Il risveglio delle donne
ai tempi di Trump

“C’è voluta la campagna elettorale per la Casa bianca, con il duro scontro tra Donald Trump e Hillary Clinton, per convincermi che era arrivato il momento di riparlare di parità e diritti, […] contro gli stereotipi e i pregiudizi che accompagnano la vita delle donne”: è l’incipit del libro di Tiziana Ferrario “Orgoglio e pregiudizi”, che sarà presentato a Montecitorio con Laura Boldrini il 26 ottobre. Ne anticipiamo un capitolo:

Breanne Butler, la pasticcera rivoluzionaria

“Mio padre faceva il metalmeccanico, mia madre la casalinga. Ho iniziato a fare biscotti molto presto e prima della marcia di Washington non mi ero mai interessata alla politica”. È un fiume in piena Breanne Butler quando a Roma incontra gli uomini e le donne della Fiom-Cgil che l’hanno invitata alla loro assemblea annuale per raccontare com’è nato questo movimento delle donne americane. Ha ventisette anni, un’aria solare ed è piena di entusiasmo, ancora incredula di quello che sta succedendo anche fuori dal suo paese. È diventata coordinatrice globale della Marcia delle donne, ormai un marchio riconosciuto nel mondo che vuole crescere e fare una rivoluzione. “Non è un movimento politico – spiega –, è un movimento sociale ed economico di cambiamento. È un movimento diventato un’icona e questo è solo l’inizio”.

Breanne è molto giovane ma ha già una bella storia da raccontare. Nel 2011 è arrivata a New York, ha lavorato in un ristorante come sottocapo cuoco, è poi passata a Facebook come pasticcera, dove si è fatta conoscere per i suoi dolci creativi, quindi, con un’intraprendenza tutta newyorchese, ha aperto una sua attività. “Un giorno ho ricevuto la telefonata che mi avrebbe cambiato la vita” racconta. “Dallo staff della Clinton mi hanno chiamato chiedendomi di fare i biscotti per un evento che stavano organizzando. Ho accettato e, quando sono andata all’incontro con Hillary, ho capito che dovevo partecipare di più alla vita politica del mio paese”.

La sera della vittoria di Trump c’era anche lei ad aspettare l’arrivo della candidata democratica al Javits Center.
“Quando alle 21 si è capito che Hillary non ce l’avrebbe fatta – ricorda Breanne –, me ne sono andata con un gran peso sullo stomaco. Mi sono fermata a vomitare in un cestino lungo la strada e ho visto che altre tre donne stavano male come me. Abbiamo pianto insieme. ‘Oggi piangiamo – ci siamo dette –, ma da domani bisogna fare qualcosa’. Quando sono tornata a casa ho aperto Facebook e ho visto il messaggio di un’amica che rilanciava l’idea di un’altra amica alle Hawaii che proponeva di organizzare una marcia su Washington il giorno dopo l’insediamento di Trump. L’ho chiamata e le ho chiesto se aveva bisogno di aiuto. Siccome avevo lavorato alla mensa di Facebook, mi hanno domandato di aprire una pagina appositamente dedicata alla marcia. Nel giro di poche ore ho iniziato a ricevere centinaia di adesioni. Non c’è stata una selezione, tutto puro volontariato. Chi si offriva di fare qualcosa nella sua città veniva subito arruolato. È così che è cresciuta la partecipazione all’iniziativa, che è poi dilagata anche all’estero. All’improvviso mi sono ritrovata al centro della scena mondiale” racconta sorridendo. “Arrivavano messaggi da Sydney, dieci donne avevano già comprato il biglietto aereo, dal Giappone, dall’Iraq, da Londra, dall’Africa. Devo riconoscere che anche gli uomini da subito si sono dati da fare per aiutarci. In poche ore eravamo diventate un movimento globale!”.

È emozionante seguire il suo racconto, perché ti porta dentro il sogno diventato realtà di tante donne deluse dall’elezione di Trump, ma non rassegnate a fare passi indietro.
Breanne spiega come si sia cercato di tenere presenti le diversità dell’universo femminile. “Le donne sono il gruppo più marginalizzato del mondo e noi dovevamo dare voce a tutte, le musulmane, le nere, le latine. Quelle più ai margini dovevano sedere al centro del tavolo. È così che siamo riuscite a portare un milione di persone a Washington e nelle altre città americane e sette milioni nel mondo. Ci sono state settecento marce. Ogni donna ha marciato per la propria causa. L’accesso all’acqua potabile in Etiopia, la parità con gli uomini in Giappone, contro la violenza in America latina”.

Divertente il suo resoconto del gran giorno, poche ore dopo le cerimonie ufficiali per l’insediamento del presidente. Era normale che le organizzatrici fossero preoccupate. Dopo tanto lavoro, c’era il timore di un fallimento. Ognuno aveva dato una mano, dalla preparazione dei cappellini rosa alla prenotazione dei pullman, ma nessuno era esperto di organizzazione di eventi.

“Mi sono alzata alle quattro e ho acceso la tv. Non scorderò mai l’emozione provata quando ho visto la prima marcia a Tokyo. C’erano bambini, uomini e donne che sfilavano con i cartelli in giapponese. E poi Auckland in Nuova Zelanda, l’Australia, Mosca, l’Europa, l’Africa. Persino la marcia dei pinguini in Antartide. Tutti stavano marciando mentre negli Stati Uniti era ancora notte. Andrà tutto bene, mi sono detta. Ce la faremo. […]
È stato l’inizio della resistenza, siamo qui e non andremo via”.

Tiziana Ferrario
“Orgoglio e pregiudizi”
(ed. chiarelettere euro 16,90)