Giustizia internazionale
e Ue non tacciano
sulla Polonia

Ieri pomeriggio a Białystok, in Polonia, il termometro segnava tre gradi, due a Minsk, la capitale della Bielorussia. Nei villaggi della foresta al confine tra i due paesi non lo sappiamo, ma sicuramente, la mattina, faceva ancora più freddo e la brina copriva i rami degli alberi e il terreno spoglio delle radure. In questa situazione usare i cannoni ad acqua, come ha fatto ripetutamente la polizia polacca contro persone senza alcun altro riparo che i tronchi degli alberi, ha significato mettere deliberatamente in conto la morte delle persone. L’altra sera, prima che entrassero in funzione gli idranti, i bollettini delle autorità amministrative al di qua e al di là del confine maledetto contavano undici morti assiderati. Quanti se ne siano contati dopo (sempre che qualcuno li abbia contati) non è stato comunicato.

Questo succede in quello sperduto lembo d’Europa. E prima e a prescindere da quel che è stato – perché quelle persone si trovano là, chi ce le ha portate, con quale cinico calcolo politico – si deve prendere atto di ciò che è adesso. E che non può essere: quei profughi, quelle famiglie intere, quei bambini, tanti, i malati, i feriti vanno portati via, vanno sistemati in un posto con un tetto sopra, vanno sfamati, dissetati e riscaldati. Va assicurata loro la cura che spetta a tutti gli esseri umani, anzi: a tutti gli esseri viventi. E va fatto in modo che si rispetti poi il diritto che viene subito dopo quello di sopravvivere: l’asilo, il diritto a non avere paura di altri uomini che usano il potere, la violenza e la guerra per il loro male.Profughi al confine Bielorussia Polonia

Imperativi morali

Gli imperativi morali di questi tempi non godono di grande salute. Non ne hanno quasi mai goduto nei due secoli e rotti che sono passati dalla morte del filosofo che ne scrisse in una bella città sul mare non troppo lontana da questa maledetta foresta. I richiami ai doveri di civiltà, gli inviti alla ragionevolezza, alla solidarietà della morale laica e di quella cristiana, in un paese che ama sentirsi cattolicissimo (ma a modo suo), sono caduti finora nel vuoto siderale d’un governo tronfio nel suo stolido nazionalismo. Un regime che ha benedetto i fascisti e i paranazisti che sono scesi in strada “con il popolo” l’11 novembre, anniversario dell’indipendenza, mentre mandava l’esercito ad appoggiare la polizia dietro agli sbarramenti di filo spinato contro gli “invasori” vestiti di stracci.

L’onore della Polonia è stato salvato dai medici e gli infermieri dell’ONG Medycy na Granicy (Medici sul confine), che con le loro ambulanze si spingono fin dove i poliziotti li respingono con le armi spianate per raccogliere e curare chi ne ha bisogno, dai contadini che hanno acceso sugli usci delle case le luci verdi che significano qui non vengono negati cibo e rifugio, i volontari delle parrocchie dei villaggi che vanno nella foresta ad aiutare chi si è perso. E pure le tantissime donne che a Varsavia e nelle altre grandi città da settimana scendono in piazza contro una legge liberticida che impedisce ogni forma di interruzione della maternità. Anch’esse testimoni di un paese in cui viene mantenuto vivo, nonostante tutto, il diritto di avere diritti.

Ma è con il governo di Varsavia che bisogna fare i conti. Non è impossibile perché gli strumenti per far valere la giustizia ci sarebbero. L’uso degli idranti con temperature proibitive e anche le molte altre violenze compiute dalle forze di polizia polacche e bielorusse non sono soltanto infami, sono anche violazioni patenti dei diritti umani garantiti dalla Carta delle Nazioni Unite e, in modo più cogente, dalla Corte europea per i diritti dell’uomo. Il regime di Minsk non fa parte del Consiglio d’Europa di cui la CEDU è espressione, ma la Polonia sì. Nessuno è così ingenuo da pensare che il governo di Mateusz Morawiecki se ne faccia un problema, ma c’è nello statuto della Corte un articolo, il numero 39, che prevede una procedura d’urgenza quando le autorità di uno stato stanno per provocare un “danno imminente e irreparabile” alle persone i cui diritti vengono violati.

“Danni imminenti e irreparabili”

Non c’è alcun dubbio che il comportamento delle forze di polizia e dell’esercito della Polonia stia producendo “danni imminenti e irreparabili” e quindi basterebbe una denuncia – che forse a questo punto è stata già presentata – perché la Corte di Strasburgo ricorresse all’articolo 39.

Con quali effetti, però? Il governo sovranista di Varsavia ha già aperto una vertenza con Bruxelles sostenendo la legittimità di una sentenza della Corte costituzionale (addomesticata dal regime) che sancisce la preminenza del diritto nazionale sul diritto comunitario e si può immaginare in che considerazione terrebbe un giudizio di una corte europea che sindaca il comportamento dei suoi uomini d’ordine. Ma a una procedura ex articolo 39 non potrebbero essere altrettanto insensibili le istituzioni politiche dell’Unione europea e l’Unione, a differenza della CEDU, le armi per sanzionare comportamenti illegittimi le ha. La Polonia riceve sostanziosi fondi comunitari, circa 120 miliardi senza i quali la sua economia affonderebbe, e aspetta una quota consistente del Next Generation EU, poco più di 36 miliardi. A suo tempo il tentativo della Commissione e di alcuni governi di condizionare la concessione dei fondi a Polonia e Ungheria al rispetto dello stato di diritto fu vanificato da un debole compromesso ispirato dalla Germania, ma poi sono seguite sentenze della Corte di Giustizia che, senza entrare qui nei particolari, hanno ristabilito quel legame. La Commissione dovrebbe riprendere l’antico rigore nella difesa dello stato di diritto e minacciare il taglio dei fondi se Varsavia non adotta un atteggiamento ben diverso verso i profughi.

Lo farà? Per ora, purtroppo, è lecito dubitarne. Giustamente severe con il regime di Minsk, che certamente ha la responsabilità primaria per il disastro alle sue frontiere con la Polonia, le istituzioni brussellesi sono tremendamente caute sul comportamento del governo di Varsavia. La pretesa della costruzione di un muro a spese dell’Unione ai confini esterni orientali e nordorientali fatta propria da Morawiecki , insieme – va detto – ad altri tredici capi di governo, è stata respinta nettamente dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen (e ancora ieri il no è stato ribadito dal portavoce della Commissione), ma il presidente del Consiglio Charles Michel è stato molto più possibilista, così come il capogruppo del PPE al Parlamento europeo Manfred Weber. Intanto, dopo lo stanziamento per aiuti umanitari immediati della misera somma di 700 mila euro, al governo polacco sono stati assegnati circa 100 milioni di euro “per la gestione della situazione alla frontiera”. Soldi che il ministro della Difesa Mariusz Blaszczak ha subito provveduto a mettere in bilancio come la prima tranche per iniziare la costruzione di un muro, “dotato di tutti gli accorgimenti tecnici più moderni” da concludere l’anno prossimo.

L’unica soluzione realistica

L’acquiescenza del presidente del Consiglio europeo, l’organismo che è composto dai rappresentanti dei governi nazionali, alle pretese dell’attuale governo polacco è colpevole, ma non è che la Commissione brilli per spirito d’iniziativa positivo. Oltre a proporre una quinta tornata di sanzioni contro Lukashenko e il suo regime, nessuna iniziativa pare essere in cantiere per venire in soccorso dei disperati della foresta di Białystok. Eppure non mancherebbero le mosse possibili. Da Bruxelles potrebbe partire il processo per mettere in marcia l’unica soluzione realistica, e umana, possibile: la creazione di un corridoio umanitario per far passare la frontiera ai profughi che ancora sono in Bielorussia e poi portarli fuori dal territorio polacco con l’assegnazione di quote ai diversi paesi, sul modello che venne adottato, e per un po’ funzionò, quando Salvini in Italia bloccava le navi con i migranti. Intanto, Bruxelles potrebbe mobilitare le proprie rappresentanze nelle capitali dell’Unione perché spingessero i vari governi a prendere rapidamente in esame le richieste di asilo, tenendo conto del fatto che una buona maggioranza delle persone che si trovano ora al confine con la Bielorussia hanno certamente diritto all’asilo, trattandosi di curdi irakeni, siriani, afghani.

Invece niente, almeno che si sappia. A parte le nuove sanzioni a Lukashenko, le accuse (probabilmente giustificate) a Putin e un controproducente appoggio della NATO alle ragioni della Polonia aggredita con la “guerra dei profughi” sferrata dal tiranno bielorusso, tutto sembra tacere sul fronte politico. L’unica mossa dettata forse più che da ragioni umanitarie dall’intenzione di alleggerire la tensione è venuta dalla (ancora) cancelliera Merkel che avrebbe chiesto e ottenuto da Lukashenko la realizzazione di un asilo in cui accogliere i profughi che si trovano ancora dalla sua parte del confine. Possibilmente prima che muoiano tutti di freddo e di stenti.