Immigrazione, è un imbroglio parlare di grande invasione

Quando nel 2000 s’istituì la giornata mondiale del rifugiato, le persone che rientravano in questa statistica erano poco più di 2 milioni. A distanza di venti anni quel numero è cresciuto vertiginosamente, fino ad arrivare a 82 milioni, di questi oltre 34 milioni sono bambini e minori.

bambini profughi

Una marea umana che solo lambisce il nostro Paese

Un’ impennata legata anche a un’accresciuta capacità dell’UNHCR di monitorare il fenomeno, ma generata soprattutto dagli squilibri profondi che penalizzano pesantemente le aree più povere del pianeta. Accanto alle cause più note, già codificate nel 1951 a Ginevra, si è sommato, con un effetto moltiplicatore, lo stravolgimento climatico. Una delle cause principali nelle migrazioni di milioni di persone, destinata – in un futuro prossimo – ad avere una incidenza sempre maggiore.

Un movimento di milioni di donne, uomini e minori che lambisce solamente il nostro continente e l’Italia. Un dato che è spesso ignorato e anzi stravolto nella comunicazione pubblica. Quante volte, infatti, si parla dei profughi e dei rifugiati in termini allarmistici, prefigurando scenari con “esodi biblici” , “invasioni” con conseguenti “sostituzioni etniche”? Nella realtà i numeri rivelano una verità assai diversa, da raccontare per poter uscire dalla narrazione dell’invasione e riportare la discussione nel merito; ad esempio su come intervenire per governare una emergenza umanitaria planetaria, che ci chiama in causa direttamente.

 

Ma quale esodo biblico, troppo allarmismo

In Italia si assiste da anni a una discussione ansiogena, alimentata strumentalmente da forze politiche che ciclicamente, a ogni sbarco, gridano all’invasione. “Invasione” che lo scorso anno si è concretizzata con l’arrivo in Italia di 35.000 persone, 19.000 da inizio 2021. Numeri contenuti ma che la propaganda xenofoba moltiplica esponenzialmente, fino a determinare una percezione del fenomeno stravolta in un’opinione pubblica resa così sempre più diffidente e restia ad accogliere. A tal proposito un’indagine dell’IPSOS, condotta in occasione della giornata mondiale del rifugiato lo scorso 20 giugno, ha rilevato come gli italiani abbiano un atteggiamento contraddittorio nei confronti dei profughi, fatto di disponibilità e chiusure. Un disorientamento che risente sicuramente della propaganda contraria ai migranti, oltre che dalle difficoltà legate alla pandemia, ma che comunque presenta aperture e comprensione verso i migranti e le loro motivazioni. Il 79% degli italiani, infatti, è favorevole al fatto che una persona possa rifugiarsi, il 49% afferma di essere favorevole ad accogliere e il 58% sostiene che i rifugiati abbiano buone capacità di integrazione. Di contro il 57% ritiene che le persone che arrivano in Italiana non siano veri rifugiati e in tanti ritengono che si dovrebbero chiudere i confini più di quanto non sia già oggi.

Come tutti i rilevamenti anche questo va interpretato e lascia grande spazio di azione alla politica. In primis attraverso una campagna di verità sui numeri e le ragioni reali legate alle migrazioni forzate e poi affermando come l’ampiezza del fenomeno richiede una risposta globale. Il Mediterraneo ad esempio è considerato una delle aree più critiche per il concentrarsi di elementi, che combinati fra loro, generano instabilità e migrazioni forzate. Le guerre in corso in Africa si sommano a crisi economiche pesanti e a mutamenti climatici che sconvolgono, in particolar modo, numerosi Paesi del Sahel.

 

Gli effetti drammatici della crescita demografica

A questi dati preoccupanti si aggiunge una crescita demografica costante dell’Africa, che a fine secolo quadruplicherà la popolazione attuale. Condizioni che richiederebbero un forte attivismo europeo in termini di diplomazia e cooperazione e un maggior coordinamento solidale nel gestire il flusso migratorio in arrivo ai nostri confini. Una discussione che purtroppo vede l’Italia troppo sola e il prevalere di egoismi nazionali. Il pericolo che prevalgano i nazionalismi e le ideologie più reazionarie che li caratterizzano, rischia di far trovare l’Europa impreparata nell’affrontare questa sfida.

Come dimostrano i numeri non c’è una correlazione diretta fra l’acuirsi di questi fenomeni globali e una crescita degli arrivi. La maggior parte dei migranti infatti continua a sfollare all’interno dei confini nazionali, o a fermarsi nei Paesi confinanti nella speranza di riuscire a tornare e anche per questo solo il 5% dei profughi richiede asilo. Una situazione non emergenziale quindi che però non deve spingerci a girare la testa dall’altra parte, credendo che la cosa non ci riguardi o a trovare soluzioni “comode” che scaricano su altri Paesi l’onere dell’accoglienza, in cambio di cospicui contributi economici.

L’esternalizzazione delle frontiere europee, infatti, ha effetti di breve periodo, è costosa ma soprattutto è miope. La UE invece dovrebbe mettere in campo finalmente una propria politica estera in grado di dare risposte articolate a una questione così complessa. Occorrerebbe svolgere un’intensa azione diplomatica per aprire tavoli di pace laddove annosi conflitti hanno disintegrato il tessuto sociale di intere nazioni.

Una situazione diffusa che finora ha visto l’Europa e l’Occidente disinteressarsi, favorendo l’intervento in quest’area di potenze che hanno l’obiettivo di insediarsi anche attraverso un interventismo militare spregiudicato, oltre che attraverso forme di investimenti economici massicci, con l’intento di legare a sé questi Paesi, perseguendo così una strategia neocoloniale. Uno scenario questo che dovrebbe suggerire all’Europa di fare scelte politiche coraggiose. L’ipotesi di accordo tra Italia, Francia e Germania  di cui si parla in queste ore, che dovrebbe prevedere una suddivisione dei migranti che arrivano in Europa è sicuramente un passo avanti. Ma bisogna fare di più, favorendo e promuovendo una cooperazione su larga scala che aiuti le economie di questi Paesi – rese più fragili dalla pandemia – e di pari passo sostenga le democrazie messe a dura prova da una crisi economica ormai diventata anche sistemica.

L’Europa da sola però non credo sia sufficiente. La scala di grandezza dei problemi – in primis quello climatico – è globale e di conseguenza anche gli interventi dovrebbero esserlo. La nuova amministrazione USA può essere un prezioso alleato in tal senso per promuovere congiuntamente, nelle istituzioni internazionali, iniziative che portino in tempi brevi a scelte lungimiranti, costruendo cosi le condizioni per quegli interventi su scala mondiale indispensabili per affrontare in modo adeguato le questioni evidenziate.

C’è bisogno di una risposta globale

La globalità dei problemi da affrontare però non solleva l’Europa dalla responsabilità di intervenire con maggiore velocità ed efficacia. La UE quindi, oltre a una comune politica estera e di cooperazione, necessita di un’azione coordinata e solidale sul fronte dell’accoglienza. Un’esigenza che al momento non è stata accolta nella proposta fatta dalla Commissione europea e che giustamente l’Italia considera insufficiente, né riproporre l’accordo con la Turchia può essere la soluzione. Non solo perché così si “tampona” senza risolvere l’emergenza umanitaria, ma perché così si danno alla Turchia di Erdogan ulteriori strumenti nella sua politica interventista nel Mediterraneo, dove finora ha dimostrato di essere più parte del problema che della soluzione.

Né si può lasciare aperta la ferita della Libia, dove il tavolo di pace fortemente voluto dall’Italia sembra dare i primi importanti frutti. Una situazione che in via di miglioramento dovrà portare a riconsiderare radicalmente gli accordi con la Libia, ad esempio rafforzando il carattere europeo della missione e con una presenza accresciuta delle organizzazioni umanitarie a salvaguardia dei migranti, con centri di accoglienza gestiti da queste e favorendo l’apertura di corridoi umanitari. Un quadro anche questo complesso che ha come presupposto la pacificazione del Paese e la ricostruzione di un’entità statale in grado di garantire una piena collaborazione con la UE.

Credo che l’utilità della giornata mondiale del rifugiato sia anche questa, quella di riaprire una riflessione profonda sui limiti delle strategie finora adottate e di come le istituzioni e il diritto internazionale siano ancora gli attori e gli strumenti più adatti per un intervento efficace. Viceversa resteremo imprigionati da una parte nella propaganda becera e xenofoba, dall’altra in una retorica vuota fatta di buoni propositi.

 

L’autore è membro della Direzione nazionale del Pd