Il superministro verde
è una svolta e una sfida
da raccogliere

Una geniale mossa tattica di Beppe Grillo per giustificare davanti al popolo cinquestelle la scelta del movimento di partecipare al governo Draghi? Una “furbata” dello stesso Draghi per assicurarsi l’appoggio del primo gruppo del Parlamento? Una svolta solo di facciata, tipo il gattopardesco “bisogna che tutto cambi perché tutto resti com’è? Si affollano in queste ore le interpretazioni maliziose intorno alla nascita di un “superministero” della transizione ecologica. Letture tutte plausibili, ma letture inutilmente capziose.

Diranno i prossimi mesi se la novità porterà frutti concreti e maturi, ma che di assoluta novità si tratti non c’è dubbio.

Il primo fatto nuovo è proprio nel nome. Transizione ecologica è un’espressione in sé un po’ ermetica, non proprio fascinosissima, ma questo è il modo nel quale in tutto il mondo si chiama un modo d’intendere, di declinare, di praticare le politiche ambientali radicalmente diverso che nel passato. Ministeri della transizione ecologica esistono già in Francia. In Spagna, il concetto ricorre sistematicamente nel dibattito pubblico per indicare l’urgenza di una riforma profonda dei sistemi di produzione, di consumo, di utilizzo delle risorse naturali che salvi l’umanità da una crisi ambientale, soprattutto climatica devastante. L’umanità, non il pianeta. Perché la Terra se ne infischia del riscaldamento globale, ha attraversato cambiamenti climatici molto più sconvolgenti; l’attuale “climatechange” è invece una minaccia mortale per noi umani, che ne siamo al tempo stesso la causa e le principali vittime.

Dunque, creare un ministero della transizione ecologica vuole dire concentrare sotto un unico “cappello” politico le varie funzioni di governo che hanno a che fare con questa sfida: le politiche ambientali classiche (protezione della natura, gestione dei rifiuti…), le politiche dell’energia per centrare il prima possibile l’obiettivo di zero combustibili fossili senza il quale il riscaldamento globale non si ferma, le politiche infrastrutturali. Questo terzo, in particolare, è per l’Italia il terreno oggi più sensibile. Il governo Draghi nasce con due compiti prioritari: gestire al meglio la crisi pandemica e proporre all’Europa un piano credibile per l’utilizzo dei 200 e più miliardi del Next Generation EU. Bene, poiché molte di queste risorse andranno utilizzate per realizzare infrastrutture e poiché le linee guida fissate a Bruxelles impongono di destinarne il 40% a opere e interventi “green”, è importante che chi decide su quali infrastrutture puntare sia la medesima “testa” che si occupa di ambiente. Andando al sodo: in Italia i sistemi della mobilità si basano largamente sul trasporto su strada e sui mezzi a motore a scoppio alimentati con combustibili fossili, per questo sono molto inquinanti e molto dannosi per il clima, è immaginabile e sperabile che il nuovo ministero della transizione ecologica deciderà di usare i soldi europei per potenziare le forme di mobilità “amiche” del clima e dell’ambiente. E cioè ferrovie, reti pubbliche urbane su ferro, auto elettrica.

Naturalmente la politica italiana non diventerà verde perché nasce un superministero verde. Ma l’arrivo sulla scena nostrana di un “homo europaeus” come Mario Draghi, che comunque lo si consideri – conservatore illuminato? riformista moderato? – viene da un contesto culturale nel quale l’integrazione tra economia ed ecologia è ritenuta da tempo e da quasi tutti una necessità impellente e non una ubbia da ecologisti, ha già costretto i nostri politici e media a “europeizzarsi” anche loro almeno un po’. Confesso, per esempio, che avere visto su “Repubblica” il titolo di apertura e le prime due pagine di politica dedicati al “patto verde” tra Draghi e Grillo e all’incontro tra il premier incaricato e Legambiente/Wwf/Greenpeace, mi ha fatto illudere per qualche attimo che stessi leggendo “Le. Monde” o il “Guardian”. Solo illusione? Si vedrà, intanto mi godo l’attimo.