Il sonno della memoria
genera mostri

Provate a chiedere a chi vi sta vicino se sa che cos’è Debra Libanòs. Pochi vi sapranno rispondere. Eppure tutti noi, in questo paese, il nome di quel monastero copto dell’Etiopia dovremmo conoscerlo perché quel luogo fu teatro di un pezzo molto importante della nostra storia. A Debra Libanòs gli italiani commisero un orribile crimine di guerra. Il 20 maggio del 1937 un reparto dell’esercito uccise a colpi di mitraglia tutti i monaci, i diaconi, i seminaristi e i pellegrini che si trovavano nel convento: tra 1200 e 1400 persone, 1600 secondo le fonti etiopiche. L’eccidio fu il culmine di tre mesi di violenze che provocarono non meno di 30 mila morti: la vendetta degli occupanti italiani per l’attentato in cui il 19 febbraio era stato ferito il viceré dell’Abissinia Rodolfo Graziani.

Questo sangue è stato rimosso dalla storia ufficiale del nostro paese. La strage di Debra Libanòs non la trovate sui libri di storia per le scuole, non viene ricordata con cerimonie ufficiali e non le sono dedicate strade o piazze. Come non troverete traccia nella memoria pubblica del nome del generale Mario Roatta, che in Slovenia e Croazia ordinò una repressione sui civili talmente feroce, secondo il principio “testa per dente” da applicare senza “false pietà”, da scandalizzare perfino gli alleati tedeschi. Né del fatto che l’Italia fu l’unico paese a fare uso, dopo la prima guerra mondiale, di armi chimiche che erano state bandite da una convenzione internazionale rispettata da tutti gli altri. E perché larga parte dell’opinione pubblica italiana avesse qualche sentore dei crimini commessi nella repressione della guerriglia in Libia fu necessaria la pagliacciata di Gheddafi che arrivò in visita ufficiale con la foto del leader della resistenza Omar al-Mukhtar appuntata sulla divisa. Della collaborazione della milizia fascista della Repubblica di Salò alle razzie degli ebrei si sa abbastanza poco e ancor meno della collaborazione con i nazisti delle strutture della pubblica amministrazione: le prefetture, gli uffici comunali, i distretti militari.

C’è stata una gigantesca rimozione di una parte del nostro passato. Ed essa impone due domande. La prima è: perché? La seconda è: quanto ha pesato, e quanto pesa ancora, nella nostra coscienza pubblica? Alla prima domanda una parte, minoritaria, della storiografia italiana, con Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Simone Belladonna, Filippo Focardi e pochi altri, ha dato risposta. All’indomani della seconda guerra mondiale, l’Italia, dalla parte degli sconfitti, rischiava di ricevere lo stesso duro trattamento inflitto ai suoi ex alleati, in primo luogo la Germania, in termini territoriali e in fatto di riparazioni. La nuova classe dirigente del paese, compresa la sinistra – e per certi versi soprattutto la sinistra o almeno il PCI guidato da Palmiro Togliatti – tentò di separare le responsabilità del paese da quelle del regime fascista. Si volle avvalorare la tesi che la guerra fosse stata voluta da Mussolini e dai suoi complici contro il volere della grande maggioranza del popolo e che gli italiani, e soprattutto i soldati italiani, avessero subìto passivamente la politica aggressiva e imperialista della dittatura e avessero obbedito solo perché costretti. Che fossero stati vittime, non carnefici.

Nacque allora il mito degli “italiani brava gente”, un mito che ha alimentato la cultura popolare del dopoguerra, anche quella orientata a sinistra, e in buona parte resiste ancor oggi. Basti pensare a quanto quel mito abbia influenzato la cinematografia del nostro paese fino a tempi abbastanza recenti, per esempio con il bel film “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores che nel ’92 vinse l’Oscar per il miglior film in lingua straniera raccontando la storia di un reparto di soldati italiani che conquistano con la loro profonda umanità il cuore della comunità greca in cui sono arrivati da occupanti. Ora, è certo che casi come quello raccontato nel film siano davvero accaduti, ma ancor più certo è che la normalità fu ben altra. Il comportamento degli italiani in Libia, in Somalia, in Etiopia e poi in Albania, in Grecia, in Russia, in Slovenia, in Croazia non fu affatto quello della “brava gente”. E non furono soltanto i militari che si resero protagonisti di eccidi e violenze ma, specie nelle colonie africane, spesso anche i civili, come accadde per esempio nelle “caccie al negro” ad Adis Abeba dopo l’attentato a Graziani. Chi avesse qualche dubbio in merito può leggersi l’agghiacciante testimonianza nel diario privato dell’inviato del Corriere della Sera dell’epoca, Ciro Poggiali.

Non è l’unica cronaca che sarebbe bene leggere. I “bravi italiani” in Africa praticavano forme particolarmente odiose di razzismo, tra l’altro quello della predazione sessuale. Ancora nel 2000 Indro Montanelli riteneva di poter raccontare come un fatto del tutto normale il suo matrimonio con una ragazzina di 14 anni (ma pare che ne avesse 12) perché a quell’età “in quei paesi sono donne a tutti gli effetti”. In questo contesto è anche il caso di evocare il fatto che l’orribile pratica delle uccisioni di italiani nelle foibe ebbe come spiegazione (non giustificazione, certo), oltre che la politica titina di pulizia etnica del Carso anche sentimenti di vendetta per le vessazioni che molti italiani avevano inflitto agli sloveni.

Quella scelta omissiva della classe dirigente italiana nell’immediato dopoguerra ebbe delle conseguenze. La prima fu che in Italia non ci fu nulla di simile al processo di Norimberga. Farlo avrebbe significato mettere sul banco degli accusati non solo i dirigenti del fascismo, ma anche, inevitabilmente, l’esercito, la magistratura e gli apparati della pubblica amministrazione. Non solo, ma non fu fatta giustizia neppure nei tribunali militari e in quelli ordinari. Salvo poche eccezioni, i criminali di guerra italiani, che tali erano stati indicati dalle autorità d’occupazione, restarono sostanzialmente impuniti. Quasi nessuno venne consegnato alla giustizia dei paesi occupati e i pochi che vennero processati in Italia se la cavarono con poco. Il generale Roatta, che era stato condannato all’ergastolo, venne poi assolto in Cassazione e se ne andò nella Spagna di Franco. Dei 19 anni di carcere cui era stato condannato, Rodolfo Graziani, che nella Repubblica di Salò era stato ministro della Guerra, scontò solo quattro mesi, poi diventò presidente del Movimento Sociale, fu protagonista di una memorabile stretta di mano con Andreotti e nel 2012 la sua memoria tornò alla cronaca perché il sindaco del suo comune di nascita pensò bene di fargli costruire un mausoleo. Pietro Maletti, l’ufficiale che aveva comandato il reparto della strage a Debra Libanòs, diventò generale “per meriti speciali” e ancor oggi gli è dedicata una strada nella città in cui nacque.

A differenza di quanto è accaduto ai tedeschi con il processo di Norimberga e poi con i processi agli aguzzini dei Lager negli anni ’60, gli italiani non sono mai stati messi di fronte alle loro responsabilità nella seconda guerra mondiale. Una omissione simile c’è stata solo in Austria, dove, per ragioni di politica internazionale e con il pieno appoggio dell’Unione sovietica, si accreditò la tesi che il paese fosse stato vittima dell’aggressione nazista, nonostante il fatto che nel plebiscito per l’annessione al Reich avesse votato per il sì il 97,6% degli austriaci e che austriaci fossero stati molti dei più feroci capi delle SS.

Che conseguenze ha avuto e continua ad avere questa rimozione? In passato il partito che rivendicava la propria continuità con il fascismo, il Movimento sociale, venne isolato con la formula politica dell’arco costituzionale: ineccepibile affermazione di antifascismo, sancita dalle disposizioni transitorie della Costituzione. Ma, a parte il fatto che quando faceva comodo le deroghe al principio come si sa non mancavano, questo stesso isolamento per gli altri partiti rappresentava anche, a suo modo, un’autoassoluzione. Come dire: il fascismo è una vicenda loro, sono loro i reprobi, noi siamo un’altra storia. Poi il MSI si è sciolto, è stato sdoganato come si disse allora, è diventato un’altra cosa, legami storici e ideologici si sono affievoliti o persi, è nata un’altra destra, pienamente legittimata, in cui sono confluite altre esperienze e altre ispirazioni.

L’impressione, però, è che il non aver fatto i conti con la storia, in Italia, continui a pesare pur se sono passati più di sette decenni dalla fine della guerra e già quasi un ventennio dal superamento del non possumus nei confronti della destra più o meno nostalgica. Eppure ci sono oggi delle ignoranze tutte nuove, ci sono delle leggerezze nel giudizio, c’è una banalizzazione del periodo fascista, c’è un dichiarato cinismo nel modo in cui si guarda alla Resistenza come manifestazione d’un tempo morto e sepolto. E sono difetti tutti italiani. Potete immaginare una deputata tedesca che rivendichi con orgoglio di essere la nipote di Hitler? Un politico francese che si vanti d’essere un erede di Pierre Laval? Una strada o una piazza d’Inghilterra intitolata a Reginald Dyer, il generale che fece sparare sulla folla ad Amritsar uccidendo 1500 indiani? I francesi, è vero, hanno rimosso vergognosamente i misfatti della guerra d’Algeria e i britannici non brillano certo per propensione all’autocritica sulla loro storia coloniale, ma né a Parigi né a Londra vi potreste imbattere in un politico importante, di quelli chiamati un giorno sì e l’altro pure in televisione, che invochi le ruspe contro gli insediamenti dei nomadi o propali grossolane menzogne sull’immigrazione.

In Francia c’è il Front National di Marine Le Pen e qualcuno ha perfino temuto che potesse vincere le elezioni. Ma gli altri partiti l’hanno isolata, come in Germania hanno isolato Alternative für Deutschland e in Gran Bretagna l’Ukip. In Italia xenofobi e razzisti partecipano a pieno titolo al gioco del potere. Se la destra dovesse saldare le alleanze e vincere le elezioni ce li troveremmo al governo (d’altra parte abbiamo avuto un leghista come ministro dell’Interno). Succede già in molti paesi dell’est europeo e succederà, probabilmente, anche in Austria. E non è un caso, perché sono tutti paesi cui è stato risparmiato il dovere di fare i conti con la Storia, in Austria abbiamo visto come.
Il problema non è solo quello che in Italia potrebbe accadere, ma quello che è già accaduto: una frana dello spirito pubblico che ci fa apparire normali parole e atteggiamenti che avremmo considerato intollerabili qualche anno fa, il dilagare nella politica e nei rapporti sociali di un conformismo del linguaggio violento, della volgarità, della prevaricazione. I disgraziati che hanno profanato la memoria di Anna Frank in quel modo insieme ridicolo e tristissimo hanno a loro modo interpretato lo spirito del tempo. Sono un’Italia che esiste.