Ilva, l’emergenza
di Taranto va oltre
le condanne giudiziarie

La sentenza del Tribunale di Taranto che ha condannato a pene molto severe per disastro ambientale i Riva proprietari dell’Ilva dal 1995 e per i successivi vent’anni, non scrive la parola fine sulla vicenda pluridecennale della “fabbrica dei veleni”. Non sul piano giudiziario, perché questo è solo il primo grado di giudizio. Non sul piano ambientale e sanitario, perché i danni alla salute e all’ambiente causati dallo stabilimento (e cominciati, è bene ricordarlo, ben prima del 1995 quando l’azienda era in mano pubblica) dureranno ancora a lungo. E tanto meno sul piano sociale ed economico, perché il destino dell’acciaieria di Taranto resta largamente incerto.

Ma questo passaggio è comunque importante. Certifica una verità che in molti conoscono e denunciano da tempo ma che molti altri hanno ignorato più o meno consapevolmente. La conoscono bene i lavoratori dell’Ilva che sono state le prime vittime dell’inquinamento dell’acciaieria, la conoscono i cittadini di Taranto costretti per decenni a respirare – spesso ammalandosene, talvolta morendone – i veleni sparsi dalla fabbrica sulla città. La denunciano da altrettanti decenni gli ambientalisti, a lungo inascoltati dalla stessa magistratura.

Chi invece ha quasi sempre voltato la testa dall’altra parte, e in molti casi ha collaborato alla malagestione dell’Ilva, è la politica: la politica nazionale e locale, di destra e di sinistra, talvolta spalleggiata da buona parte del sindacato. Le ragioni di questa “distrazione” sono più d’una: nei casi migliori l’idea che mettere in discussione l’impatto ambientale dell’Ilva rischiasse di creare contraccolpi insostenibili sul piano occupazionale, nei peggiori vere e proprie complicità con i Riva che avevano cementato negli anni un vasto e ramificato blocco di potere.

Il buio tunnel nel quale l’ex-Ilva e con l’ex-Ilva tutta Taranto sono imprigionati da tanto tempo non è finito nemmeno con il commissariamento dell’azienda quasi dieci anni fa e poi con la cessione dello stabilimento al gruppo Arcelor-Mittal. Sono seguiti numerosi decreti “salva-Ilva”, tutti ispirati a uno stesso criterio: privilegiare la continuità della produzione rispetto al risanamento ambientale. Criterio tanto ingiusto quanto irrealistico. Oggi produrre acciaio, come ogni altro manufatto, infischiandosene delle leggi e della salute non è “moderno”, non è “economico” e va contro ogni logica di mercato. Non è moderno perché della modernità fa parte la consapevolezza, sempre più diffusa e condivisa, che il benessere non tolleri alcuno scambio tra lavoro e salute. Ciò vale a Taranto come in tutti quegli altri casi – da Duisburg, a Bilbao, a Pittsburgh, a Dangjin in Corea – nei quali si è posto ed è stato affrontato un problema analogo, per ragioni collegate alla competitività economica ma anche alla sostenibilità ambientale, di riconversione ecologica della siderurgia. Pensare che alla crisi dell’Ilva di Taranto si debba rispondere a forza di deroghe ed eccezioni alle leggi ordinarie, e magari facendo leva su una sorta di ricatto occupazionale, è anche un’idea profondamente antieconomica. Soprattutto per un Paese come l’Italia, dove produrre costa di più che in buona parte del mondo, puntare per il futuro dell’industria sull’eccellenza tecnologico-ambientale e insieme sulla qualità e creatività tradizionali della manifattura italiana non è soltanto un obbligo imposto dalle leggi: è l’unica via realistica per difendere le nostre capacità competitive in campo industriale e con esse il lavoro di milioni di persone.

Negli ultimi mesi si è cominciata ad intravedere una luce in fondo al tunnel: è la via della decarbonizzazione degli impianti ex-Ilva, che prevede di sostituire gli altoforni con forni elettrici così abbattendo sia le emissioni locali di veleni vari sia quelle di CO2 che alimentano la crisi climatica. Nel frattempo lo Stato italiano, attraverso Invitalia, è ritornato azionista di riferimento dell’Ilva, affiancandosi con pari diritti proprietari ad Arcelor Mittal. Il ruolo diretto dello Stato nella proprietà dell’ex-Ilva ha dato ulteriore slancio alla prospettiva della decarbonizzazione: commentando la sentenza di Taranto il ministro della transizione ecologica Cingolani ha ricordato che per questo progetto è previsto nel Recovery Plan un ricco finanziamento, e ha aggiunto che tra riconversione immediata dello stabilimento e chiusura “tertium non datur”. Insomma, la decarbonizzazione è l’unica, vera opzione “salva-Ilva”: è però una strada molto stretta, da percorrere rapidamente e ricca d’insidie, prima fra tutte la sentenza del Consiglio di Stato attesa per i prossimi giorni che potrebbe sancire la chiusura immediata dell’area a caldo. Si è perso davvero troppo tempo prima di scegliere la direzione giusta, non è detto che di tempo ne rimanga abbastanza.

Un’ultima osservazione. Tra i condannati nel processo di primo grado di Taranto vi è anche l’ex-presidente della Puglia Nichi Vendola. E’ accusato di avere fatto pressione sul direttore dell’agenzia regionale per l’ambiente Assennato, anche lui condannato, perché “ammorbidisse” le valutazioni dell’agenzia sulle emissioni nocive prodotte dalla fabbrica. Personalmente ho molti dubbi sulle responsabilità penali di Vendola, mi auguro e credo che nei prossimi gradi di giudizio possa vedere riconosciuta la propria estraneità ai fatti che gli sono contestati.

Infine. Da più parti la dura sentenza di Taranto è stata censurata come l’ennesima prova di una giustizia “spettacolare” e malata. Sono giudizi apodittici. Il cammino per accertare la verità giudiziaria com’è giusto che sia continuerà a fare il suo corso, ma che a Taranto si sia consumato per decenni un crimine ambientale è un dato di assoluta evidenza. E generalmente se vi è un crimine, vi è anche qualcuno che l’ha commesso.