Il sacrificio del maiale innocente, quando il rito diventa barbarie

Si avvicina il Capodanno. In una società precaria, dove si vive la dislocazione degli affetti, la fine di dicembre è il periodo del ritorno al nido. È in questi giorni che si prova ancora una parvenza di comunità, non importa se piccola, come quella della famiglia o degli amici.
L’unione durante le vacanze invernali si vive, nella maggior parte dei casi, intorno alla tavola. Oggi, il processo di preparazione della festa si svolge nelle corsie dei supermercati, dove si ha la possibilità di trovare ogni bontà già pronta. Un tempo, al contrario, il momento del pasto natalizio era qualcosa che si doveva preparare per tempo, allevando l’animale da sacrificare per le feste.
Diletta D’Angelo, nel suo libro di poesie Defrost, spinge il lettore a riconnettersi con la dimensione ctonia dell’esistenza, che oggi viene del tutto celata dai comfort offerti dalla tecnologia:

 

Ho paura di voler ammazzare qualcosa, qualcuno. Di averlo desiderato.

Sognato scrosciare il sangue.

 

Dicono che il sacrificio del porco fosse rituale di morte e di vita, che l’animale

sentisse, che in qualche modo sapesse

 

Prima un abbraccio collettivo ché non fugga, la detersione, la depilazione con acqua bollente

 

Poi l’espiazione di sollevarlo appeso a una ruspa, braccato

con una fune a pendere dal piede posteriore. Può bastare

anche una sola persona per finire l’operazione,

 

di sacrificio e di amore per la bestia della famiglia ormai non resta più niente.

 

Il senso dell’intera poesia si condensa in quel passaggio tra un «prima» e un «poi». Esso può essere interpretato in due modi: come il passaggio da un momento all’altro di uno stesso processo o come l’opposizione di fasi storiche differenti. Se non si dà troppo peso agli spazi bianchi lasciati tra i versi, tutto può essere letto in una successione veloce e in maniera didascalica: il maiale viene ucciso, poi scuoiato, infine appeso. Se, al contrario, com’è necessario, bisogna dare il giusto valore a quegli spazi bianchi, le scene descritte nei versi rappresentano fasi diverse dello stesso processo e quindi visioni diverse del sacrificio. Lo spazio bianco dilata il tempo, lo rende più denso, gli dona una prospettiva storica. Quel «Prima» indica una fase in cui il sacrificio del porco era ancora «un abbraccio collettivo»: la comunità nasceva proprio nel momento dell’uccisione e della successiva macellazione, in cui ognuno doveva fare la sua parte affinché la mattanza si trasformasse in nutrimento e gioia. Così, l’atto del mangiare non era mero consumo, ma un momento di lavoro condiviso, in cui veniva dato valore a ogni singolo pezzo dell’animale morto, perché frutto di mesi di sforzi, perché si era vista quella vita spegnersi sulla lama del coltello.

Dalla comunità al consumismo

Il «Poi», invece, introduce un elemento meccanico, la «ruspa», che disgrega la dimensione collettiva perché permette a un singolo individuo di fare un lavoro molto faticoso, come quello di sollevare un maiale e appenderlo. In quello spazio bianco si passa da una dimensione artigianale della macellazione a una industriale. L’ulteriore spazio bianco e il verso finale mostrano la posizione che l’io poetico assume di fronte a questo passaggio: l’elemento comunitario è venuto meno, il sacrificio non è più un momento di unione della famiglia, intesa non solo come legame di sangue, ma anche come spazio della condivisione del lavoro. Insieme si lotta per la sopravvivenza, attraverso la produzione di cibo, oggi, però, tutto questo sembra essere cessato, in favore di un consumismo che ci rende sempre più dipendenti dal mercato, ormai soli senza più una comunità a sostenerci e nutrirci,
È interessante notare come l’intera poesia possa essere considerata una ricerca, da parte dell’io poetico, di una causa al sentimento descritto nei primi versi. Il desiderio di «ammazzare» sembra albergare nell’animo umano come una presenza oscura che richiede, di tanto in tanto, di poter riemergere: paradossalmente, il voler dimenticare la violenza insita nei processi produttivi della carne anziché preservare la serenità contribuisce ad alimentare sentimenti negativi che, in una dimensione festiva e crudele, come quella del sacrificio animale, troverebbero libero sfogo non in una danza selvaggia, ma nella felicità dell’edificare una società intorno a un obiettivo comune, un nutrirsi l’un l’altro.