilmente documentabile. E’ il preciso risultato delle mie esperienze, dei miei contatti, delle mie conversazioni con le maestranze.
Questi sono i motivi “locali” che hanno contribuito alla mia formazione ideologica, Poi ci sono i motivi generali, storici, politici ecc che sarebbe troppo lungo elencare, per cercar di dimostrare la mia logica evoluzione al comunismo.

L’Unità dell’8 luglio 1960

In questi giorni poi l’ora si è fatta drammatica. Io penso che nessun uomo che abbia un briciolo di sensibilità possa rimanere inerte di fronte a dieci uomini mitragliati dalla polizia. Gli uccisori erano del mondo cattolico, del cattolico Tambroni. E i cattolici non hanno reagito. Hanno scusato la mitraglia “legalitaria”, contro i “disordini di piazza”.

Anche per quegli uomini morti, io non posso resistere, io non posso “credervi” e rompo.
Passo all’opposizione. Non si può fare altrimenti. Un uomo che sente certi valori, certi principi: dell’antifascismo, della giustizia, della verità, della Costituzione, non può non opporsi a questo stato di cose che ha radici in certi ambienti locali (di Comune, di fabbrica…) per arrivare al vertice, agli ambienti di governo e sottogoverno nazionali.

Continuerò a scrivere – liberato dai ceppi per me indigeribili de “La Scuola” – per il giornale comunista. Avrò un mio posto. Potrò combattere e cercare chiaramente, secondo le mie idee man mano arricchite a stretto contatto col mondo operaio e sindacale; e non lo avrò fatto per amor mio – non sarà una vita troppo facile – ma per quello spirito di solidarietà col popolo, coi lavoratori, con chi “dipende”, con chi soffre l’ingiustizia, che mi è radicato, istintivo. Avevo un tempo creduto al cristianesimo. Il cristianesimo è morto, se mai è esistito validamente. C’è puzza di cadavere anche tra i capannoni de “La Scuola” come c’è odor di cadavere tra i governi e i sottogoverni democristiani di questi anni.

Io credo che il comunismo sia la più seria, pratica, logica, anche se a volte dura, conseguenza, evoluzione e attuazione del cristianesimo. Manca Dio, voi dite. Ma Dio (come azione, come esperienza) manca più in voi, che tanto lo proclamate.
Io ho scelto e irrimediabilmente.

Bruno Ugolini

 

Segue il seguente post scriptum parzialmente cancellato:

P.S. Vorrei pregare di non agitarci, di non disporvi a far “pressioni” in tutti i sensi. E’ soprattutto nel vostro interesse il non inasprire i rapporti. Non ho timori personali. E’ per la mia famiglia, che deve rimanere tranquilla, lontana, fuori da ogni contrasto. E non pensatemi con rancore. Forse questo gesto avrà una benefica efficacia anche per voi. Perlomeno per quelli di voi che – per ciò che riguarda “La Scuola”-– hanno avuto le mie stesse riflessioni, anche se non son giunti alle mie estreme conseguenze.