Intercettazioni, Nordio rischia di renderci impotenti contro la mafia

Aprile del 2009. La notte del 6 la terra tremò a L’Aquila. L’orrore e la disperazione per quei morti e per una città cancellata diventarono ancora più forti e si trasformarono in rabbia nell’ascoltare la telefonata tra due imprenditori che se la ridevano pensando ai futuri guadagni. Immaginavano un dopo sisma ricco, opulento. Per loro. Erano intercettati nell’ambito dell’inchiesta per corruzione legata agli appalti del G8.

Senato Relazione del ministro Carlo Nordio sullo stato della giustizia
Il ministro Carlo Nordio (Stefano Carofei / agenzia Fotogramma)

Se il ministro Umberto Nordio riuscisse a condurre a termine il suo progetto di riforma della giustizia e, quindi, innanzitutto limitare – per lui è un punto d’onore – l’uso delle intercettazioni, probabilmente quelle risate offensive non le avremmo mai sentite. Con le prevedibili conseguenze giudiziarie. E già questo meriterebbe una riflessione più approfondita.
Si arriverebbe alla conclusione che circoscrivere lo strumento che si è rivelato fondamentale nelle indagini più diverse ai soli reati di terrorismo e di mafia (per ora, dato che il rigido ministro qualche passo indietro lo ha malvolentieri tentato recuperando i concetti di reati minori, però tutti da identificare dal punto di vista giuridico, o reati satelliti ma comunque connessi ) significherebbe interrompere il cammino o certamente rallentare l’iter di inchieste che con le intercettazioni, le microspie, le telecamere e ora anche i Trojan inseriti negli smartphone hanno dato risultati in molti campi. A cominciare dalla corruzione che incide pesantemente sulla struttura economica e sociale del Paese, crea squilibri, pesa sulla corretta concorrenza. E nutre un mondo di affari illegali che rischiano di restare esclusi dai riflettori. E in questo ambito i reati spia che portano alla mafia sono attività quotidiana.

“Il nostro fermo proposito – ha detto Nordio – è di attuare nel modo più rapido ed efficace il garantismo del diritto penale. Realizzeremo la tutela della presunzione di innocenza della persona, assicurandone la dignità e l’onore durante le indagini e il processo. E parallelamente assicureremo la certezza della pena. Una pena che non coinciderà sempre e solo con il carcere, ma che sarà comunque afflittiva, certa, rapida, proporzionata, e orientata al recupero del condannato, secondo il nostro dettato costituzionale”.

Il problema sono le pubblicazioni arbitrarie

Dunque il ministro, e ci mancherebbe che non fosse osì in uno stato di diritto, ha deciso di indossare le vesti del paladino della privacy contro ogni presunta violazione. Un intento lodevole, nessuno può desiderare di vivere in una “democrazia dimezzata” che lui intravede se non la si pensa come lui. Solo che, viste le reazioni di buona parte dei suoi autorevoli colleghi di toga che molti dubbi hanno espresso sull’iniziativa, probabilmente l’intervento lo si dovrebbe puntare sulle azioni da intraprendere per evitare la pubblicazione arbitraria delle intercettazioni oppure usarle e renderle note fuori da un contesto. Per impedire la fuga strumentale di notizie o per evitare il coinvolgimento di persone innocenti.

Si tratta di impegni certamente più difficili rispetto al semplicistico tagliare di netto un fondamentale strumento di indagine come vorrebbe il ministro della giustizia che assicura, con linguaggio roboante, che “andremo avanti sino in fondo, non vacilleremo e non esiteremo”. Andremo, dice Nordio. Ma quel plurale si scontra con i mal di pancia di esponenti della coalizione di cui fa parte. Malumori in Fratelli d’Italia, a cominciare da Meloni che non vuole correre rischi su un argomento così delicato, soprattutto dopo la cattura di Matteo Messina Denaro, e anche nella Lega che, con Giulia Bongiorno, ricorda che la corruzione non è un reato minore, meglio approfondire. I dubbi sono molti di meno o inesistenti, ovviamente, in Forza Italia, dato che Berlusconi con le intercettazioni ha il dente avvelenato. Comunque si conferma un centrodestra sempre diviso tra il garantismo, a proprio favore prima di tutto, e il giustizialismo, contro gli gli altri.

Ai mafiosi si risale partendo dal loro brodo di coltura finanziario”, ha ricordato il procuratore nazionale antimafia, Giovanni Melillo. Il suo predecessore, Federico Cafiero de Raho ha confermato che “le intercettazioni il più delle volte non nascono per il contrasto alle mafie, alle mafie si arriva dopo”. Quindi, se si procedesse come vorrebbe il ministro e cioè selezionando a priori i reati decidendo quali siano mafiosi e quali no, si allargherebbero le maglie di una rete che dovrebbe raccogliere anche i pesci piccoli per arrivare a quelli più grossi.

Chi arriverà in soccorso del ministro?

Passaggio al Senato, replica alla Camera. Citazioni dotte, attacco alla riforma Cartabia, molta tosse. Il ministro in due giorni è passato da “i mafiosi non usano il telefono”, mentre si ritrovavano i due cellulari di Matteo Messina Denaro e giravano i selfie, al più morbido “i mafiosi non confessano i reati al telefono” fino all’elencazione un po’ ossessiva dei diversi tipi di intercettazioni per puntare il dito su quelle giudiziarie i cui contenuti possono essere trascritti su brogliacci mal fatti e poi manipolate dai media. Ecco i colpevoli. L’invito a che il Parlamento non sia supino ai Pm. E lo sarebbe, a suo avviso, se lasciasse le intercettazioni come sono. Faticosa all’ascolto la pedante elencazioni dei concetti all’origine di una decisione che potrebbe, se non confermata dalla maggioranza, addirittura mettere in discussione la permanenza del ministro nel governo, almeno così si mormora nei palazzi che contano. Dove si parla anche molto dell’irresistibile simpatia per Renzi e i suoi. Simpatia reciproca, che si è già concretizzata nel voto congiunto sulla risoluzione di Italia Viva proprio sulle intercettazioni.