Insulti ai giornalisti:
qualche riflessione
sui déjà-vu nella storia

“Qualunque persona che abbia un briciolo di onore dovrà fare molta attenzione a scegliere la professione di giornalista”. Se questa frase vi ricorda qualcosa o qualcuno, sappiate che venne scritta sul suo diario il 14 aprile del 1941 da Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, tra i massimi esponenti del regime nazista. E se anche l’espressione “pennivendoli” vi ricorda qualcuno o qualcosa, sappiate che ad inventarla fu Giovanni Papini, scrittore cattolico ultrareazionario, fascista e firmatario del Manifesto della Razza.

Le parole sono importanti, come gridava imbufalito alla sua intervistatrice il protagonista di “Palombella Rossa” di Nanni Moretti. Evocarle con la beata leggerezza semantica con cui lo fanno i Di Maio e i Di Battista (ma non solo loro, certo che no!) è un bruttissimo segno dei tempi.

Quando Goebbels scrisse quella sua compiaciuta profezia i nazisti ai giornalisti della Germania avevano già dato il fatto loro: a partire dall’insediamento di Hitler alla cancelleria, il 30 gennaio del 1933, nel giro di poche settimane, nel paese che vantava il maggior numero di pubblicazioni nel mondo di giornali ne erano rimasti ben pochi. Il Völkischer Beobachter, quotidiano nazista, lo Stürmer, foglio di attivissima propaganda antisemita, e poi le riviste di moda e costume e i giornaletti locali che si erano consegnati ai nuovi padroni, evidentemente senza un “briciolo d’onore”. Le tipografie degli altri erano state spossessate, le reti di distribuzione requisite. I giornalisti che non si erano piegati erano stati incarcerati o mandati nei campi di concentramento. Il primo era stato il direttore del settimanale cattolico “Der Gerade Weg” (la giusta via) Fritz Michael Gerlich, che appena cinque settimane dopo la presa del potere di Hitler fu trascinato via dalla sua redazione a Monaco dalle SA di Ernst Röhm e rinchiuso a Dachau, dove fu fucilato, senza processo, dopo cinque anni di torture.

Anche l’espressione “pennivendoli” fu usata, per così dire, “a cose fatte”. Per esempio da Benito Mussolini in un famoso discorso pronunciato a palazzo Chigi il 10 ottobre del 1928 davanti a una platea di giornalisti convocati per ascoltare il verbo del potere fascista. Che era questo: “In un regime totalitario, come dev’essere necessariamente un regime nato da una rivoluzione trionfante, la stampa è un elemento di questo regime. In un regime unitario, la stampa non può essere estranea a questa unità”.

È molto probabile che Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista non abbiano la minima contezza di quel che vanno evocando. A occhio e croce, la storia non pare essere la loro materia preferita. Però non dovrebbe essere sfuggita loro la vicenda di Anna Politovskaja, anche perché a suo tempo (ma i tempi cambiano, si sa) il blog Cinquestelle paragonò la sua uccisione a quella di Matteotti. O quella di Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria perché indagava sui malaffari di regime, o quella di Jan Kuciak, ammazzato insieme con la fidanzata perché denunciava le commistioni tra il governo di casa sua e le mafie di casa nostra, o quella di Jamal Kashoggi, strangolato nel consolato saudita a Istanbul perché scriveva editoriali contro il regime. E sappiamo che l’elenco, come si dice in questi casi, potrebbe continuare a lungo. Molto a lungo.

Ora non salti su qualche diavoletto a molla a strepitare che noi paragoniamo i 5stelle ai nazisti, Di Maio a Goebbels e Di Battista a Mussolini. Non lo facciamo. Ciò che turba, preoccupa e fa riflettere nella disinvoltura espressiva dei figli del “vaffanculo” che hanno “abolito la povertà”, che volevano far deporre Mattarella per Alto Tradimento e che ci hanno “liberato dalla schiavitù dei burocrati di Bruxelles”, è la debolezza del pensiero che traspare dietro la leggerezza delle parole. Gli insulti sono il linguaggio della demagogia, del ragionar di pancia, delle semplificazioni che disegnano un mondo diviso tra “noi” e i nostri nemici, che sono tutti gli altri, nella ricerca ossessiva di capri espiatori sui quali caricare le contraddizioni e i fallimenti.

È un gigantesco problema politico. Ma è anche un problema di proprietà di linguaggio e di cultura i cui effetti non andrebbero sottovalutati. Che cosa vuol dire l’espressione “infimi sciacalli”? Gli sciacalli sono animali collocati abbastanza in alto nella scala dell’evoluzione: non sono “infimi”, che significa “collocati nel punto più basso”. Infimi possono essere i cretini, quelli sì.