Incubo in Israele: vince Netanyahu, ma è ostaggio dell’ultradestra

Israele sbanda pericolosamente a destra sull’onda del successo elettorale dei nazionalisti ultra-ortodossi. Una vittoria annunciata quella dell’estrema destra, ma che si è rivelata superiore a ogni previsione. Mentre si attende l’ufficializzazione dei risultati, l’affermazione della coalizione guidata dal Likud appare netta: con 65 seggi sui 120 della Knesset potrà esprimere un governo duraturo dopo anni di instabilità. Il partito di Benjamin Netanyahu avrà 32 parlamentari, mentre l’alleanza tra Potere Ebraico e Sionismo religioso 14, piazzandosi così al terzo posto subito dopo i centristi di Yesh Atid guidati dal premier uscente Yair Lapid e sopra National Unit del ministro della Difesa Benny Gantz. Gli altri partiti di matrice religiosa che fanno parte della coalizione vincente, Shas e United Torah Judaism, ottengono rispettivamente 11 e 8 seggi. Sull’altro fronte la sconfitta è senza appello con il partito di sinistra Meretz al di sotto, seppur di poco, della soglia del 3,25% necessaria per entrare in parlamento. Resta fuori anche il partito arabo Balad mentre i laburisti avranno solo quattro seggi. Una maggioranza solida, dunque, quella che sostiene il ritorno al governo di ‘Bibi’ Netanyahu condizionata però dall’ingombrante presenza dell’estrema destra che, forte dell’affermazione con oltre il doppio dei seggi delle consultazioni del 2021, si appresta a chiedere alcuni ministeri chiave.

Gli alleati imbarazzanti di Netanyahu

ben gvirIl cartello elettorale nazional-religioso si è imposto soprattutto grazie a quello che viene considerato l’astro nascente della politica israeliana. Il vero vincitore delle elezioni è infatti Itamar Ben Gvir, una sorta di ‘suprematista ebreo’ che ha condotto una campagna elettorale con la pistola nella fondina (e talvolta anche in mano) all’insegna dell’intolleranza nei confronti delle minoranze e in particolare degli arabi. In questo modo lo ‘sceriffo’ della West Bank ha conquistato il 10% circa dei consensi, soprattutto tra i coloni dei Territori. Erede del famigerato partito Kach del rabbino Meir Kahane, sciolto nel 1994 in base alle leggi anti-terrorismo, teorizza tra le altre cose la deportazione dei palestinesi fuori dai confini di Israele. Omofobo e razzista, pronto alla rissa con gli oppositori politici, Ben Gvir punta al ministero degli Interni. Una grana non da poco per il pur navigato Netanyahu che, peraltro, durante la campagna elettorale ha sempre evitato di farsi fotografare assieme a lui e anche di partecipare a eventi ai quali era presente.

Scomoda anche la figura dell’alleato di Ben Gvir, il leader di Sionismo Religioso Bezazel Smotrich. Rappresentante dell’ala nazionalista più radicale, Smotrich sembra intenzionato a chiedere il dicastero della Difesa. Per quanto imbarazzante, però, Smotrich appare decisivo per il futuro di Netanyahu. Sua, infatti, la proposta di una riforma legislativa e del sistema giudiziario che prevede l’introduzione di norme con effetto retroattivo per salvare il futuro premier da tre processi che lo vedono imputato per corruzione e frode.

Le prossime mosse

Netanyahu, rischia dunque di trovarsi ostaggio dei ‘mostri’ che lui stesso ha creato. Era stato infatti l’artefice, in occasione delle precedenti elezioni, dell’alleanza tra Potere Ebraico e Sionismo Religioso creata nellanetanyahu speranza di rafforzare il fronte nazionalista e ottenere l’incarico di formare il governo. L’operazione era fallita, mentre nel frattempo gli ultra-ortodossi nazionalisti in poco più di un anno si sono affermati come i nuovi protagonisti della scena politica di Israele. Un successo, secondo molti osservatori, ottenuto anche a spese del Likud che perderebbe tre seggi in parlamento a favore dell’estrema destra.

Un alleato così imbarazzante costringerà Netanyahu – secondo diversi osservatori – a fornire rassicurazioni sia sul fronte internazionale che su quello interno. Il successo dell’estrema destra non è certamente ben visto dagli Stati Uniti in quanto rischia di irritare il mondo arabo. In particolare si teme possa incrinare gli ‘Accordi di Abramo’, firmati il 13 agosto 2020 sotto l’amministrazione Trump per la stabilizzazione dei rapporti tra Israele, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. È inoltre probabile uno stop sine die dell’intesa con il vicino Libano – contro la quale si è sempre battuta l’estrema destra – per lo sfruttamento dei giacimenti di gas nel Mediterraneo orientale. Un’intesa sui confini marittimi definita ‘storica’ qualche settimana fa e che ora rischia di rimanere al palo, ancorata alla barriera di 5 chilometri di boe collocate da Israele per impedire eventuali attacchi dal mare da parte di Hezbollah.

Un nuovo governo di unità nazionale?

bandiera israeleDiverse diplomazie straniere sono inoltre preoccupate per i pericoli derivanti da una politica smaccatamente a favore dei coloni nei territori, con l’aumento incontrollato di insediamenti e conseguenti sfratti ai danni dei palestinesi. Sempre sul fronte interno si teme per i diritti civili delle minoranze e della comunità Lgbt in nome di un rigoroso rispetto dell’ortodossia religiosa, oltre che per la stabilità economica del paese a causa delle promesse di ingenti tagli di tasse e spropositati finanziamenti per le scuole haredim (ebraiche ortodosse).

Pressioni esterne e tensioni interne potrebbero indurre Netanyahu a sganciarsi prima o poi dallo scomodo alleato. In questa prospettiva si è ipotizzato un accordo con Benny Gantz che porterebbe in dote 12 parlamentari per rimpiazzare in parte quelli di estrema destra garantendo in tal modo la maggioranza alla Knesset. Un’operazione non immediata – secondo quanto prevede un’analisi del quotidiano Haaretz –‚ ma che potrebbe essere portata a termine nei prossimi mesi. In pratica Netanyahu dovrebbe nei prossimi giorni formare il governo con l’estrema destra per poi trovare un pretesto per liberarsi di Ben Gvir e stringere il patto con Gantz. Il nuovo governo sarebbe però una sorta di riedizione del governo di unità nazionale sulla scia di quelli che hanno prodotto quattro anni di instabilità di Israele. Una instabilità che si sperava le elezioni del primo novembre, le quinte in meno di quattro anni, avrebbero potuto finalmente sanare.