Il vincolo di mandato dei 5 stelle
tra storia e utopia

Oreste Mori è un pensionato di La Spezia. Sconosciuto al grande pubblico, è una star del M5s. È infatti sua una delle proposte di legge più cliccate dagli iscritti sulla “piattaforma Rousseau”, che introduce il vincolo di mandato per deputati e senatori. Del resto, non esiste qualche forma di mandato imperativo anche in Portogallo, India, Bangladesh, Panama e Sudafrica? In attesa che l’Italia segua questi luminosi esempi, provvede un’azienda privata, la Casaleggio Associati, a garantire per via privatistica la fedeltà dei neoeletti pentastellati ai deliberati della Rete. Se sgarrano, lo sappiamo, scattano multe salate ed espulsioni a raffica. Una sorta di rousseauvismo in salsa informatica, insomma, che esclude ogni mediazione tra cittadini e chi li rappresenta: i primi sono i “datori di lavoro” del secondo; il secondo è solo un “portavoce” dei primi.

L’utopismo naïf dei padri del M5s è la caricatura di uno storico dibattito, che ha accompagnato il processo di formazione degli Stati nazionali e del parlamentarismo moderno. Per chi voglia saperne di più, consiglio la lettura di un magistrale saggio di Gaetano Azzariti (in Partiti politici e società civile a sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, Jovene editore, 2008). Qui basti ricordare che in Europa è l’Ottocento liberale a segnare il trionfo della libertà del parlamentare, pur nei limiti di un corpo elettorale ristretto e di una rappresentanza concepita come “scelta dei migliori”.

Non così, o non del tutto così, sull’altra sponda dell’Atlantico: nella seconda metà del secolo era entrato in scena il “Progressive movement”, uno schieramento trasversale di forze sociali e politiche unito nella lotta per la riforma dei partiti mediante le primarie e per la democrazia diretta mediante gli istituti del referendum e del “recall”. Quest’ultimo, tuttora vigente in alcuni Stati degli Usa (e, con diverse motivazioni, anche in Giappone e in alcuni paesi latinoamericani), designava il potere degli elettori di rimuovere un pubblico ufficiale prima della scadenza naturale del suo incarico. L’istituto del “recall” fu utilizzato dalla Comune di Parigi (1871) nel suo esperimento di autogoverno municipale. Esaltato da Marx, nel 1917 ispirò Lenin nella organizzazione dei soviet degli operai e dei contadini (e dei soldati), protagonisti dello sgretolamento dell’impero zarista. Il principio del mandato imperativo – cardine dell’ordinamento bolscevico – verrà poi inserito nella Costituzione dell’Urss del 1918.

Ben differente è stata l’avversione al libero mandato del più grande giurista del Novecento, Hans Kelsen. Strenuo difensore della Repubblica di Weimar (1919-1933) anche quando sembrava imminente il suo collasso, finisce col colpire al cuore le stesse fondamenta della democrazia pluralista. Secondo il teorico della dottrina pura del diritto, “la moderna democrazia si fonda interamente sui partiti politici, organi della volontà dello Stato e intermediari fra questo e gli individui, con la funzione di selezionare la classe dirigente e rappresentare i bisogni della società” (“Essenza e valore della democrazia”, 1920-1921). Il ruolo del parlamentare viene così declassato da rappresentante della nazione a funzionario di partito. Il Parlamento kelseniano, in altre parole, è un organo tecnico di composizione della volontà dei partiti politici.

Questa visione spinge il giurista praghese ad avanzare un’ipotesi eversiva: “Ci si potrebbe accostare all’idea di non costringere i partiti a mandare in Parlamento un certo numero, proporzionale alla loro forza di deputati individualmente determinati, che – sempre gli stessi- partecipino alla decisione di ogni più disparata questione, ma di lasciare ad essi la possibilità di delegare, a seconda delle esigenze connesse con la discussione e la deliberazione delle varie leggi, degli esperti scelti nel proprio seno, i quali partecipino di volta in volta alla decisione col numero di voti spettanti al partito secondo la proporzionale” (“Il problema del parlamentarismo”, 1925).

Questa ipotesi ha un inevitabile corollario: poiché la funzione di un deputato è subordinata al suo rapporto fiduciario col partito, ne discende che egli deve decadere quando cessa di appartenere alla lista nella quale si è presentato. Si può dire, in conclusione, che Kelsen aveva visto giusto quando ravvisava nell’allargamento del suffragio e nei partiti di massa le cause principali della trasformazione del sistema parlamentare. Non può dirsi altrettanto, però, quando sacrifica il libero mandato sull’altare della ineluttabile incorporazione dei partiti nella vita statale.
Infatti, può il mediatore (il partito) sostituire il mediato (il rappresentante e, insieme, il rappresentato)? Se la risposta è no, perché significherebbe la resa alle forme più estreme di populismo, per Azzariti qualunque stravolgimento dell’articolo 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”) va respinto con forza. Del resto, benché mutuato dall’articolo 41 dello Statuto Albertino (1848), non per questo i suoi estensori erano ignari che la libertà del parlamentare doveva fare i conti con una società solcata da divisioni sociali e fratture territoriali profonde, e che i partiti di massa si erano ormai affermati come i principali collettori del consenso popolare. Nel 1946 (quando fu licenziato dalla seconda Sottocommissione), inoltre, era del tutto chiaro che la disciplina di partito poteva condizionare la condotta del singolo parlamentare, ma non doveva mettere in discussione la sua autonomia. Lo affermerà lucidamente nel 1964 una sentenza della Consulta (relativa alla controversa nazionalizzazione dell’energia elettrica), laddove recita: “Il divieto di mandato imperativo comporta che il parlamentare è libero di votare secondo gli indirizzi del suo partito ma è anche libero di sottrarsene; nessuna norma potrebbe legittimamente disporre che derivino conseguenze a carico del parlamentare per il fatto che egli abbia votato contro le direttive del partito”.

Oggi questo principio è sotto scacco. Nell’era della democrazia digitale “la selezione deve essere fatta dal basso, dai cittadini, che propongono le persone più adatte e di cui conoscono la storia e le competenze”. Quest’ultima citazione di Gianroberto Casaleggio è piuttosto interessante. Come hanno scritto Antonio Florida e Rinaldo Vignati (in “Quaderni di Sociologia”, 65/2014), un pensiero “che affida il motore della storia al cambiamento tecnologico finisce per sfociare nell’idea del governo dei più capaci”. Idea che però stride con la favola del cittadino comune.

Non fortuitamente, negli scritti di Grillo e Casaleggio è ricorrente un giudizio contraddittorio sugli “esperti”. Da un lato, vengono costantemente incensati per avallare le proposte formulate sul blog. In questo senso, l’expertise è contrapposta all’incompetenza dei parlamentari, nella prospettiva di un superamento tecnocratico della democrazia rappresentativa (anche se Kelsen non compare mai nel Pantheon culturale del M5s). Dall’altro lato, essi vengono derisi quando si discostano dalle posizioni dei capi del movimento. Grillo ha spesso sposato tesi eterodosse in campo medico e scientifico, invocando una democrazia diretta basata sul web che “prende decisioni in tempo reale senza delegarle ai [ora] cosiddetti esperti”.

Queste pulsioni di tipo plebiscitario riscuotono simpatie crescenti non solo tra gli elettori, ma anche in diversi ambienti intellettuali e accademici. A ben vedere, esse sono il barometro di un clima sempre più ostile alla “casta”, in cui vengono partorite le ipotesi più stravaganti: si pensi, ad esempio, alla riscoperta della virtù del sorteggio come metodo di selezione della classe politica. Del resto, Montesquieu non scrisse nello Spirito delle leggi che”Il sorteggio è nella natura della democrazia, il suffragio è nella natura dell’aristocrazia”? E gli antichi ateniesi, che la democrazia l’hanno inventata, non sceglievano forse i membri della Boulé (l’organo che deteneva il potere legislativo) proprio sorteggiandoli?