Il terremoto razzista nell’Emilia rossa dove ci urlavano marocchini di m…

Questo articolo della rubrica Diario di un’italiana è la storia scritta in prima persona di Anna, Hanane. Eccola.

La mia è una storia di migrazioni e di razzismi, che sa di precariato e di ricerca di un futuro, anche fuori dall’Italia. Sono infatti una come tante laureate in materie umanistiche che, una volta catapultata nel mondo reale, cerca di sopravvivere come meglio può.

Mi chiamo Hanane, italianizzato da sempre e da tutti in Anna. E questo perché in Italia si dà valore ad una persona, cercando di neutralizzare la sua diversità, rendendola familiare, a cominciare dal nome.
29 anni fa sono nata in Marocco e tre mesi dopo sono arrivata in un piccolo paesino della bassa modenese a colorare la quotidianità di una terra di emiliani orgogliosamente rossi. A dispetto di ciò che tutti si sono sempre aspettati da me, familiari e non, mi sono laureata due volte e mi sono spesso sentita dire “Beh, ma quando ti sposi?”, giusto per non deviare troppo dall’immaginario della ragazza marocchina.

Credo di aver passato i miei primi 23 anni vivendo in una favola. Come si fa a riconoscere il mostro se nessuno ti ha mai davvero fatto vedere come è fatto? Se si cresce nella rossa Emilia, la parola “razzista” è, o meglio era, un’offesa. Il razzismo per me, era un’espressione di stupidità e in certi casi, la associavo ad una sana invidia verso i traguardi che raggiungevo.

Il duro scontro con la realtà, ovvero l’incontro con il mostro, è arrivato con il terremoto del 2012. In un momento di panico generale e di incertezza, oltre a vedere case rase al suolo, si sono sgretolate anche tutte le maschere di perbenismo. È crollato il mondo che mi raccontavo, fatto di persone che pensavo di conoscere, con cui ho convissuto e condiviso una vita.

In quei terribili mesi la mia famiglia è stata costretta a vivere in un campo, perché la nostra casa era situata in una zona rossa, ad alto rischio sismico. Il campo era composto per la maggior parte da nuclei familiari di origine straniera e da anziani italiani. Ricordo una sera, in particolare, un uomo che decise di lanciare insulti razzisti fuori dal campo. Era terrorizzato dalle scosse e per questo avrebbe voluto dormire nelle tende.

Ricordo le sue parole “tornatevene a casa vostra marocchini di m*”, ma ciò che tuttora mi inquieta è il ricordo dei suoi occhi: occhi da inquisizione spagnola, occhi da caccia alle streghe, gli occhi dell’odio. Quella notte, insieme alle cascine diroccate delle campagne circostanti, sono crollate le mie certezze di un’Emilia rossa, ospitale, solidale. Non è stato un episodio isolato, infatti, in quel periodo, per sfuggire al degrado della vita nella tendopoli, i miei genitori cercavano invano un appartamento dove vivere. Non trovavano nulla perché “quelli come voi non pagano l’affitto”, “prima gli italiani, voi un paese ce lo avete, tornate là”. Dopo vent’anni, in un paesino dove tutti si conoscono, frasi del genere sono la fine di ogni speranza. Purtroppo in tempi di estrema crisi, tutto diventa imprevedibile, e accanto alla solidarietà e all’umanità, abbiamo vissuto l’indifferenza e l’odio che bruciano ancora.

Questa nuova consapevolezza mi ha spinto a studiare e a lavorare in prospettiva di fuggire dall’Italia e cercare fortuna in un’Europa nel mio immaginario più multiculturale e abituata al diverso. Ho fatto esperienze che nessuno si aspetta da una giovane marocchina cresciuta in provincia, nonostante il passaporto rosso. In Italia, il passaporto rosso non significa necessariamente essere italiani. Si ragiona ancora per colori: il colore della pelle e il colore del passaporto sono i criteri di giudizio e classificazione.
Finita l’università ho trovato lavoro come insegnante in una scuola privata in una Regione italiana storicamente di destra. Un periodo che meriterebbe un articolo a parte; non è stata un’esperienza facile, fortemente segnata da due condizioni che non mi perdonavano: l’essere giovane ma soprattutto l’essere marocchina.

In un anno la frustrazione data dal contesto è cresciuta a dismisura spingendomi a voler scappare lontano dalla dura e chiusa provincia. Volevo di più, volevo il multiculturalismo, la tolleranza e la civiltà che ormai in Italia non vedevo più.

La scelta più veloce ed efficace è ricaduta sul Servizio Volontario Europeo. Non ho scelto di proposito il Belgio, era l’opportunità giusta al momento giusto, anche perché conoscevo già la realtà fiamminga, perché ci avevo passato prima un semestre in Erasmus e poi un periodo di ricerca per la tesi magistrale. È stata una delle esperienze più dure e belle della mia vita, fatta di alti e bassi, di quelle che ti lasciano il segno dentro e niente è più come prima. Ho lavorato in un centro sociale nel ghetto di una cittadina fiamminga, frequentato da giovani rifugiati siriani e iracheni. Non riesco a parlarne e nemmeno a scriverne per l’intensità di tutto e per il rispetto che mi unisce a persone che hanno avuto avventure straordinarie e terribili. L’unica cosa posso dire è che in Italia non abbiamo davvero idea di cosa stia succedendo.

Il Belgio non è la terra promessa e l’Italia non è l’inferno. Sono paesi con problematiche simili, il Belgio ha un ottimo welfare, ma l’integrazione dopo quasi quattro generazioni di migranti è ancora mal gestita. Ho visto e vissuto in prima persona razzismi uguali e diversi da quelli sperimentati in Italia. Il Belgio è consapevole della crisi economica e accoglie positivamente l’immigrazione di noi giovani europei provenienti dalle regioni europee più povere, come l’Italia, arrivando in molti casi a sfruttarci. I retaggi post-colonialisti ancora vivi nel belga medio mi ha spinto a dire “No, grazie. È meglio se me ne torno in Italia”.

Sono tornata a casa, questa volta, con nuove e inaspettate conoscenze e sentendomi una cittadina europea. E perché credo che in Italia ci sia ancora un margine di miglioramento. L’Italia è anche il mio paese ed è il paese in cui voglio vivere senza vergognarmi di chi sono.

Alla fine degli anni ’90, Jacques Derrida definiva il migrante come una chiave che può al massimo guardare dalla toppa la società in cui vorrebbe introdursi, sospeso tra il dentro e fuori, appartenendo a nessun mondo. Noi, seconde generazioni del 2018, siamo ancora sospesi in questo limbo, ma vogliamo appartenere alla società in cui siamo nati e cresciuti, perchè possiamo migliorarla.

Da questa Europa è interessante ripensare ad Abdelmalek Sayad che ha analizzato il ruolo del migrante e delle seconde generazioni in rapporto allo Stato-nazione. Individua nello straniero il capro-espiatorio per sempre condannato ad un ruolo sub-alterno e che non può esprimere critiche o dissenso in quanto ha la fortuna di essere accolto. Ecco, io non voglio essere questo migrante, che è sempre condannato a esprimere una gratitudine eterna e a scusarsi per gli atti di terrorismo accaduti a migliaia di chilometri da qui, in società diverse da quella italiana.

Manca il dialogo, la solidarietà, la partecipazione attiva, perché siamo soffocati dal consumismo e dalla crisi economica. Perché non agire? L’odio e la chiusura appaiono le soluzioni più facili ma non sono quelle giuste. Come cittadini europei e italiani abbiamo l’esperienza delle vittorie e degli errori di altri stati europei, partiamo da questo per bloccare il pericolo che l’Italia diventi razzista più di quanto già lo sia.

La mia storia mi spinge a comprendere che non ci sono alternative: adesso si deve partecipare attivamente per creare nuovi modi di integrazione e respingere l’odio e il razzismo in prima persona.