Il signor Cavolo scelse l’Europa

L’altra notte soffrivo d’insonnia e invece di contare le pecore mi sono messo a calcolare quante volte, nella mia vita d’adulto, mi può essere capitato di scrivere il nome di Helmut Kohl. Molto, ma molto all’ingrosso, mi viene una cifra nell’ordine di tre-quattromila, visto che mi sono occupato professionalmente di Germania per una trentina d’anni e di questi almeno una ventina li ha dominati lui. All’inizio, quell’omone arrivato dalla provincia a Bonn con l’aria impacciata e un nome a suo modo evocativo di semplicità contadinesca (Kohl vuol dire cavolo) ma tanto furbo da far fuori una volpe della politica come Helmut Schmidt, lo chiamai Helmut Khol, sbagliando come tanti. Così feci anch’io un torto al Khol che esiste veramente, si chiama Andreas è figlio di altoatesini e fa il politico in Austria, anche lui democristiano e anche lui un paio di volte candidato alla cancelleria (di Vienna però). Poi il nome del signor Cavolo dilagò, prima nelle cronache e poi, come si sa, nella Storia. E poi, quando chi lo portava fu uscito dalla scena pubblica con un memorabile coup de théâtre, si ammantò d’un velo di malinconico imbarazzo, tra storie tristi di famiglia e dubbi mai chiariti sul suo comportamento negli ultimi giorni prima dell’abbandono della scena. Il Kohl privatissimo degli ultimi anni fece una sola, meteorica, ricomparsa sulla scena per dare una bella strigliata alla “ragazzina” che aveva a suo tempo allevato e dalla quale era stato brutalmente rottamato con un articolo sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung: un capolavoro di ingratitudine. L’accusa che rivolse a Frau Merkel era del tutto simile a quella che, proprio negli stessi giorni, veniva dal suo predecessore Schmidt: è una politicante che pensa troppo ai sondaggi e troppo poco al futuro, troppo alle elezioni nel prossimo Land e troppo poco all’Europa. Per il resto, tra Helmut Kohl e la nuova Germania figlia della “sua” riunificazione pareva che non ci fosse molto da dire.

Perché? Una spiegazione è da cercare nella penosa reticenza che il cancelliere dell’unità tedesca aveva opposto a suo tempo a tutti coloro che (nemici ma anche e soprattutto amici) gli avevano chiesto ragione dello scandalo nel quale era precipitato. Kohl nell’autunno del 1999 ammise di aver incassato fondi neri per la sua Cdu e anche per sé, ma alle circostanze già accertate dalle inchieste giornalistiche e dalle indagini della magistratura (una tangente per la vendita di carri armati all’Arabia saudita e una incassata dai francesi per aver favorito la Elf Aquitaine nell’acquisto di raffinerie all’Est) non volle aggiungere il nome di uno sconosciuto benefattore che aveva versato altre cifre ingentissime delle quali erano evidenti le tracce nei conti ma non le fonti. Piuttosto che fare quel nome mi dimetto dalla presidenza della Cdu e mi ritiro a vita privata, disse Helmut. Il nome allora non lo fece. E, per quanto ne sappiamo, non lo ha fatto neppure dopo ed è piuttosto improbabile che lo si possa trovare tra le carte che ha lasciato.

Chi era il misterioso benefattore? Molte tracce portavano a Leo Kirch, il tycoon dell’informazione che era molto legato a Kohl. Ma le stesse tracce andavano anche oltre e portavano ad un altro grande amico di Kirch: Silvio Berlusconi. I due magnati delle tv private in Italia e in Germania avevano molti affari in comune e un loro maneggio per aggirare le norme antitrust arrivò anche nelle aule di tribunale. Kirch potrebbe essere stato un tramite? Non si sa e probabilmente non lo sapremo mai. C’è però un fatto. Nel 1998 il leader di Forza Italia chiese l’ammissione del suo partito al gruppo parlamentare europeo del PPE, del quale i tedeschi erano la componente principale e determinante. Per il leader di FI era il modo di ottenere una preziosissima legittimazione internazionale ma Helmut Kohl era assolutamente contrario: Berlusconi era molto impopolare in Germania e Forza Italia non era un partito democristiano. Oltretutto piaceva molto poco alle componenti popolari e cristiano-sociali del gruppo. Poi un bel giorno ci fu un incontro diretto tra i due, nello studio privato del cancelliere, e ai giornalisti italiani che stavano in anticamera il portavoce di Kohl fece sapere, nella sorpresa di tutti, che la richiesta dei vertici di Forza Italia sarebbe stata discussa dai vertici della Cdu. Poche settimane dopo gli europarlamentari tedeschi furono determinanti nel voto per accogliere gli italiani di FI nel gruppo popolare.

Ce n’è abbastanza per alimentare più di un sospetto, ma nonostante in molti vi si siano dedicati con impegno, nessun giornalista né in Italia né in Germania ha mai trovato una qualche prova che ci fosse un legame tra le dazioni del misterioso benefattore e l’improvvisa rinuncia di Kohl al veto contro Forza Italia. Si poteva al massimo formularlo come ipotesi ricostruendo i fatti. Come stiamo facendo qui.

Comunque sia, il mistero del “benefattore sconosciuto” ha contribuito molto al triste scivolamento dell’immagine pubblica del cancelliere dell’unità tedesca. E spiega quel filo di imbarazzo che si è letto, qua e là, nelle ricostruzioni e nelle rievocazioni che i media in Germania gli hanno dedicato dopo la sua morte. Se n’è parlato molto, va da sé, ma forse meno di quanto ci si poteva aspettare, come se ci fosse qualcosa di non detto e di non dicibile. E un po’ la stessa cosa ci pare sia accaduta in Italia, come se non si fosse colta l’importanza che, nel bene e nel male, la vicenda politica di Kohl ha avuto anche per noi. C’è un aspetto del quale, forse, almeno fuori della Germania non si è tenuto il giusto conto. Noi a posteriori abbiamo una percezione abbastanza lineare del processo che portò alla riunificazione tedesca, ma la realtà non fu così semplice. La storia avrebbe potuto avere un corso ben diverso. Una volta scelta la strada dell’annessione della RDT alla Repubblica federale (fu una scelta che avvenne molto rapidamente, sull’onda della volontà popolare ma anche per l’iniziativa politica dei dirigenti dell’ovest, Kohl in testa), per la Germania unificata si aprivano due alternative: la riproposizione della centralità del paese, nella tradizione storica della “terra di mezzo” tra ovest ed est, o la conferma dell’ancoraggio all’ovest, che era stata la scelta strategica del secondo dopoguerra, a partire dal rifiuto di Adenauer ad accettare l’offerta di Stalin di una Germania unita e neutrale. Non tutti sono consapevoli del fatto che la prima ipotesi fu seriamente considerata in quei mesi dall’establishment tedesco federale e che lo stesso Kohl non fu proprio del tutto insensibile alla suggestione. Ne fa testimonianza, tra l’altro, la sua lunga esitazione a riconoscere, per la Germania riunita, il confine con la Polonia sull’Oder-Neisse. Poi il processo si indirizzò rapidamente verso l’altra ipotesi e il grande accordo tra Kohl e Gorbaciov venne a sancire questo indirizzo. Insomma, tra l’autunno del 1989 e l’inizio del ’90 la Repubblica di Bonn scelse la Comunità europea (che sarebbe diventata l’Unione due anni dopo con il Trattato di Maastricht) e la Nato. E questo esito fu il frutto non di circostanze obbligate, come potremmo essere portati a pensare, ma di scelte politiche soggettive e consapevoli.

Nessuno è in grado di immaginare che sviluppo avrebbe preso la storia del continente se avesse prevalso l’altra ipotesi e ci si può arrovellare intorno agli scenari ipotetici di un’altra Europa, con una Germania potenza centrale e un diverso assetto dei rapporti con la Russia. Ma è certo che se le cose sono andate in un altro modo fu in misura non indifferente frutto dell’iniziativa del signor Cavolo (“e del mio amico Mikhail”, come diceva sempre). Fu un bene? Fu un male? In ogni caso è un fatto.