Maurizio Bettini: “Le metafore
dei politici
usate per costruire un’altra realtà”

Quando si vuol far passare un ragionamento complesso in modo semplice o se si vuol dire una certa cosa per dirne, in realtà, un’altra si ricorre alla splendida soluzione della metafora. Potenza della lingua. A usarla sono principalmente i politici e i giornalisti. Spesso ne abusano. Può essere la costrizione dello spazio e del tempo a determinarne l’uso (dichiarazioni brevi, brevissime, dopo l’affermazione dei social) ma il più delle volte questa particolare forma di “cortocircuito espressivo” è funzionale alla narrazione dei politici per far passare contenuti propagandistici, per spingere i cittadini a interpretare in un certo modo i fatti o per costruire una storia affascinante del leader. Non è, però, solo un’operazione di tecnica lessicale alla quale ricorrono gli scriventi. Nei giorni scorsi, discutendo a più voci di un libro di Omar Calabrese, della fine degli anni Novanta, Come nella boxe, è emerso con chiarezza come si sia andata affinando la tecnica propagandistica dell’uso della metafora.

maurizio bettini metaforeA sottolinearlo è stato, in particolare Maurizio Bettini, classicista di chiara fama, il quale ha notato un’inquietante evoluzione nell’uso delle metafore in politica. Partiamo, in questa conversazione, da Homo sum, il suo lavoro più recente. Scrive: “Ci sono troppi morti dispersi nel mare che fu di Virgilio, troppi cadaveri che fluttuano a mezz’acqua perché quei versi si possano leggere solo come poesia. Sono diventati cronaca.” Non è terribile sentir usare, oggi, la terribile espressione “taxi del mare”?

Certo, questa metafora è stata usata da Salvini e Di Maio per definire le navi umanitarie, quelle delle ONG, che salvano i migranti alla deriva nel Mediterraneo. Bisogna sempre considerare che l’utilizzo di metafore non consiste in un banale procedimento retorico, proprio di poeti o scrittori eleganti, come in genere si pensa: al contrario, la metafora costituisce uno strumento cognitivo molto potente, che serve a “costruire” in un certo modo la realtà quando la si presenta a se stessi o a un interlocutore.

In particolare l’utilizzo di questa specifica metafora, la nave umanitaria come “taxi del mare”, costituisce un procedimento molto astuto e niente affatto innocuo, perché così facendo si “costruiscono” in modo negativo, denigratorio, delle entità che in realtà hanno segno opposto. In questo modo si rovescia, addirittura, il valore di ciò di cui si sta parlando. Per accorgersene basta fermarsi un momento e dipanare, svolgere la metafora, osservando punto per punto le qualità dell’oggetto (il taxi) a cui le navi delle ONG vengono assimilate. In primo luogo: il taxi lo si chiama liberamente, in base al capriccio o al bisogno, a differenza del mezzo pubblico che ha orari prefissati; in secondo luogo il taxi conduce dove vuole il cliente, e non rispetta un itinerario prefissato; ancora, il taxi trae profitto dei propri servizi (anche qui, a differenza dei mezzi pubblici); infine il taxi costituisce un servizio che possono permettersi solo i ricchi.

Tutte queste caratteristiche – mezzo a disposizione di chi lo chiama, mezzo a pagamento, che richiede denaro e procura profitto a chi lo gestisce – costruisce un’immagine dei migranti come benestanti, non come bisognosi; e dei cooperanti come persone che svolgono la loro attività per guadagnare soldi, non per scopi umanitari. E tutto questo viene suggerito semplicemente attraverso la scelta di una metafora. Se poi si vuole ampliare il quadro, ricostruendo la rete culturale che sta dietro a simili scelte metaforiche, basta ricordare la definizione di “palestrati” ugualmente usata da Salvini per definire i migranti. Gente cioè che, oltre a pagarsi il taxi, ha anche soldi e tempo a disposizione per curare il proprio corpo. Ancora in sintonia con queste immagini sta infine la definizione delle migrazioni come “pacchia”. E’ la “pacchia” di chi può permettersi di prendere il taxi del mare per venire sulle coste italiane, magari andando pure in palestra. Tutto ciò contribuisce a costruire i migranti come non-bisognosi (dunque: perché dovrebbero mai venire in Italia?) e le Ong come strumento di profitto. Inutile dire che si tratta di un uso ignobile della metafora.

maurizio bettini metaforeLa metafora spesso si connota con un’altra figura retorica, l’iperbole. Nel mondo dell’esagerazione, connotare il leader come capo supremo è diventata una pratica costante. Penso a Salvini, al suo essersi autodefinito ” capitano”…

Già, il Capitano. Naturalmente può darsi che questo appellativo voglia “costruire” Salvini come capitano di una squadra di calcio, dato che questo sport costituisce uno dei maggiori serbatoi di metafore per la vita politica: basta pensare a immagini celebri come quella della discesa in campo di Berlusconi, ai vari Daspo dalla politica assegnati a questo o a quella, agli assist, e via discorrendo. Le metafore, però, per essere interpretate correttamente debbono sempre essere poste “in situazione”.

Salvini, il capitano, si distingue perché porta sempre camicie con le stellette, berretti militari, divise: per cui è molto probabile che questo epiteto del “capitano” alluda anche a un capitano dell’esercito, a un comandante. Ora, un capitano (in questo secondo senso) è qualcuno che comanda, dà ordini, guida, alla cui volontà è subordinato l’agire di soldati e subalterni. La metafora è piuttosto esplicita. Purtroppo temo che agli elettori piaccia proprio questo capitano, quello che comanda. Il maschio forte, militare, sicuro di sé. Poche idee ma chiare, come si insegna (o si insegnava) nell’esercito.

Tutto ebbe inizio, secondo alcune ricostruzioni, con la personalizzazione e la spettacolazione della politica che con la metafora berlusconiana dello “scendere in campo”. Trovi un collegamento tra quella fase culturale e politica e quella che stiamo vivendo oggi?

Sì, lo trovo nella progressiva de-culturazione, de-responsabilizzazione di molti italiani, cominciata con le immagini della vita e del mondo che venivano offerte dalla tv di Berlusconi: quello che si chiamava edonismo, la spensieratezza, la futilità autorizzata anzi incoraggiata, insomma il tiriamo a campare. Ciò che contava era arricchirsi, o almeno provarci, bere degli aperitivi, fare un po’ di vacanze, e tanto peggio per chi non ci riusciva. Al resto comunque penseranno gli altri, chi ci governa. Salvo prendersela poi con costoro quando le cose vanno male, smettendo di andare a votare ovvero votando forze che promettono di rifare tutto senza chiedere peraltro alcun impegno da parte dei cittadini. Che possono continuare a bere aperitivi o ad annegare nei loro problemi di sopravvivenza quotidiana.

C’è, secondo te, una scarsa attenzione a come, in questa stagione, viene usato questo tipo di linguaggio per accaparrarsi simpatie e consensi elettorali?

Non molta attenzione. Almeno sui media non trovo quasi mai riflessioni approfondite sul modo in cui sono usate le parole, i linguaggi, e su come la realtà viene costruita attraverso questi strumenti. E’ tutto così veloce. Sono veloci i tweet, ma lo è anche la loro analisi, purtroppo. Per esempio, non si sente parlare d’altro che di “narrazione”, tutto è diventato “narrazione”. Ammettiamo che sia così: ma allora mettiamoci ad analizzarle, queste “narrazioni” della realtà, vediamo come sono fatte, che immagini utilizzano, come sono orientate. E di conseguenza come influenzano la percezione della realtà da parte dei cittadini. Invece questo fenomeno lo sento solo enunciare – secondo la “narrazione” di Renzi, secondo la “narrazione” di Salvini … – ma di rado vedo un’analisi di tutte queste “narrazioni”.

Si analizzano le trame delle fiction televisive, dei romanzi, delle storie a fumetti, ma a quanto pare non vale la pena di dedicare un po’ di attenzione a queste “narrazioni” dei politici. La “narrazione” di Salvini, per esempio, è molto indicativa della direzione verso cui sta spingendo l’Italia: mette assieme la necessità di difendersi in casa (come se milioni di italiani fossero continuamente aggrediti da briganti che forzano la porta), con l’obbligo di respingere legioni di migranti potenzialmente terroristi o pericolosi. Questa associazione costruisce già di per sé una “narrazione” che utilizza una serie di ingredienti abbastanza inquietanti: “noi” identificati come quelli che stanno “dentro” e “loro” come quelli di fuori; il “fuori” come terra dei cattivi e il “dentro” come terra dei buoni. E così via. In questo modo cambia la percezione dello spazio domestico e di quello nazionale, cambia la percezione di ciò che è “altro” da me o da noi. Non è mica poco.