Il partito dell’astensione è una minaccia per la democrazia

L’astensionismo è il fenomeno che più marcatamente misura la distanza che intercorre tra i cittadini e la politica. In particolare, ammettendo che, in una forma di governo parlamentare, i partiti politici rappresentino la muscolatura del corpo istituzionale (che contribuisce alla formulazione dell’indirizzo politico), si può constatare che l’astensionismo fotografi la distanza tra il cittadino e i partiti.
Le elezioni del 25 settembre mostrano come il più grande partito d’Italia sia proprio quello degli astenuti, il cui consenso vale il 36,2% dei voti possibili. Questo significa che i voti espressi nelle urne valgono il 63,8%, col risultato che, paradossalmente, l’agglomerato di maggioranza relativa del paese non sarà direttamente rappresentato nel prossimo Parlamento.

Il diritto al non voto

Sicuramente è interessante il punto di vista di chi sostiene che, parallelamente al diritto di voto, ci sia l’altrettanto importante diritto al “non voto”, che atterrebbe alle “libertà negative” dell’individuo. Per i liberali più puri il diritto di “non fare” oppure, più semplicemente, di fare qualsiasi cosa l’individuo voglia, è un sacrosanto postulato. Tra questi si manifesterebbe anche il diritto di non andare a votare e restare comodamente a casa. Tale riflessione si basa sul principio per il quale il voto rappresenta un’opportunità per il cittadino, ma certamente non un obbligo. Pertanto, qualsiasi appello al dovere di solidarietà politica attraverso l’uso delle urne, viene tacciato di “moralismo” o di avere una “concezione etica dello Stato”.
Benché affascinante, l’analisi non tiene conto del dato patologico che i livelli di astensione raggiungono in Italia. Numeri così grandi, infatti, nascondono verità complesse che non possono essere giustificate richiamando la libera scelta dell’individuo, perché interrogano seriamente la politica e l’equilibrio del processo democratico.
Una commissione studio, presieduta da Franco Bassanini e voluta dal Ministro per i Rapporti col Parlamento Federico D’Incà, ha pubblicato pochi mesi fa il “Libro bianco dell’Astensionismo”, con una serie di analisi tecniche per affrontare la problematica. La ricerca affronta alcuni elementi pratici (il giorno del voto, l’accessibilità alle urne degli anziani, il “dove” si vota, il “come” si vota, la questione dei “fuorisede” ecc…) estremamente utili per ridurre alcune carenze strutturali che limitano la partecipazione, influendo sull’esito delle elezioni.

La debolezza delle strutture intermedie

Il tema, però, è politico piuttosto che tecnico ed è estremamente difficile. Piero Ignazi, che individua nella debolezza delle strutture intermedie, principalmente Chiesa e partiti, la ragione profonda dell’allontanamento di grandi strati della popolazione dal dibattito pubblico, divide gli astensionisti in apatici strutturali e critici. Mentre questi ultimi si informano, ma non votano per convinzione, i primi sono molto più difficili da riconquistare. Gli apatici strutturali in prevalenza risiedono nelle periferie della società, costretti a districarsi tra disponibilità economiche risicate e bassi livelli di istruzione. Nessuno parla alle loro esigenze e vivono nella percezione di non esistere agli occhi delle classi dirigenti.

Pur essendo impermeabili agli slogan, esprimono una domanda di politica che non riscontra alcuna offerta. Non è un caso che, secondo le valutazioni dell’Istituto Tecné Italia, solo il 28% delle fasce di popolazione a reddito basso si reca regolarmente alle urne. Al contrario, il 79% dei ceti più abbienti vota con grande frequenza e mostra un divario che si riflette anche in termini geografici. Non solo il centro urbano produttivo risulta più attivo nel voto rispetto alle periferie cittadine ma, più in generale, una distanza analoga si registra tra Nord e Sud. Il risultato di domenica scorsa, per esempio, secondo lo studio pubblicato dall’Istituto Cattaneo, mostra come nell’area milanese la partecipazione al voto risulti di circa venti punti più alta rispetto alla zona del napoletano. Sembra evidente che il partito dell’astensione rivendichi un profondo legame tra disuguaglianza sociale, questione urbana e questione meridionale.

Il rischio di una democrazia passiva

Ai sensi dell’articolo 49 Cost., la partecipazione popolare viene intesa come lo sforzo di concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Pertanto non si manifesta solo nell’atto del consenso, quindi del voto, ma si sviluppa attraverso il contributo alla formazione della volontà politica. È un processo continuo e costante. Il non voto di chi si sente fuori dal sistema, il “forgotten man”, fotografa una democrazia che, da attiva, da partecipata, rischia sempre di più di diventare passiva. Una democrazia subìta dove la maggioranza relativa dei cittadini non partecipa alle scelte, ma semplicemente le subisce.
Non solo. Se a votare in massa sono principalmente i ceti produttivi medio-alti, come mostrano diversi dati, è evidente che, chi viene eletto nelle aule Parlamentari, diventa direttamente rappresentativo del proprio elettorato. In virtù di questo processo, chi si sente escluso e non si esprime alle urne riceverà sempre meno attenzione istituzionale, creando una dinamica molto simile a quella del Parlamento italiano liberale, dove le masse avevano una rappresentatività pressoché nulla nelle istituzioni.
Ecco che, quindi, il problema non è solo relativo al consenso. Non si tratta soltanto di scoprire chi vince e chi perde, o di verificare quanti, dentro la quota degli astenuti, siano più vicini alla destra o alla sinistra. Si tratta di un problema di sostenibilità democratica. La politica e i partiti hanno l’esigenza di rendersi conto che continuare a fornire consensi al partito dell’astensione significa lacerare il paese. E una lacerazione così profonda, a tal punto da scatenare sentimenti di indifferenza alla democrazia in una parte della cittadinanza, può avere effetti imprevedibili sul medio periodo.

Ridare rappresentanza all’emarginazione sociale

Rimettere mano ai luoghi del conflitto sociale, all’interno dei quali trovare i nuovi volti in grado di rappresentare gli strati meno affezionati alla politica, è il primo passo verso la riconquista della partecipazione attiva. I partiti che ambiscono a rappresentare quella parte del paese colpita dalla crisi economica, che non si sente protetta come singolo e nelle formazioni sociali in cui esprime la propria persona, devono rendersi conto che, di fianco a un nuovo pensiero che re-immagini il modello produttivo del paese, si sente il bisogno di un contatto fisico con i luoghi del lavoro e del non-lavoro. Precariato, disoccupazione e redditi troppo bassi sono legati a doppio filo con la repulsione verso la partecipazione attiva.
L’astensionismo si sconfigge interloquendo direttamente con le componenti che lo animano. Con dodici milioni di voti, fino al 2008, si perdevano le elezioni. Con dodici milioni di voti, oggi, si vincono. Se non si consegna rappresentanza ai luoghi dell’emarginazione sociale, dando voce a chi sente di non averne una, il partito del non voto è destinato a ingrossare le proprie fila. Lo scenario peggiore sarebbe quello di una Repubblica democratica che, nonostante le libere elezioni, esprimesse una sovranità legata solo a una piccola parte della popolazione. Una repubblica trasformata in oligarchia suo malgrado e a sua insaputa.