Dario Salvetti, GKN:
“Cambiamo il Paese
per salvare la fabbrica”

9 luglio: i lavoratori della GKN di Campi Bisenzio (FI), stabilimento all’avanguardia nel settore dell’automotive in Italia, ricevono in maniera del tutto inaspettata una mail con cui viene comunicato loro che saranno licenziati. L’intenzione della proprietà, la Melrose Industries, è quella di delocalizzare la produzione in Polonia e in Francia, lasciando a casa 422 dipendenti. Naturalmente, la reazione degli operai non poteva che essere immediata e nel giro di poche ore hanno occupato la fabbrica, impedendo che macchinari e robot fossero portati via. Da quel giorno la lotta dei lavoratori GKN è riuscita ad ottenere una significativa, seppur temporanea, vittoria dinnanzi al Tribunale del Lavoro di Firenze: il 20 settembre il giudice ha condannato Melrose a revocare la procedura di licenziamento per condotta antisindacale. La proprietà, però, ha fatto subito sapere di non essere intenzionata a tornare sui suoi passi e ad oggi la vertenza prosegue tra la necessità di intervenire con strumenti legislativi e quella di indire uno sciopero “generale e generalizzato”. Sono questi gli argomenti su cui abbiamo intervistato Dario Salvetti, esponente del Collettivo di Fabbrica.

Grazie alla vittoria del ricorso al Tribunale del Lavoro di Firenze siete riusciti a prendere tempo. Ora come prosegue la vostra lotta? E quali sono i vostri obiettivi più immediati?

Innanzitutto siamo ancora in assemblea permanente (ormai sono passati quasi centoventi giorni da quel famoso 9 luglio), perché attraverso l’assemblea presidiamo e teniamo viva l’azienda: non si può discutere di ripartenza se l’azienda, intesa come struttura fisica e macchinari, muore. Il nostro obiettivo, infatti, è che ci sia un piano di continuità produttiva, anche nell’eventualità di una cessione dell’azienda. Vogliamo evitare quello che succede quasi sempre nelle altre vertenze, in cui si firma per un ammortizzatore lungo con la promessa del “cavaliere bianco”, un compratore privato pronto a rilevare l’azienda. È un meccanismo che abbiamo già visto troppe volte e che non funziona.

In poche parole, deve esserci prima un piano di continuità produttiva e soltanto dopo, eventualmente, si può discutere di un ammortizzatore che ci consenta di accompagnare il processo di riorganizzazione dell’azienda. È questo il motivo per cui adesso, piuttosto che attendere l’ammortizzatore, chiediamo la nazionalizzazione dello stabilimento, ma con la supervisione e la competenza dell’assemblea dei lavoratori a garanzia di questo processo. Senza questo elemento, infatti, nazionalizzare come è stato fatto con Ilva e Alitalia non serve a nulla. Anzi, è addirittura dannoso.

Da queste tue parole (ma, potremmo dire, in generale dai vostri discorsi e dalle vostre rivendicazioni) è evidente che alle vostre spalle ci sia alle una lunga esperienza di lotta. Come e quando nasce il Collettivo GKN? E quali sono state, fino ad ora, le vostre principali battaglie?

Un tempo questo stabilimento era la vecchia FIAT di Firenze, per cui quello che siamo oggi è il risultato di tante generazioni di lavoratori. Alle spalle, dunque, abbiamo una lunga storia e una lunga tradizione di lotte operaie. Allo stesso tempo, però, ciò che siamo oggi è anche il risultato della nostra volontà di riattualizzare queste tradizioni, di contestualizzarle e di renderle dinamiche e aderenti agli scenari di oggi. Da questo punto di vista, se da un lato siamo sempre stati una fabbrica sindacalmente forte – nel consiglio di fabbrica è largamente maggioritaria la FIOM –, dall’altro abbiamo riprodotto alcuni meccanismi di democrazia partecipativa che riprendono la tradizione dei delegati di reparto. Infatti abbiamo ricreato i delegati di raccordo e, soprattutto, abbiamo sempre mantenuto l’unità dei lavoratori, indipendentemente dalle tessere sindacali. E, basandoci sui soli principi di lotta sindacale, ci siamo serviti dello strumento del Collettivo di Fabbrica, che è nato tre anni fa, ma che ha avuto diverse forme e diverse sigle dentro la fabbrica.

Per quanto riguarda le nostre battaglie, invece, in questi anni abbiamo lottato per accordi migliorativi: abbiamo ottenuto l’applicazione dell’articolo 18 del 1970, abbiamo lottato perché i fine settimana rimanessero liberi e non ci fosse nessun altro tipo di straordinario, se non volontario… Abbiamo lottato, inoltre, per avere un maggiore diritto di informazione rispetto alla multinazionale e al fondo finanziario, che erano tenuti ad incontrarci tutti i mercoledì per dire cosa succedeva la settimana dopo (ad esempio se esternalizzavano i volumi oppure no). È anche grazie a tutta questa accordistica se poi abbiamo vinto il ricorso per condotta antisindacale.

Il 7 ottobre avete presentato alla Camera un vostro pdl in materia di delocalizzazioni alternativo al ddl Orlando-Todde. La motivazione alla base di tutto questo è riassunta bene nello slogan “non una legge scritta sulle nostre teste, ma una legge scritta con le nostre teste”. Ci spieghi il contenuto della vostra proposta e quali sono le principali differenze rispetto a quella governativa?

La prima differenza, se così si può dire, è che la proposta governativa ad oggi non esiste più. Anzi: non abbiamo capito nemmeno se sia mai realmente esistita. Dunque il motivo per cui abbiamo deciso di presentare una nostra legge è perché, dal giorno dopo in cui è scoppiato il nostro caso, in tanti hanno detto “se mancano strumenti legislativi, bisogna crearli”, ma poi nessuno li ha creati. Si è solo protratto un dibattito sterile per quasi due mesi.

Ad ogni modo, le bozze che circolavano della proposta governativa prevedevano semplicemente un obbligo di maggior preavviso della chiusura da parte delle multinazionali e al massimo qualche sanzione pecuniaria per chi se ne andava (molte, tra l’altro, anche abbastanza irrisorie). La nostra proposta, invece, non è che abbia chissà quale radicalità, perché l’abbiamo comunque scritta in conformità con la normativa europea, però stabilisce alcuni principi molto semplici: oltre a dover dare un maggiore preavviso prima della chiusura, l’azienda che delocalizza è tenuta a fornire tutte una serie di informazioni che riteniamo necessarie, oltre che un piano di continuità produttiva e occupazionale. Se mancano questi passaggi – ed è questa una delle differenze fondamentali rispetto al ddl Orlando-Todde –, lo Stato può dichiarare inefficaci i licenziamenti (il problema è quello di evitare quanto accaduto anche nella nostra vicenda, per cui il Ministero, a parte la dissuasione morale nei confronti di Melrose, non aveva altri strumenti per agire). Quindi, una volta resi nulli i licenziamenti, l’azienda ha l’obbligo di ridiscutere il piano produttivo e occupazionale con la possibilità di vendere, ma con un diritto di prelazione a favore della cooperativa dei lavoratori o dello Stato stesso. E questa è un’altra cosa che manca oggi: ci sono stati casi in cui le aziende sono rimaste appese a trattive inverosimili con soggetti privati discutibili, senza che fosse riconosciuto un diritto di prelazione a favore dell’istituzione pubblica.

Ci sono forze in Parlamento che sostengono la vostra proposta?

La proposta alla Camera è appoggiata da ventisei firme e al Senato il numero è più o meno lo stesso. Ovviamente sono tutti parlamentari di minoranza (gruppo misto, Potere al Popolo…). Invece, a livello regionale, in teoria il Consiglio della Regione Toscana ci ha dato disponibilità quasi all’unanimità nel farsi promotore di una legge simile, ma crediamo che le stesse forze a livello nazionale, il piano che conta realmente, non voteranno nello stesso modo. Diciamo che per noi questa legge ha potenzialmente la maggioranza dell’opinione pubblica del Paese o, quantomeno, della regione Toscana, mentre in Parlamento è minoritaria. Per questo motivo, non ci illudiamo del fatto che sia il Parlamento (o meglio: questo Parlamento) la via per realizzare la nostra proposta, ma crediamo comunque che presentarla serva a togliere un po’ di alibi e scuse a chi parla da due mesi di legge contro le delocalizzazioni senza avere la voglia, evidentemente, di approvarne una vera.

Un altro tasto su cui state premendo molto è quello dello sciopero generale. Perché ritenete sia necessario convocarlo? È uno strumento che farebbe compiere un salto alla vostra vertenza e a tutte quelle che sono in atto in questo momento?

Innanzitutto ci tengo a specificare che noi dal 9 luglio non abbiamo fatto né più né meno di ciò che riteniamo necessario per vincere questa vertenza, e non abbiamo mai anteposto le nostre impostazioni di tipo sindacale, ideologico o politico alle mere esigenze della vertenza. La richiesta di uno sciopero generale e generalizzato, quindi, discende solo ed esclusivamente dalle esigenze di questa vertenza: noi tutti siamo consapevoli del fatto che alle spalle abbiamo una marea di precedenti che giocano contro di noi, perché in vertenze come la nostra di vittorie ne ricordiamo poche, se non proprio nessuna; ci è parso chiaro sin dall’inizio che, se volevamo avere rispetto di noi stessi e dell’obiettivo che ci ponevamo, non potevamo essere faciloni. Ci siamo detti che per salvare l’azienda è necessario un grosso cambiamento nel Paese e questo cambiamento non possiamo determinarlo da soli. Inoltre il cambiamento è tale solo se si riempie di tutte le istanze e di tutte le problematiche del resto del mondo del lavoro: da quelle delle altre vertenze in crisi come la nostra (Alitalia, Whirlpool, ecc.) a quelle dei milioni di precari e partite IVA che non hanno nemmeno il diritto di essere considerati in crisi, perché vivono in una condizione di crisi permanente.

È per questo che abbiamo insistito prima di tutto sulla continuità della mobilitazione: infatti dopo lo sciopero generale provinciale del 19 luglio, pur non essendo stato convocato nessuno sciopero ufficialmente da parte di CGIL, CISL e UIL, noi abbiamo convocato lo stesso le nostre manifestazioni. L’ultima è stata il corteo del 18 settembre, che ha visto la partecipazione di un numero di partecipanti che oscilla tra le 20 e le 40mila persone (le stime a tal riguardo sono diverse), un dato clamoroso se si considera che era convocato da un’assemblea di lavoratori. Ed è proprio dopo quel corteo che abbiamo detto che il passo successivo a noi non poteva che sembrare lo sciopero generale, lo strumento principale per pesare nei rapporti di forza nel Paese e per unificare tutto il mondo del lavoro. Insomma, si tratta di un ragionamento che discende direttamente dall’esigenza di vincere la nostra battaglia.

Voi proclamate e praticate l’unità delle lotte, avete un grado di preparazione e coscienza per cui una volta avremmo detto che siete un’avanguardia e state lavorando per generalizzare le vostre istanze. Pensi che il Collettivo GKN possa essere la scintilla che può portare a riorganizzare un movimento dei lavoratori oggi debole e disperso?

Quando vuoi salvare una fabbrica, i tuoi interlocutori ti rispondo “eh, ma la borsa funziona così”, “il mercato funziona così” o “sarebbe bello, ma il mondo va in un’altra direzione”: sono i nostri stessi interlocutori a dirci che, davanti a questo stato di cose, noi dobbiamo rassegnarci. Quindi il bivio di fronte al quale ci troviamo è scegliere tra rassegnarci o provare a cambiare il mondo. È una scelta obbligata, che ci è posta da altri (in fondo, noi vorremmo solamente tornare a produrre in catena di montaggio…). Se poi dalla nostra mobilitazione nascerà qualcosa, sarà perché l’esigenza di cambiare il mondo per salvare la fabbrica inevitabilmente finisce per depositare coscienza e consapevolezza. Ma questo è un passaggio successivo e che non dipende solo da noi perché, finché non si generalizzano le lotte, non sono di certo quattrocento operai GKN che possono determinare scenari futuri alternativi.

In conclusione, ci poni una domanda che ad oggi va oltre questa vertenza. Però, se si innescheranno meccanismi più grandi, ne prenderemo atto. Per questo abbiamo lanciato lo slogan “insorgiamo”, un messaggio responsabilizzante, che mira a coinvolgere tutti. Ciascuno di noi, dunque, è chiamato in questa vicenda a chiedersi che cosa vuole essere e che ruolo vuol giocare nella società. In altre parole, ad insorgere dove si trova. Poi vedremo che succederà.