La tragedia consumata
sul Mottarone
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Brutto segno quel cavo spezzato, brutto segno quella “sicura” tolta di mezzo per impedire interruzioni non volute al flusso turistico. Anche se ci ricordano qualcosa che sappiamo già, la carcassa della cabina ai piedi degli alberi, l’infilata di bare, un sottile senso di vergogna, di colpa, ci percuote mentre ci avviciniamo a quella tragedia sulle montagne piemontesi. Non siamo “belli” visti da lì e lo sappiamo da un pezzo che stiamo navigando in una nuvola di incoscienza in cui governa il principio dell’arraffo, dello sfruttamento a tappeto delle risorse naturali come di quelle umane, soprattutto che siamo del tutto estranei al concetto di “cura”, cura di tutto, delle persone – alle quali è stata negata l’assistenza sanitaria territoriale salvo poi lamentare che i cittadini ogni volta che hanno un mal di testa affollino i pronto soccorso ospedalieri – dei manufatti, come il ponte su Genova venuto giù perché non ce la faceva più a mascherare l’avidità di sistema che ne condizionava la resistenza fisica sorvolando truffaldinamente le sue reali condizioni d’uso.

Incassare qui e ora

Cura delle persone, insisto, che tanto, dovremmo capire: bastano i reparti di eccellenza fingendo di ignorare che conta assai di più la qualità operativa media degli ospedali tutti… e invece eccoci di nuovo alle prese con una strage tremenda che va messa nel conto di cosa? Di una cultura, intanto, che fa sì che qui in Italia abbia ormai un senso strabordante nel governo delle nostre azioni la direzione di un’economia spicciola per la quale il futuro non esiste, c’è solo il presente che deve essere, per molti di noi, pronta cassa, deve darci tutto ciò che vogliamo, qui e ora, se non si vuole che si sia travolti da crisi isteriche per esagerata frustrazione.

Bimbi viziati dalla generosità della “mamma”, di un paese così ricco di risorse naturali, architettoniche, urbanistiche, artistiche da renderlo un paradiso certo per chiunque, sulla faccia della terra, sia a caccia di emozioni. In una fase della storia del mondo in cui l’emozione è divenuta la merce più preziosa, più ricercata, il mercato più ricco e produttivo. Abbiamo ciò che ci serve, affacciati a questo mercato, basta star lì ad aspettare che arrivino a coppie, solitari, oppure incolonnati questi cercatori dell’oro che non si vede ma si vende. Basta incassare, non importa davvero come, ma col minimo sforzo, che i soldi devono circolare veloci, tanto nulla fermerà l’onda del turismo. Quindi, eccoci esattori di una tassa che nessuno ha formalizzato, burocrati dell’incasso nudo e crudo, imprenditori di niente, per niente, beneficiati da una rendita di posizione che promette nonostante le nostre defaillance organizzative, nonostante la ruvidezza dell’accoglienza, e ancora l’assenza, troppo spesso, di cura nei confronti degli ospiti.

Un Paese senza ricerca

Questo stato di cose, pure in un panorama in cui si notano nuove luci, nuova intelligenza, rende spesso acido il contatto tra il visitatore e il territorio, ci rende poco simpatici, esosi oltre che antipatici. Così che l’eventuale ritorno del visitatore può sfumare nel grigio di una esperienza di viaggio non indimenticabile. E altri paesi sempre e comunque molto meno dotati di noi di quella materia prima che è l’emozione, accolgono e fidelizzano più di noi torme di visitatori erranti a caccia di contesti morbidi, accoglienti, curati, leali nelle offerte. Ecco cosa c’è in trasparenza in quel cavo al quale era stata tolta la sicura per evitare seccature che sarebbero costate rallentamenti nel flusso delle cabine. E il tempo è denaro: questa è la sola certezza al potere e insieme il primo dettato della costituzione non scritta di molta parte del mondo economico attuale.

Sì, certo, c’è da mettere nel conto anche l’interminabile sosta produttiva che ha accompagnato la chiusura dettata dalla pandemia… mesi eterni senza lavoro stipendi soldi, si trattava di far correre le cose all’inizio della ripresa e barare non è un peccato, non sembra davvero. Convinzioni incrinate solo di fronte alle bare, ai corpi macellati delle vittime: è lì, in questo luttuoso quadro riassuntivo, che il glorioso principio vacilla nelle nostre menti perché lì davanti abbiamo esattamente il prezzo immediato pagato sull’altare dell’assenza di futuro nelle nostre visioni. E ancora non si riflette sul peso che incidenti di questo genere hanno nelle coscienze di massa di qui e di là nel mondo: oppure bisognerà pensare che venire nella bellissima Italia comporti un rischio in qualche modo calcolato? Non c’è cura dove non c’è futuro, dove il futuro, sembra, non serve. Ignoranza, sì, scolarizzazione bassissima, accompagnati da arroganza, presunzione, conti in banca spesso nascosti o esteri. Un mondo edificato sul fascista principio del “me ne frego”, ma che qualche motivazione profonda ce l’ha.

Massimo guadagno, minima spesa

Quale destino è stato affidato all’Italia dalla divisione del mercato del lavoro globale? Certamente non di traino se, come oggi ben sappiamo, qui non si fa praticamente ricerca, soprattutto quella “pura”, e si lascia la scuola pubblica boccheggiare a corto di mezzi e aule e docenti. Niente ricerca, niente brevetti e stupisce molto che il Piano stilato da Draghi non rilanci questo decisivo settore con la forza necessaria, stupisce perché è un bravo italiano, intelligente, libero e leale e queste cose lui le sa benissimo. Sa che se la storia procede in questa direzione, gli abitanti di questo paese saranno immersi in un deprimente brodo di cultura di massa, in grado di svalutare, riducendone drasticamente lo spettro operativo, l’intera società che ne respira i miasmi: la cultura di un popolo di addetti d’ascensore d’albergo, di portinai di monumenti e chiese, di esercenti di rapina, di gestori di servizi tirati allo spasimo per toccare la sola cosa che conta: il massimo guadagno con la minima spesa. Mentre la grande industria se ne va e con lei anche i grandi capitali. Come se qualcuno ci avesse detto, con il potere di dirlo: avete case palazzi fontane dipinti parchi archeologici montagne, datevi da fare con quello che avete, alle cose grandi, all’elettronica, alle nanotecnologie, alla farmaceutica, ai vaccini, alle risorse energetiche ci pensiamo noi, noi che abbiamo già acquistato le perle delle vostre maison di pret-à-porter.

Così, mentre il paese si svuota di intelligenze e di passioni imprenditoriali, ecco che il cinismo di quel freno bloccato su una funivia piemontese all’improvviso si mostra come squarcio su un futuro che normalmente non si vuol vedere. E siamo vittime di noi stessi, inutile piagnucolare, ma il contesto aiuta e molto a capire perché siamo, e forse saremo, così poco “belli”, comunque molto meno dei nostri mattoni.