Il Vesuvio e le sue genti. In mostra il “formidabil monte” nelle foto Alinari

Una presenza. La presenza. Che aiuta e preoccupa, che soddisfa lo sguardo e stimola i sentimenti, che separa e unisce. Che fornisce un’identità e toglie il fiato quando si immerge nel rosa del tramonto. Che accoglie chi arriva e alimenta la nostalgia. Il Vesuvio, la montagna che da un lato sovrasta la città, che fu capitale del regno ed ancora ora è  (al di là dei giudizi tranchant e invidiosi dei cugini francesi) incontestata capitale di cultura espressa nelle forme più diverse, cinema, letteratura, fiction, arti visive, intellettuali in costante confronto, scienza, tecnologie.

Giorgio Sommer, L’eruzione del Vesuvio del 26 aprile 1872 alle ore 15 e 30, stampa all’albumina su carta, 18×24 cm, all’interno dell’album “Italia”, 1874, Archivi Alinari-collezione album, Firenze

Il cono massiccio domina e  cambia dall’altra prospettiva, col monte Somma esattamente all’opposto di come lo si ammira da Napoli, a segnare la differenza dell’approccio al contrario ma comunque esaltante, da Torre Annunziata a Castellammare di Stabia, a Sorrento con Pompei ed Ercolano a mediare la visuale  in una visione ancora diversa.

Il Vesuvio è Napoli

Il Vesuvio, ‘a muntagna, è Napoli. Quel monte in sonno dal 1944 è l’essenza stessa della città. Sembra trasmettere un senso di vigile attenzione ma in sé conserva intatta la potenzialità di tornare ad un’attività che, dato il numero immenso e scriteriato di costruzioni sui suoi fianchi, potrebbe avere conseguenze anche disastrose. Certamente porterà a nuova vita il pennacchio che nei quadri, nelle gouache, nei disegni  e nelle fotografie, è stato complemento  distintivo e identitario del “Formidabil monte sterminator” per ricordarlo con le parole di Giacomo Leopardi nella Ginestra. Le più note. Senza andare a disturbare Goethe o Emily Dickinson o l’anonimo francese dei primi del ‘900 che definì il monte  “potente maestro di simulazione e attore insuperabile nel teatro delle terre circostanti”.

Autore non identificato, Gruppo con bambini che fugge in campagna dopo l’eruzione del Vesuvio del 1944, stampa alla gelatina sali d’argento su carta, 10×13 cm, Archivi Alinari-collezione album, Firenze

Non c’è più il pino di Posillipo

Guarda, sovrasta il vulcano. Toglie la scena al mare su cui “luccica l’astro d’argento”, alla sirena addormentata che è Capri, alla punta che si protende verso l’infinito. Non c’è più gara con un altro simbolo della città durato più di cento anni dal 1855. Il pino mediterraneo di Posillipo non ce l’ha fatta. La natura non è riuscita a preservarlo dagli acciacchi degli anni e dall’incuria degli uomini. E’ riuscito però a diventare soggetto consueto dei pittori della scuola di Posillipo, delle foto e delle cartoline di quegli anni. E anche, per il National Geographic, l’albero più famoso d’Italia.

Il Vesuvio non teme concorrenza. E ora è il protagonista di una mostra di fotografie Alinari che comincerà il 3 dicembre al Mav, il Museo Archeologico digitale di Ercolano. Una iniziativa  prodotta dallo stesso Mav di cui è presidente Luigi Vicinanza ed è direttore Ciro Cacciola; dalla fondazione Alinari per la fotografia (presidente Giorgio Van Straten, direttrice Claudia Baroncini) e dalla webrivista Foglieviaggi.cloud il cui ideatore, Vittorio Ragone, è anche curatore della mostra, finanziata dalla Regione Campania, con Rita Scartoni.

Sessanta foto, un racconto

Sono sessanta le immagini proposte che sono state  realizzate con diverse tecniche – lastre di vetro alla gelatina di sali d’argento, lastre di vetro colorate a mano, stampa dell’albumina su carta – sono state ristampate dalla Fondazione Alinari della Regione Toscana, erede delle collezioni accumulate a Firenze dai maestri fotografi che nel 1852 fondarono la ditta.

“Le fotografie – scrive Van Straten nel catalogo – imbastiscono un racconto che riguarda non solo i grandi personaggi o la Storia con la S maiuscola ma anche, e soprattutto, la vita quotidiana, gli usi, i mestieri, le case, l’abbigliamento delle persone comuni e le esistenze di tante donne e uomini”.

Frank Alvord Perret, Turisti durante un’escursione in portantina sulle pendici del Vesuvio, 1906, stampa fotomeccanica in collotipia, 18×23 cm, all’interno dell’album “Vesuvio” dedicato a R.V. Matteucci direttore del Reale Osservatorio Vesuviano, Archivi Alinari-collezione album, Firenze

Sessanta immagini divise in due sezioni: tra fotografia del Grande Tour e sperimentazione ed Eruzioni. C’è tutto dalla lava a Napoli e il Vesuvio fino a Pompei ed Ercolano; le passeggiate verso la cima e l’ultimo risveglio del vulcano. A chiudere Massimo Sestini e il suo celebre scatto “Il Vesuvio al crepuscolo”.

Il sogno della “Vesuvio valley”

Scrive Luigi Vicinanza: “Il destino di una città, di una comunità si fonda anche sulle suggestioni. Questa mostra me ne fa immaginare una che potrebbe intestarsi il nome di “Vesuvio valley”. La nostra California. Cultura classica e innovazione tecnologica fuse insieme per dar vita a un umanesimo digitale capace di creare nuovi saperi e per trasformare l’area metropolitana in un luogo di ricerca avanzata, con la speranza e l’ambizione di sanare grossi divari. Nonostante gli effetti devastanti provocati dalla pandemia di Covid 19, la produzione culturale partenopea sta attraversando un momento particolarmente felice. Il successo dei film e delle fiction ci fanno sognare Napoliwood. Ma è forse solo l’aspetto più evidente dello stato di grazia di una ri-nascente industria del sapere. La contaminazione tra intelligenza artificiale e intelligenza umana in chiave napoletana è in grado di accompagnarci nella rivoluzione digitale con spiccata originalità”.