Il ritorno dello Stato
che turba
i sonni liberisti

Il settantacinquesimo anniversario della nostra amata Repubblica coincide quest’anno con la ripresa di un vivace dibattito politico e ideologico attorno al principio dello Stato in economia e sul suo ruolo storico nell’emancipazione e nello sviluppo del Paese. Tutti, ma proprio tutti, sono d’accordo che lo Stato ha fatto benissimo a intervenire durante la pandemia, a sostenere le imprese e i lavoratori, a contrastare l’emergenza sanitaria e a investire sui vaccini, facendosi carico ovviamente dell’enorme crescita del debito.

Adesso, però, che il coronavirus arretra e s’immagina un progressivo ritorno alla normalità, ammesso che si possa tornare alla realtà di due anni fa, aumentano gli allarmi di chi vede uno Stato invadente, accentratore, ipertrofico, penalizzante per il mercato o le imprese private, mentre altri non vanno troppo per il sottile, a partire dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden che sta affrontando la crisi a colpi di trilioni di dollari pubblici, e sostengono che lo Stato avrà ancora un ruolo determinante, forse preminente in futuro, e cari saluti almeno per ora ai miracoli della “mano invisibile”.

La questione è di grande interesse perché la pandemia ha richiamato in servizio permanente lo Stato in un Paese come il nostro dove tutti si dichiarano liberisti e sostengono la libera impresa, il mercato e la concorrenza, salvo implorare la protezione, l’intervento straordinario, l’aiuto pubblico ai primi rovesci.

Il ritorno dello Stato

L’emergenza sanitaria, umanitaria, sociale ed economica dell’ultimo anno e mezzo ha sollecitato il mondo politico e accademico a ripensare il modello di sviluppo (gli ultimi libri di Thomas Piketty e di Mariana Mazzucato sono degli esempi), le relazioni sociali, le politiche di produzione e di redistribuzione del reddito. “Il ritorno dello Stato”, tema in programma del Festival dell’Economia di Trento di quest’anno, è talmente forte da rompere barriere ideologiche, radicate convinzioni politiche, ed enormi interessi finanziari.

E’ un’onda che si alza e non si ferma. Succedono cose impensabili. Il premier britannico, il conservatore Boris Johnson, ha annunciato la nazionalizzazione delle ferrovie di Sua Maestà la cui privatizzazione era stata un vanto e una medaglia alla carriera per la signora Margaret Thatcher. Semplicemente: “In mano ai privati le ferrovie non funzionano” ha motivato.

Draghi e le imprese pubbliche

In Italia stiamo assistendo a novità importanti che turbano i sonni di molti liberisti i quali, come Mario Monti, temono il ritorno dello “Stato-mamma”. Prendiamo il fronte delle aziende pubbliche. Mario Draghi, il regista delle privatizzazioni negli anni Novanta quand’era direttore generale del Tesoro, ha avviato la tornata di nomine delle imprese di Stato con un metodo semplice (scelgo i migliori, i partiti senza voce) e risultati per ora incoraggianti. Alla Cassa Depositi Prestiti arriva come amministratore delegato Dario Scannapieco, lasciando la vicepresidenza della Bei; alle Ferrovie la scelta è caduta su Luigi Ferraris, già all’Enel, Poste e Terna, come amministratore delegato, presidente Nicoletta Giadrossi, un curriculum internazionale. Cosa si legge in filigrana da queste mosse di Draghi e del ministro dell’Economia, Daniele Franco? Una strategia di innovazione e di valorizzazione delle imprese pubbliche non al fine di privatizzarle, ma con l’obiettivo di guidare la rinascita del Paese utilizzando al meglio i fondi europei destinati al Piano nazionale di ripresa e resilienza.

La “funzione sociale dell’impresa” in mano pubblica è di lavorare per la crescita, di creare buona occupazione, di avere bilanci in ordine, di garantire rapporti trasparenti e proficui con le comunità in cui opera. La Cassa Depositi Prestiti sarà il motore di questo processo, una cassaforte che custodisce 275 miliardi di risparmi postali. Le Ferrovie hanno 30 miliardi da investire. Draghi probabilmente sta deludendo i suoi fans di un tempo e può essere visto come dottor Jekill e mister Hyde: trent’anni fa era un privatizzatore senza paura, oggi è il leader dello Stato regista, imprenditore, investitore, garante dello sviluppo.

Stato in economia

E tuttavia anche il confronto sul ritorno dello Stato in economia andrebbe rimesso un po’ sui giusti binari. E’ vero che la pandemia ha richiamato l’intervento forte delle Istituzioni pubbliche, ma in economia, nell’industria, nei servizi, nelle tecnologie lo Stato non si è mai ritirato del tutto. Ha sempre giocato un ruolo importante e propedeutico anche alla crescita dell’imprenditoria privata, in una combinazione che ha prodotto grandi successi nel Dopoguerra.

Le attività economiche pubbliche hanno certamente subito un dimagrimento con le privatizzazioni (e bisognerà pur valutare e trarre un giudizio storico sulla stagione delle vendite di aziende pubbliche, Draghi sarebbe la persona giusta e magari si potrebbe trovare qualche pentito), ma le imprese di Stato non sono scomparse e meno male. Oggi sono saldamente in mano pubblica le quote di controllo di Eni, Enel, Terna, Italgas, Snam, Saipem, StMicroelectronics, Leonardo (già Finmeccanica), Poste Italiane, Fincantieri e Rai. Tornerà pubblica l’ex Ilva e lo Stato sta rimettendo in pista quel che resta di Alitalia, due imprese passate nelle mani di più privati senza troppo fortuna. Torneranno anche le Autostrade e in questo caso per giustificare la nazionalizzazione bastano le indecenti telefonate dei manager dei Benetton intercettate nell’inchiesta sul crollo del Ponte Morandi.

Impianti Ilva

In conclusione: nessuno rimpiange più gli Enti pubblici di gestione, i carrozzoni lottizzati e invasi da partiti e interessi indebiti, però il ruolo dello Stato in economia può essere ripensato e rilanciato su basi nuove e coraggiose, senza minacce per nessuno. Draghi sembra la persona adatta perché politicamente indecifrabile, ma al “servizio del Paese”. E a chi ancora oggi denuncia e urla che lo Stato sperpera i soldi di tutti noi e che la Cassa Depositi Prestiti è come l’Iri, sarà utile ricordare, per la storia, che quando l’Istituto di Beneduce venne sciolto nel 2002, dopo un lunghissimo e onorato percorso, lo Stato incassò un assegno di 24 miliardi. Anche l’Iri, insomma, non era poi così male.